Transeuropa decide di non pubblicare più i racconti di Rose. Rose SE NE FOTTE con la stessa eleganza e professionalità che ha avuto l'editore che non la pubblica più perché lei non gli prepara gratuitamente la piazza su Roma. così Rose li risistema da sé e aprirà un blog: UN POSTO PER SOFIA.
- 303 commenti al post apparso il 1 novembre sul blog di Loredana Lipperini, intitolato Sconcerti
E sicuramente molti altri rumors sparsi tra link, contro link, dichiarazioni singole e gruppi di discussione.
Nulla da aggiungere al fiume di interventi nel merito specifico quanto generale che la vicenda pare voler assumere in quanto sapientemente collocata in una realtà italiana che scricchiola e perde materiale cerebrale non dal 29 ottobre 2010 e nemmeno da tempi recenti.
Nulla da aggiungere ai diversi stati d’animo scatenati, tutti legittimi o meno, a seconda del punto di vista di chi legge e ritiene di sentirsi partecipe.
Giusto due annotazioni a margine (che non sono accusa diretta a qualcuno in particolare né tentativo di polemizzare oltre).
Sul ‘come’ diciamo le cose. Al di là di ‘giusti’ o ‘sbagliati’, ‘verità’ o ‘menzogne’, ‘Male’ e ‘Bene’, per esternare pubblicamente una testimonianza e successivamente per intervenire in proposito sapendo (e lo ripeto: sapendo) che non si tratta del mero giardino di Isabella Borghese e di Transeuropa in quanto capro espiatorio ultimo d’un sistema (o presunto tale): come scegliamo di dire qualcosa che ha una valenza non solo ombelicale ha ancora la sua importanza (o dovrebbe averla). E in questa vicenda si manifestano tutte le asincronie di chi si ritiene dentro il mondo-letteratura in ogni possibile ruolo, declinazione o fruizione. Dire è necessario, urlare anche pare, ma non si articola, non si ascolta, non s’inquadrano i ‘nodi’ piuttosto si scatena un vociare di questioni che prendono poi strade autonome o parallele mischiando contenuti con contenitori, protagonisti con comparse, sentito-dire con certezze, realtà con maschere.
Sull’indignazione e gli sconcerti. Ma anche sull’esternazione di solidarietà (a parole), e sulle espressioni di stupore. La vicenda, nello specifico, tra centinaia di interventi (nei quali fortunatamente si rintracciano anche quelli dei diretti interessati) si è ormai delineata almeno nella sua ossatura. Eppure leggendo, che ci si senta ‘dentro’ o ‘fuori’ il mondo-letteratura italiana resta un retrogusto insopportabile: tutta questa indignazione, questi sconcerti, saranno anche istintivi, tendenzialmente onesti, ma che siano il frutto di ignoranze (nel significato etimologico di non sapere, non conoscere) da parte di chi opera nell’editoria (tra critica, giornalisti, autori, editori, collaboratori, intellettuali e ogni altro ruolo nel mercato) sembra sottintendere un grado di stupidità rilevante (in chi legge). Una stupidità comparabile (giusto per uscire dai compartimenti stagni tematici) a quella attesa in chi dovrebbe apprendere con liberazione, rasserenato quasi, la dichiarazione di Famiglia Cristiana: ‘Berlusconi è malato’ come a sottintendere un qualcosa il cui contagio è evitabile, in quanto malattia, additando e stando lontano, come nelle migliori tradizioni delle pestilenze medievali.
La cultura (come sistema complesso di menti, contenuti, gesti e divulgazini) che non comunica (o lo fa cercando percorsi indiretti e frammentari) e che s'appoggia in assoluta spontaneità sulla stupidità tutta (interna ed esterna) trova il suo giusto ritorno nel ruolo che gli viene dato, oggi, in Italia. Nessuno. O peggio: la messa in scena di tanti ruoli quanti prevede la struttura della commedia, tra risate spontanee e forzate, sul tema generale del ‘ognun per sé-uno per tutti’.