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Donne e Primavera araba. Libertà è anche una patente

L'automobile, secondo Milton Friedman, è un grande "moltiplicatore" della libertà umana, con la possibilità di andare o restare. L’umanità, in ogni luogo della Terra, dovrebbe avere la possibilità di scegliere di spostarsi, e non solo obbligata per fame e conflitti, affermando un diritto di indipendenza.
I cambiamenti politici, oltre che sociali, possono essere influenzati anche dalla libertà di guidare la propria auto, come stanno dimostrando le donne saudite, con una disobbedienza silenziosa ed esplosa il 17 giugno, dopo un tamtam sul web e mal sopportata da una parte del sistema saudita, con i timori che la concessione di una patente porti ad altre richieste e diritti, come quello del al voto e magari di democrazia.
 
Tanto più se per queste donne la libertà di movimento consente anche un’affermazione, l’essere riconosciute come individui in una società maschilista. Così le donne saudite, in possesso di una patente internazionale conseguita all’estero, hanno sfidato le autorità guidando la propria auto. Un divieto che non viene menzionato nella legislazione in Arabia Saudita ed esploso con una disobbedienza collettiva, dopo tante piccole anticipazioni dimostrativi individuali, come testimoniano i video di women2drive sul web, con l’unica conseguenza, nel giorno on the road, tante multe elargite dalla polizia.
 
Nonostante tutto in Arabia si continua ad applicare con severità dall’editto religioso che proibisce di guidare alle donne e altre 5 spericolate guidatrici hanno sfidano a fine giugno le autorità che implacabilmente hanno decretato il loro arresto.
 
Può apparire come una metafora della libertà usare la patente, magari per poter guidare i cambiamenti di una società monolitico, osteggiato dalla casa regnante saudita anche offrendo 70mila opportunità occupazionali riservate alle donne. Offrire la carota di un miglioramento economico, dopo il bastone dell’arresto di cinque donne che guidavano una macchina, per cercare di arginare la protesta ed evitare la richiesta delle donne.
 
Un sistema, quello di offrire “soldi”, già utilizzato per stemperare l'agitazione dell’intero popolo saudita che ha avuto, per ora, come unica conseguenza di allontanare il surriscaldarsi della situazione politica per la casa regnante.
 
Non tutti i paesi arabi hanno le capacità finanziarie o vogliono utilizzarle per tenere ancora sotto controllo le persone che aspirano a migliori condizioni di vita.
 
Mentre in Arabia Saudita si offre vantaggi economici, in Bahrein migliaia di persone perdono il posto di lavoro, si condanna al carcere la ventenne poetessa Ayat al-Qarmezi e si chiede in prestito, agli altri paesi del Golfo, le truppe necessarie a soffocare nel sangue le proteste.
 
In Yemen la situazione è orami sfociata in guerra civile, ricalcando le orme del destino somalo, portando gli affiliati di Al Qaeda a controllare un bel tratto del golfo di Aden, già affollato di pirati intenti ad abbordare e sequestrare mercantili.
 
Quello arabo è un panorama in continua trasformazione, come viene affermato nel libro di Franco Rizzi Mediterraneo in rivolta (Castelvecchi) nel difficile compito di fermare gli eventi per una riflessione. Una rivolta che, partita dal pane nel Maghreb, ha visto le donne non rimanere a casa in attesa del ritorno del guerriero, ma in prima fila con gli altri per migliori condizioni di vita nella libertà.
 
È proprio il ruolo svolto dalle donne in questa lunga primavera araba, ad essere lo spunto di tre giorni dedicati alla riflessione nel convegno "La speranza scende in piazza. L'Europa e le primavere arabe", promosso dal quotidiano Il Manifesto. Il convegno è stato l’occasione di confrontare le ipotesi sui cambiamenti e le strade da percorrere per stabilizzare la situazione, evitando “cavalli di Troia” dove l’integralismo possa nascondersi e giocare la sua partita.
 
I cambiamenti nel mondo arabo vengono paragonati alla caduta del Muro di Berlino e gli scontri in Libia al conflitto balcanico. Ma cosa accomuna il 1989 con il 2011? Dei regimi apparentemente forti hanno svelato tutta la loro debolezza. Dei rais fuori moda non si rassegnano a lasciare il trono, lastricando le strade di sangue. In Libia gli aerei della coalizione del Mondo libero cercano di aiutare i rivoltosi. Ecco una dissonanza con i Balcani, ai paesi Occidentali si sono affiancati gli Emirati Arabi e il Qatar che è presuntuoso definirli appartenenti al Mondo libero. Dei regimi autoritari che si schierano contro delle dittature per appoggiare le richieste di libertà. Una stravaganza quella di due importanti televisioni satellitari, Al Jazeera e al Al Arabiya, hanno fatto da megafono alle proteste nel Mondo Arabo e hanno la loro sede proprio nel Qatar e negli Emirati Arabi.
 
C’è chi evita di metter mano al portafoglio e, come il regnante marocchino, offre una mite proposta di riforme all’approvazione referendaria. Il re continuerà ad avere influenza sul gabinetto, l’esercito e come autorità religiose. Rimane un'ampia disparità tra ricchi e poveri e la scarsa sensibilità per i diritti umani, ma saranno prese in considerazione le libertà individuali e collettive e il rafforzamento dello status del primo ministro e ventila la possibilità di rendere la magistratura un potere indipendente. Nella proposta di riforma è contemplata anche l’introduzione delle regioni, una mossa astuta per accelerare l’annessione completa del Sahara occidentale, rendendo il muro di sabbia e cemento un confine inamovibile, chiudendo ad ogni rivendicazione del popolo Saharawi all’indipendenza e incamerando un territorio ricco di petrolio e fosfati.
 
Forse qualcosa sta cambiando anche dove sembra tutto immobile, ma non per chi rimane sequestrato in mezzo al deserto o su di una nave. Dove il fermento si è trasformato in “rivoluzione”, non sembra che siano avvenuti grandi cambiamenti. Parte della vecchia nomenclatura tunisina ed egiziana continuano a detenere il potere e gran parte dei precedenti emarginati continuano ad essere ignorati. La lezione impartita da Tancredi nel “Gattopardo”, afferma che "bisogna cambiare tutto per non cambiare nulla" ...
 
Ma per fortuna si sono i social network, Facebook e Twitter, le nuove tecnologie per una comunità globale, come viene dimostrato nel libro collettivo “Non ho più paura. Tunisia. Diario di una rivoluzione” (ed. Gremese), per raccontare l’inizio, giorno per giorno, della primavera araba. Un diario per cercare di spiegare, attraverso lo scambio di centinaia di messaggi sui social network, ad esempio Italiani di Cartagine, come il gesto di un povero ambulante, Mohamed Bouazizi, abbia coinvolto un intero popolo, abbattendo il “muro della paura” e dando il via a un cambiamento inaspettato in Tunisia. Racconti, commenti, appunti, di giornalisti, imprenditori, artisti italiani e tunisini e naturalmente blogger che hanno trasformato il web in una piazza virtuale, un Agorà in cui esprimere il proprio dissenso.

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