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  Home page > Attualità > Società > Gli italiani e l’impegno civile ai tempi della crisi
di David Incamicia (sito) sabato 27 agosto 2011 - 0 commento oknotizie
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Gli italiani e l’impegno civile ai tempi della crisi

Se c'è un settore che in Italia non risente della crisi, pur fra alti e bassi, questo è il volontariato. 

Ce lo rivela una indagine svolta da Istat su 19 mila famiglie, per un totale di 49 mila cittadini. Nell'ultimo decennio le persone che svolgono attività di volontariato sono passate dall’8,4% del 2001 al 10% dello scorso anno. Una crescita lenta ma costante, che tuttavia presenta anche delle ombre. Da un lato, si assiste a un nuovo fermento di partecipazione e di mobilitazione civile che ha toccato forse la punta massima di impegno in occasione dei recenti referendum popolari; dall’altro, i dati mostrano il rafforzamento delle diseguaglianze partecipative, nel senso che aumenta l’impegno di quanti vengono considerati "socialmente centrali" mentre diviene sempre più marginale chi, per condizione sociale, gode di minori opportunità di coinvolgimento. Anche a livello di partecipazione politica.
 
Nel concreto, le risultanze mostrano una maggiore attitudine al volontariato da parte di chi ha uno status sociale e occupazionale elevato. Inoltre, maggiore impegno è riscontrabile nei piccoli centri urbani rispetto alle grandi città, con gli uomini (soprattutto quelli di età compresa fra i 45 e i 64 anni) più attivi delle donne.
 
La questione generazionale, assieme a quella di genere, costituisce un importante spunto di riflessione di cui bisognerà tener conto in vista dell'Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà fra le generazioni previsto nel 2012, al fine di rimuovere definitivamente ogni ostacolo al pieno sviluppo delle dinamiche solidali di tipo privato e familiare.

Altro dato rilevante è quello relativo alla disparità territoriale e occupazionale di chi è impegnato nel volontariato. Dai dati Istat, infatti, si evince una maggiore propensione nel Nord rispetto al Centro e al Sud. Per quanto riguarda la posizione occupazionale, invece, i maggiori livelli di partecipazione si riscontrano fra i dirigenti, gli imprenditori ed i liberi professionisti, e i minori fra le casalinghe, gli operai e le persone in cerca di occupazione. Analogo dislivello si desume dall'analisi del titolo di studio posseduto dai volontari.

Meno incoraggiante è lo scenario riguardante la partecipazione associativa non compresa nelle attività di volontariato. Per quanto riguarda, ad esempio, la partecipazione a organismi di advocacy (ecologia, pace, diritti civili) viene confermato il basso livello di impegno già ravvisato nelle rilevazioni precedenti. La quota degli interpellati dall’indagine Istat che dice di aver partecipato negli ultimi 12 mesi ad almeno una riunione di associazione è appena l’1,8%.

Decisamente migliore è il dato sulla partecipazione alle iniziative di associazioni culturali e ricreative: il 9,6%. Pure in questo caso, la partecipazione è più diffusa fra gli uomini rispetto alle donne, e fra quanti possiedono un titolo di studio o uno status occupazionale elevato. Desolante è il quadro dell'attivismo sindacale: solo l’1,3% di coloro che hanno svolto almeno una volta nel 2010 un’attività sociale gratuita, con picchi più alti tra i maschi di età compresa tra i 45 e i 59 anni e tra coloro che hanno status occupazionali medio-alti, specialmente gli impiegati.


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di David Incamicia (sito) sabato 27 agosto 2011 - 0 commento oknotizie
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