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Elezioni in Brasile: senza perdere la tenerezza

Tolgo lo sguardo dalla TV distratto dalla vibrazione del maledetto cellulare. È una cara amica dal Cile, la sua domanda esigerebbe una lunga spiegazione, vorrei raccontarle la mia desolazione totale.

Invece le mando una apatica foto con qualche grafico, percentuali, numeri. Manca poco ormai, i giochi sono fatti. Anche se lo scrutinio dei voti non è terminato, siamo arrivati al novantacinque per cento.

Alcuni giornalisti della Rede Globo non riescono a contenere l’allegria, parlano di distruzione del PT. “Distruzione”. Una semplice parola, magari detta metaforicamente, ma quando aggiunta alle altre ascoltate in questi giorni, fa paura. Morte, Tortura, Stupro, Minoranze Parrassite, Gay Malati, Schiaffi, Golpe, Auto-Golpe, potrei continuare, potrei continuare, potrei continuare, ma ho le mani dure, la bocca secca e gli occhi lucidi.

Sullo schermo della TV altri dati, importanti senatori non riusciranno a essere rieletti. Anche la ex presidente Dilma, candidata al senato come rappresentante dello stato di Minas Gerais, non ce l’ha fatta.

Come faccio a spiegare all’amica cilena che il candidato preferito dai brasiliani non ha mai partecipato ad un dibattito, e il tempo gratuito consentito per la sua propaganda televisiva era solo di alcuni secondi al giorno. Niente, proprio niente se paragonato ai parecchi minuti dei suoi avversari. Come faccio a raccontare che ribaltare la situazione nel secondo turno sarà praticamente impossibile.

Smetto di scrivere. Mi alzo per chiudere la finestra, la gente per strada urla come se il Brasile avesse vinto il mondiale. Non scrivo le parole che sto ascoltando perché magari la mia amica si può preoccupare e ricordare i tempi bui del suo paese, fare una analogia col mio di adesso.

Stamattina leggevo un articolo di una rivista inglese in cui, per i toni usati durante la campagna elettorale, si paragonava il nostro trionfatore a Goebbels. Avrei voluto scrivere alla rivista e specificare che questi toni li ha usati in tutta la sua carriera politica cominciata una trentina di anni fa. E poi basta dare un’occhiata su youtube. È tutto lì, a disposizione. Ma oggi chi guarda questi video se ne compiace. È per questo che ha ricevuto quarantotto milioni di voti, al primo turno elettorale. L’appoggio fondamentale delle chiese evangeliche, che utilizzano perfino il suo nome come segno divino – Jair Messias Bolsonaro: Messia, appunto. È lui l’uomo che salverà il paese dal disastro del comunismo. Come se il fantasma del comunismo esistesse ancora. L’appoggio fondamentale della grande stampa che per anni ha invocato l’uomo forte. L’appoggio della magistratura che ha fatto di tutto per screditare la classe politica facendola sembrare una combriccola di malfattori. Come faccio a spiegare via WhatsApp come abbiamo fatto ad arrivare fino a qui.

La Tv continua, voti 47.756.864, urne scrutinate 95%.

Sì, va bene, d’accordo, annunciano che matematicamente ci sarà il ballottaggio.

Non so perché, mi è venuto in mente il sottotitolo del libro di Faustino Sarmiento: Civilización e Barbarie. Anche se ipoteticamente possiamo ribaltare la situazione e vincere il secondo turno, quasi cinquanta milioni di brasiliani, tra la Civilización e la Barbarie, hanno già fatto la loro scelta. Che tristezza. Mille anni fa quando Berlusconi vinse le elezioni in Italia, decisi di suicidarmi come un bonzo buddista in Vietnam, dandomi fuoco davanti all’ambasciata. Poi però pensai che morire per Berlusconi non era poi così eroico. Un mio amico mi fece rinsavire e disse: quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Vamos à luta, companheiros.

Paolo D’Aprile
Questo articolo è stato pubblicato qui

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