Dall’Afghanistan ai servizi segreti. Intervista con Hamid Mir, biografo di Bin Laden: "è ancora vivo"
Hamid Mir, conosciuto per essere il biografo di Osama Bin Laden è uno dei più importanti giornalisti pakistani. Attualmente è direttore di Geo TV. Accusato dai Talebani di essere un agente della CIA, e dalla CIA di essere legato ai talebani, Mir è sotto sorveglianza da parte dei servizi segreti pakistani per i suoi articoli che scavano nelle contraddizioni del Pakistan. Un giornalista libero, minacciato, ma che non si arrende. Un colloquio sul presente del Pakistan, sulla guerra in Iraq e Afghanistan, le rivolte africane e naturalmente su Osama Bin Landen e Al Qaeda.
Mi parli della situazione attuale in Pakistan, soprattutto dopo il mandato di arresto di Musharraf?
Il Pakistan è stato la nazione più pericolosa al mondo dal 2007 al 2009. David Calculen, consigliere militare statunitense aveva previsto il collasso del Pakistan in sei mesi nel marzo del 2009, ma il Pakistan è sopravvissuto. Lentamente e gradualmente una democrazia, anche se debole, ha costretto i talebani a lasciare la valle di Swat. Gli attacchi suicidi sono diminuiti nel 2010 e il merito va sia ai politici quanto alle forze armate. Entrambi si sono sacrificati. Il sacrificio più grande è stato quello di Benazir Bhutto. Qualche giorno prima del suo assassinio, nella sua casa di Islamabad, mi aveva detto che Musharraf l’aveva tradita dichiarando lo stato di emergenza. Mi ha detto “Musharraf voleva che tornassi dopo le elezioni, ma sono rientrata prima. La mia vita è in pericolo, Musharraf ha provato a uccidermi a Karachi il 17 ottobre del 2007, ma sono sopravvissuta, se io sarò attaccata e uccisa, Musharraf sarà il responsabile della mia morte”. Mi disse di non diffondere le sue confidenze ma divulgare il tutto solo dopo un suo possibile assassinio. Ho mantenuto la promessa denunciando Musharraf in un reportage sulla morte della Bhutto andato in onda nel dicembre del 2008. Sono stato l’unico giornalista pakistano che ha reso testimonianza alla commissione investigativa dell’ONU. Io credo che Musharraf sia responsabile della morte della Bhutto. Ha siglato un accordo segreto con i talebani qualche giorno prima dell’assassinio e ha rilasciato alcuni terroristi. In cambio loro hanno organizzato l’omicidio. Il tribunale ha citato in giudizio Musharraf, ma non si presenterà perché ha ancora l’appoggio degli Stati Uniti. Un giorno credo che pagherà, almeno per aver abrogato la costituzione del Pakistan nel novembre del 2007, per questo è stato dichiarato usurpatore dalla corte suprema nel luglio del 2009.
Lo stato attuale del giornalismo in Pakistan: c’è libertà d’informazione o è solo apparenza?
“Sì, la libertà di stampa è un problema in Pakistan. In apparenza è garantita piena libertà ai media, ma la realtà sul campo è differente. La mia nazione è diventata la più pericolosa per i media nel 2010. Ben diciotto colleghi sono stati uccisi sia dai talebani sia dai servizi di sicurezza. Personalmente ho perso tre cari amici tra il 2009 e il 2010. Uno di loro, Musa Khankhel è stato ucciso a Swat mentre provava a salvarmi la vita. Abbiamo perso altri due colleghi dall’inizio del 2011. La mia vita è minacciata in questi giorni. Elementi pro Musharraf non sono felici per i miei articoli. Provano sempre a darmi una lezione. Mi minacciano con diversi metodi. Mi hanno bandito dal mio lavoro per quattro mesi nel 2007, di nuovo nel giugno del 2008 e hanno provato a coinvolgermi in un finto omicidio nel 2010, ma non ci sono prove contro di me in nessun tribunale. Hanno provato a usare una conversazione telefonica falsa, nella quale parlavo con alcuni militanti anti governativi e chiedevo che uccidessero alcuni agenti dei servizi di sicurezza già rapiti dagli stessi militanti. Difatti i militanti mi avevano già minacciato prima di queste false accuse e i servizi segreti non hanno prodotto una prova credibile contro di me. Inoltre non piaccio alla CIA, non amano i giornalisti pakistani che fanno troppe domande. I talebani pakistani mi hanno minacciato apertamente più volte. Mi hanno arrestato a Swat con il mio cameraman e il mio produttore. Siamo stati liberati solo dopo l’intervento di anziani del luogo. Sono sottopressione da ogni lato ma continuo a scrivere la verità. E’ la mia vita. Il rischio è il bello di questo lavoro e forse un giorno diventerò una vittima di questa bellezza, come tanti altri”.
Intervista favolosa, ma se Bin Laden fosse vivo sarebbe ridotto molto male... E se fosse morto quasi nessuno dei suoi simpatizzanti avrebbe interesse a dire che è morto..
Di fatto da molto tempo non si vede nulla, né con le parole né con i fatti...
Ma i talibani sono i talibani e solo un’epidemia di origine divina può eliminarli