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Disoccupazione adulta: intervista al Presidente dell’Associazione Lavoro Over 40, G. Zaffarano

Dottor Zaffarano, quando è stata costituita l’Associazione Lavoro Over 40, e a quali scopi? 

L’associazione è sorta nel 2003 a cura di un gruppo di persone che hanno vissuto sulla propria pelle la disoccupazione in età matura con difficoltà infinite al reinserimento lavorativo. Alle moltissime aziende che rifiutavano, ed ancora rifiutano, i lavoratori maturi, si accompagnavano la mancanza di strumenti legislativi idonei a sostenere queste persone e la sordità del sindacato, che continuava invece la politica di dismissione dei lavoratori maturi in accordo con le associazioni di categoria. Il risultato? Una fascia di persone oltre i 40 anni completamente dimenticata. Ecco perché occorreva fare emergere la nostra voce. 

Chi si rivolge all’associazione, e per quali motivi? Com’è cambiato negli anni l’utente dell’associazione? 

L’associazione viene contattata da disoccupati di lunga durata, persone in CIG, in mobilità - che si aspettano una esclusione dal mondo lavorativo a breve - lavoratori in mobbing. Un panorama umano di donne, uomini, operai, impiegati, dirigenti, direttori, ex artigiani, lavoratori autonomi che vivono una condizione di difficoltà aggravata dal fatto di avere avanti a sé un muro di incomprensione e un rifiuto spesso secco a reinserirli. Negli anni la crisi ha accentuato ancora di più la criticità del lavoro maturo. 

Secondo l’Istat, sotto il profilo demografico, le classi d’età fino a 34 anni sono “oramai da identificare come la componente giovanile della disoccupazione”. Come si caratterizza la disoccupazione adulta rispetto a quella giovanile? Cosa comporta per un adulto essere disoccupato? 

Limitando l’analisi ai solo Over 40, parliamo di oltre 1.5 milioni di disoccupati e di scoraggiati (coloro che hanno rinunciato a cercare lavoro), totalmente dimenticati.

La tabella1 sottostante riporta un’elaborazione fatta sulla base di dati ufficiali rilevabili da ISTAT.

Essa dimostra che i disoccupati in età matura sono di numero SUPERIORE ai giovani disoccupati. Nessuno se ne preoccupa. Nessuno considera che la disoccupazione in età matura comporta gravi conseguenze sociali. Occorre invece far fronte all’emergenza della disoccupazione dei lavoratori maturi (over 40/50/60), che sono il cardine della famiglia, la generazione “cerniera” tra giovani ed anziani. Gli Over 40 devono infatti spesso sostenere sia i giovani figli sia gli anziani genitori. Senza contare i devastanti effetti personali di perdita di dignità e identità.

Nel nostro Paese, quanti sono i disoccupati adulti? Quante famiglie subiscono la disoccupazione adulta?

È difficile fare una stima dell'entità di queste famiglie in quanto non tutti sono disponibili a mettere in evidenza le loro difficoltà. Sono numerosi i casi di capifamiglia che si presentano lamentando la preoccupazione di non poter dare un futuro ai giovani figli, oppure di casi in cui la disoccupazione ha accentuato la disgregazione familiare per difficoltà economiche. Ma anche casi in cui la speranza dei giovani si infrange, per sostenete le difficoltà familiari incombenti, magari interrompendo cicli di studio o altri percorsi di crescita.

Se vogliamo dare una stima approssimativa per difetto, e sulla base delle nostre esperienze di contatto quotidiano, è possibile dire che circa il 50-60% dei disoccupati in età matura soffra questa esclusione con gravi problemi familiari.

È un’amara constatazione: i disoccupati con almeno 35 anni stentano a reinserirsi nel mondo del lavoro perché le imprese non li assumono! Un esempio emblematico: dall’indagine dell’Associazione Direttori Risorse Umane (G.I.D.P./H.R.D.A.), “I trend occupazionali delle imprese italiane” per il 2010, emerse che nel corso dello stesso anno solo il 14,6% delle nuove assunzioni avrebbe riguardato personale dai 35 anni in su.

Nel 2012, puntualizza l’Istat, l’incremento della disoccupazione ha coinvolto “in più della metà dei casi persone con almeno 35 anni”; nello stesso anno i nuovi iscritti ai Centri per l’impiego, in seguito alla perdita del lavoro, sono stati in maggioranza cittadini con almeno 35 anni. Dottor Zaffarano, quali sono le proposte dell’Associazione Lavoro Over 40 per contrastare la disoccupazione adulta? Può illustrarci le iniziative in corso?

Non ci sono ricette particolari o proposte che risolvano semplicemente il problema. Esiste invece la necessità di parlarne insieme - associazioni, imprese, sindacati e istituzioni - per formulare priorità da affrontare senza schematici arroccamenti, spesso causa delle non soluzioni. Non giova a nessuno difendere la propria classe di riferimento (lavoratori, imprenditori, artigiani, commercianti, politici), dimenticando il mondo circostante.

Soprattutto in questo lungo periodo di crisi dobbiamo avere il coraggio di andare insieme alla ricerca di una nuova modalità organizzativa del mondo del lavoro che non ha più frontiere nazionali, ma aspetti internazionali sempre più globali e spesso disomogenei.

A nostro parere ci possono essere interventi strategici che possono indirizzare al cambiamento. Proviamo ad indicarli.

Politiche attive

Nella riforma del lavoro Fornero (legge 92/12) si riconosce lo sforzo di dotare il sistema pubblico di una nuova impostazione per le politiche attive e di condizionare il trattamento salariale per il periodo di disoccupazione associandolo ad un percorso di reinserimento seriamente vigilato.

Tale sforzo è però inutile se non accompagnato da una rigida, costante ed efficace funzione di controllo per correggere le distorsioni ai principi fondanti della riforma. Inoltre si devono sviluppare altre azioni finalizzate a ridurre o eliminare il fenomeno, soprattutto azioni a completamento.

Incentivi all’assunzione o autoimprenditoria?

Per non emarginare i disoccupati in età matura si potrebbero prevedere incentivi alle aziende anche per il reinserimento degli Over 40 nel mondo del lavoro, analogamente a quanto previsto per contrastare la disoccupazione giovanile, femminile e Over 50.

In questo modo, però, si correrebbe il rischio di vanificare l’effetto “incentivi”: si arriverebbe al paradosso di incentivare il reinserimento di tutti i lavoratori, annullando l’effetto stimolante sul mercato. Senza considerare, poi, che nella realtà le aziende non condizionano l’assunzione di una persona all’esistenza di incentivi, ma si fanno guidare da altri criteri.

Probabilmente la strada è quella di annullare tutte le forme di incentivi all'assunzione, salvo le categorie protette (con conseguente risparmio per lo Stato), e sostituirle con sostegni al reddito al lavoratore disoccupato anche di lunga duratacondizionati allo sviluppo di percorsi di inserimento e reinserimento concordati con le aziende. Questo per evitare che tali sostegni si traducano in pura assistenza, senza l’impegno attivo e diretto del lavoratore al proprio reinserimento.

Flexicurity

In Europa si parla sempre da molti anni di flexicurity, una modalità organizzativa che tende a conciliare le due opposte tendenze di attenzione al mercato e ai lavoratori, per trovare un punto di equilibrio.

In Italia di flexicurity non si sente parlare o se ne sente parlare a sproposito, evidenziandone solo punti critici e negativi. Un politica culturale in questa direzione consentirebbe di predisporre azioni che abbiano effetto in futuro. Una politica che sappia trovare un giusto equilibrio tra le parti sociali (sindacati, associazioni datoriali e istituzioni), nel rispetto delle reciproche esigenze e diritti da salvaguardare.

Implementare maggiormente la flessibilità tutelata

Se un lavoratore viene chiamato ad una forma flessibile di lavoro, accetta il rischio di avere un lavoro temporaneo e quindi di passare alcuni periodi senza essere occupato. E allora perché non pagarlo più di un lavoratore a tempo indeterminato? Qualcosa è stato proposto ma non è sufficiente. L’attuazione della flessibilità tutelata consente di calmierare il mercato della precarietà, orientandolo verso la vera flessibilità.

Controllo rigido della discriminazione. Aumento delle sanzioni previste dalle norme in materia di lavoro.

L’esempio di discriminazione è quotidiano: basta aprire i giornali e leggere le offerte di occupazione, oppure scorrere le offerte di occupazione delle istituzioni, per averne un esempio. E tutto questo in contrasto con le strategie di Lisbona e con la normativa europea.

Spesso la norma che vieta la discriminazione (DLGS 216/03) viene disattesa da privati, agenzie per il lavoro e intermediari del mondo del lavoro. Ma, peggio, assistiamo a violazioni del DLGS 216/03 nel pubblico, dove si continuano a pubblicare bandi di concorso illeciti con paradossali anacronistici limiti di età vietati dall’ordinamento giuridico.

Occorre prevedere interventi di maggior controllo delle leggi, inasprendo le sanzioni e portandole a valori altamente incisivi (e non simbolici come gli attuali), soprattutto attivando gli organismi di controllo per la loro rigida e ferrea applicazione.

Cambiare la cultura del mondo del lavoro.

È la maggiore e più radicale sfida che occorre affrontare.

Gli imprenditori devono cambiare mentalità, impegnandosi culturalmente alla piena valorizzazione del Capitale Umano.

sindacati devono modificare il loro approccio difendendo le tutele del lavoratore, ma anche pretendendo dal lavoratore l’attenzione verso i propri doveri.

Anche il lavoratore deve essere disponibile alla formazione continua.

Le istituzioni devono saper governare e guidare lo sviluppo armonico di queste componenti senza far prevalere una delle parti, e soprattutto devono diventare il garante di questo sviluppo.

È ingiusto fare leggi che favoriscono il lavoro dei carcerati oppure la cassa integrazione Alitalia o altre grandi aziende in crisi, e poi trascurare altri cittadini che per loro sventura si sono trovati senza lavoro in età matura.

6) In Italia la disoccupazione adulta, aumentando di anno in anno, ha ormai eguagliato quella giovanile: nel secondo trimestre del 2012 l’Istat ha censito 1 386 000 disoccupati sotto i 35 anni e 1 320 000 disoccupati con almeno 35 anni, il 48,8% del totale dei disoccupati; nel terzo e quarto trimestre del 2012, la disoccupazione adulta ha ulteriormente accelerato e nel 2013, alla luce di questa tendenza, il numero complessivo dei disoccupati censiti dall’Istat con almeno 35 anni supererà quello dei disoccupati sotto i 35 anni.

Quali le cause? A Suo avviso, la riforma Fornero del mercato del lavoro porterà a un aumento della disoccupazione adulta?

Rimarchiamo che è assolutamente sconcertante verificare che nell’affrontare la riforma del lavoro si sia pensato solo ai lavoratori occupati, ponendo l’accento in modo ossessivo sulla disoccupazione giovanile e femminile. Tale atteggiamento è un inconcepibile ed assurdo assunto, un violento schiaffo dato ai lavoratori in età matura.

La disoccupazione in età matura sarà destinata a crescere finché permarranno le rigidità attuali. Se si comincerà a comprendere che l’allungamento della vita lavorativa comporta necessariamente una diversa impostazione delle fasce di età lavorativa, una diversa considerazione del lavoratore maturo - valorizzandone la ricchezza esperenziale (che noi chiamiamo "capitale umano") e non considerandolo una zavorra - allora qualcosa migliorerà. E questo non solo da parte delle aziende, ma anche da parte delle Istituzioni che devono creare una rete di sostegno efficace ed efficiente in coerenza con il dettato europeo, ma soprattutto in linea con altri paesi europei che da anni hanno adottato tale linea (Danimarca, Olanda, Scandinavia, Inghilterra, parte della Francia etc.).

In base all’Istat, “I dipendenti con almeno 15 anni di anzianità aziendale percepiscono una retribuzione annua superiore del 61,4% rispetto a quella dei dipendenti che sono stati assunti da meno di 5 anni.” Dottor Zaffarano, non ritiene che l’accantonamento del lavoratore adulto sia strumentale?

Se per strumentale si intende che si rifiuta il lavoratore maturo perché “costa troppo”, è vero. È naturale che ciò accada, ma l’azienda così facendo si comporta in modo miope, non accorgendosi che la strumentalizzazione si ritorce negativamente anche su se stessa.

Infatti un lavoratore maturo ha una grande capacità di problem solving, di iniziative, di inventiva, di minor tempo per adottare le soluzioni e di reazione alle modificazioni delle esigenze di mercato; alla fine il maggior costo viene rapidamente assorbito. Certo è possibile trovare anche giovani in gamba e capaci di adattarsi bene alle situazioni aziendali, di portare freschezza di idee ed iniziative. E allora? Allora quando si fanno delle scelte non è sempre bene guardare al solo aspetto economico, ma anche all’apporto di capitale umano che una persona può dare, indipendentemente dall’età.

Bisogna far comprendere alle aziende e alle istituzioni che se si vuole crescere e rimanere sul mercato occorre fare affidamento sul patrimonio delle persone e non mortificarlo fino all’annullamento. Il vero patrimonio è quello di saper far convivere il giovane e l’anziano, all’insegna della solidarietà intergenerazionale, in un equilibrato mix che varia da azienda ad azienda.

La disoccupazione adulta, in Italia, è una disoccupazione di massa, da paura, che si abbatte su milioni di persone e famiglie, eppure è ancora misconosciuta e sottaciuta da partiti e movimenti. Anche nella campagna elettorale delle politiche 2013 la disoccupazione adulta – come fenomeno sociale da contrastare con politiche mirate e qualificate – è stata ignorata; intanto un dilagante e drammatico problema sociale, che richiederebbe provvedimenti immediati, rimane senza prospettiva di soluzione! Dottor Zaffarano, cosa pensa in merito?

La nostra associazione è definita apartitica, ma non dimentichiamo che dobbiamo avere come interlocutori i partiti politici, se non altro perché sono la nostra naturale interfaccia per costruire qualcosa a livello istituzionale.

Nell’ultima campagna elettorale il tema del lavoro è stato affrontato per quel tanto che basta a risvegliare il voto e non a trovare ipotesi solutive. Si è parlato demagogicamente della disoccupazione giovanile o femminile, ma mai o raramente della disoccupazione in età matura.

Abbiamo contattato oltre 300 candidati tra elezioni politiche ed amministrative regionali, ai quali abbiamo sottoposto il problema. Una sessantina ha risposto, ma solo 30 si sono dimostrati interessati al problema, e quelli che sono stati eletti saranno da noi contattati per mantenere l’impegno preso.

La cosa più sconcertante è stata constatare che i partiti che storicamente hanno le radici nella difesa dei lavoratori si sono dimostrati i più refrattari e meno sensibili al problema. Altri, che per logica ne sarebbero lontani, hanno dimostrato un interesse, pur debole. Altri ancora sono rimasti del tutto assenti. Insomma non hanno ben compreso la dimensione del problema e i gravi risvolti sociali.

Di fronte a questo panorama abbiamo compreso che la strada da compiere è in notevole salita e non si presenta certamente facile. Ma non disarmiamo, perché crediamo che in futuro il tema verrà compreso.

Anche i media stanno pian piano occupandosi del problema, lanciando sempre più spesso servizi con lavoratori maturi. Ma ci abbiamo messo dieci anni, abbiamo combattuto strenuamente, non mollando mai. E non molleremo certamente ora.

Luchino Galli

Questo articolo è stato pubblicato qui

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