Se la politica e i media i soffermano sulle violenze commesse dall'1% degli elementi "facinorosi", invece che ragionare sul disagio del 99% dei manifestanti; Ecco, se anche Soros e Draghi dicono di stare dalla nostra parte, o mentono oppure significa che non ci ascoltano, e forse questa è la causa della violenza. Mancanza di dialogo.
Gli scontri che ci sono stati il 15 ottobre hanno generato già dalle prime ore dibattiti sulla rete, con diversi commenti e le più disparate analisi: c'è chi pone l'accento sull'inefficacia delle forze dell'ordine per non aver isolato gli elementi pericolosi dall'inizio; c'è chi parla addirittura di eventuali elementi “infiltrati” nelle forze dell'ordine, chi al contrario sottolinea la gestione discutibile degli organizzatori della manifestazione o chi punta il dito su un clima eversivo creato da elementi politici estremisti. Insomma, diverse interpretazioni e dietrologie (anche strumentalizzate politicamente) che però partono dallo stesso punto: l'esplosione di violenza di sabato.
Chi sperava di far fallire la manifestazione, mettendo in evidenza la forma della protesta su un piano superiore rispetto al contenuto, ci è riuscito perfettamente: il cuore del dibattito non è più l'indignazione dei cittadini, che manifestavano contro un sistema finanziario e politico che ha ridotto enormemente l'orizzonte lavorativo della nuova generazione; ma il discorso si è spostato sulle violenze che ci sono state.
Esiste tutta una letteratura a riguardo che argomenta come negli ultimi decenni, nelle diverse città occidentali (Parigi, Londra, Atene), con la vittoria del sistema globale e con quella che viene chiamata “crisi delle ideologie” si è perso quella spinta tipicamente rivoluzionaria e quel bagaglio di idee (e perché no, di ideali) che caratterizzava le manifestazioni e gli scioperi del passato. La crisi della rappresentazione politica determina una crisi anche di contenuti politici e rivoluzionari . Le nuove proteste nascono e si dileguano con un'impressionante facilità e liquidità sconosciuta prima (Movimento viola, Indignati etc…).
Non più rivoluzione, ma rivolta. Non si riesce a pensare e costruire la dimensione “positiva” e progettuale del domani, ma sono manifestazioni e esplosioni che nascono in “negativo” (non vogliamo questo.). Mentre i vari media invece che interrogarsi sulle cause e motivazioni che hanno spinto il 99% dei manifestantia scendere in piazza; si soffermano sull'1% che ha distrutto le piazze.
Noi – più umilmente- per riuscire a descrivere questo disagio (esterno e interno), cioè disagio esistenziale causato dalla precarizzazione della vita, e disagio di idee, cioè della possibilità di trovare un'alternativa. Preferiamo la forma dialogica.
Oggi, in tutte questa analisi che ci sono stati nei media, quello che manca è uno spazio di incontro e conclusione. Sembra che si parlano linguaggi diversi, che non si incontrano.
Pertanto, per “trarre le somme”, noi preferiamo la forma dialogica: e chiediamo ad Armando, un giovane studente di filosofia (della Federico II di Napoli) che viene dalla periferia della provincia di Napoli, di raccontarci un po' la sua visione.
Armando, innanzitutto raccontaci quali sono state le tue prime impressione, in seguito alle manifestazioni del 15 ottobre. L'opinione pubblica si divide: c'è chi lamenta una strumentalizzazione politica che avrebbe fomentato la guerriglia, o chi invece esalta l'operato della forze dell'ordine. Quali sono le tue opinioni in merito?
E’ fin troppo chiaro che certe "guerriglie" hanno un’utilità politica. (Sia a destra che a sinistra).