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Er Pelliccia e la banalità del male

Bastava che l’estintore lanciato dal ventiquattrenne Fabrizio Filippi, detto "er Pelliccia", arrestato l'altro ieri a Roma, o il sanpietrino scagliato da qualche altro Fabrizio colpisse a morte un agente di polizia o un altro partecipante alla manifestazione dello scorso 15 ottobre e la sua vita e forse la storia del nostro paese avrebbe potuto prendere una strada diversa. Forse più incerta, sicuramente più drammatica.

Fortunatamente il morto che avrebbe potuto generare una lunga spirale di recriminazioni e violenze come è successo altre volte non c’è stato, nonostante questo dobbiamo chiederci: cosa è successo?

Black bloc, criminali organizzati, esponenti violenti di centri sociali? Forse sì ma molto più probabilmente leggendo le prime dichiarazioni ed il profilo di Fabrizio Filippi:

"Sono pentito ma non sono un black bloc. Probabilmente mi sono lasciato trascinare dagli avvenimenti"

Si tratta di persone che semplicemente hanno scambiato la libertà di manifestare con la libertà di fare quello che si vuole. Persone e non ragazzi (perché a 24 anni si è a tutti gli effetti donne e uomini compiuti) che hanno pensato di esprimere la propria frustrazione e il proprio bisogno di giustizia nel modo più sbagliato possibile: con la violenza.

Persone ed a volte gruppi di persone, che hanno deciso di colmare il vuoto che hanno dentro e che in parte gli assegna la società con il vuoto altrettanto grande ed effimero delle azioni inqualificabili compiute venerdì scorso a Roma.

Azioni che oltre ad essere reato, sono atti banali perché rappresentano la risposta più facile a cui si possa ricorrere quando si è indignati. Completamente inutili e controproducenti ad ottenere il risultato per cui si credeva di lottare.

Nel post -manifestazione del 15 ottobre non ci sono i buoni o i cattivi come ci vorrebbe far credere qualcuno. Ci sono i “banali” e gli “incazzati”.

I “banali” qualcuno li chiama "gli incappucciati": pensano che un sampietrino scagliato contro un poliziotto possa fare uscire l’economia dalla stagnazione o far fiorire posti di lavoro, oppure stoppare la costruzione della TAV.

Purtroppo non sono in pochi ma non sono nemmeno tutti. Non sono una milizia organizzata. O almeno non tanto organizzata come lo sono le forze dell’ordine che dovrebbero avere mezzi e risorse adeguate per contrastarli.

Gli altri, gli “incazzati”, pensano che qualsiasi mezzo democratico debba essere messo in atto per tenere sotto pressione i governi nazionali affinché varino quelle riforme necessarie a mitigare le disfunzioni del capitalismo globalizzato. Tra i vari mezzi a cui possono ricorrere, questi ultimi contemplano la protesta di piazza, lo sciopero ed altre iniziative dimostrative che devono avere come minimo comune denominatore un solo elemento: la non-violenza. 

La filosofa tedesca Hannah Arendt, nel 1963 riferendosi ad un dramma assai piu’ grande: quello della Shoah parlò di “banalità del male”, in quanto i tedeschi, protagonisti di quelle efferrate violenze, erano in qualche modo inconsapevoli di ciò che stavano compiendo. Forse anche in questo caso "Er pelliccia", che lanciava un estintore come se fosse un fiore, è stato vittima della sua banalità.

Gli scontri di Roma non sono avvenuti invano e devono portare tutti a riflettere sia sul perché della lotta, sia sui mezzi da adottare per condurla. Il governo si trova nella delicata situazione di tutelare coloro che vogliono dimostrare pacificamente e coloro che vivono nelle città e non possono vedere le loro strade trasformate in scenari di guerra.

Forse una legge “Reale bis” non è necessaria. E’ giusto che su questo le forze politiche si assumano le proprie responsabilità discutendone in Parlamento. Se norme restrittive verrano assunte, sarà colpa anche dell’insensatezza di venerdì scorso e non solo dell’attuale governo di centro destra.

In tutto questo i media dovrebbero aiutare a capire e non individuare facili capri espiatori, o peggio giustificare atteggiamenti che non possono essere giustificati.

La campagna stampa messa in atto da il Giornale contro gli “incappucciati” lascia perplessi. Lo schematismo elementare con cui il quotidiano ed altri mezzi d’informazione divide gli autori delle violenze poteva andare bene negli anni ’70 ma oggi non è più attuale.

Non è sempre (e tutta) colpa dei centri sociali. Il disagio è molto piu’ vasto. Siamo sicuri che tra le fila degli incappuciati poteva esserci qualche figlio di quei giornalisti che il malessere dicono di conoscerlo. La banalità del male non si sconfigge con la banalità dell’informazione. Vero, Sallusti? Vero, direttore?

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