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di Ezio Petrillo giovedì 11 agosto 2011 - 0 commento oknotizie
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Da Londra ai mercati: o la Borsa o la vita

La prima crolla, l'altra brucia a Londra. É necessario scegliere

Da un lato, quello pulito, profumato, non privo di aria condizionata ci sono le Borse a picco. Scendi più in basso con lo sguardo e vedi le fiamme. Persone che appaiono losche, con vestiti di periferia, incappucciate, saccheggiano la città simbolo in Europa delle libertà individuali, dell'integrazione tra popoli di etnie diverse. Almeno così ce la raccontano. Sarà che la città biopolitica del terzo millennio, in cui ad ogni “stile di vita” corrisponde un quartiere, un confino al riparo dalle risorse private e privatizzate dei Centri, finora non aveva mostrato crepe, ma i segni strutturali di cedimento ci sono tutti. E da tempo.

Immaginate un mondo in cui si decide che per vivere bisogna possedere denaro. E il denaro deriva dalle risorse. E le risorse stanno in una Parte del mondo. Quel mondo si attrezza, organizza spedizioni oltre-oceano pur di assicurarsi la materia. Prima. Poi torna, organizza la propria società in modo rigido e disciplinato. Alla mercè della merce. Decide di far circolare gli oggetti, per accumulare nuovo denaro. Esportazioni, importazioni. Poi si inventa il modo di prodursele da sé le merci. La fabbrica. Io proprietario della stessa, decido che posso acquisire quindici ore su ventiquattro del tempo di un individuo in nome del “progresso”. Dell'accumulo. Lui, il lavoratore, è contento, riceve il salario. Certo non è molto, ma gli do quanto basta per vivere in un maniera che ho scelto io. Ossia secondo l'accumulo di denaro. Lui si incanala secondo una vita quanto più somigliante alla mia ed io, che già ho in mano il capitale, quasi quasi non mi accontento.

Vedo che vivo in uno Stato che tutto sommato tutela me e non il lavoratore di quella fabbrica. Vedo che non ci sono molti limiti al mio accumulo. E allora cosa faccio? Questo Stato non mi basta, voglio andare oltre. Superare le frontiere commerciali. Lì fuori ci saranno tanti nuovi aspiranti lavoratori a quindici ore al giorno. In fin dei conti di gente povera il mondo è pieno. Perchè non approfittarne? La guerre tra Stati “moderni” non esistono più. La guerra fredda è finita. Tutti i muri sono stati abbattuti. Sapete che vi dico? Sposto la mia fabbrica. Vado ad Est. Lì troverò lavoratori disposti ad accumulare danaro in cambio di quindici ore al giorno del loro tempo. Qui no.

Vogliono lavorare “solo” otto ore. Vogliono diritti. Pretendono di non essere licenziati. Nel frattempo sono passati secoli di storia dall'inizio, da quando si è deciso di incanalare la vita “all'occidentale” secondo le regole del mercato libero. In questi secoli l'Europa ha accolto manovalanza. Sud-Nord. Sud-Nord. Il mantra. Sono state allevate tante piccole vite disperate in fuga dalle guerre scatenate da quella sottrazione di risorse di cui sopra.

Vite confinate ai margini, dentro casermoni impersonali dove chi rappresenta quello Stato che ha consentito tutto questo, indossa sempre una divisa e porta la pistola per controllarti, per disciplinarti. Il gioco ha retto tanti anni. Un equilibrio che sembrava apparentemente stabile. A un certo punto si è deciso di non dare più. La casa popolare ok. Il lavoro ok. Il salario basso ok. A un certo punto stop. Nell'esatto istante in cui la tecnologia andava avanti e mostrava prodotti sempre più raffinati e profumati, i diritti delle popolazioni ai margini hanno proceduto in senso opposto. Niente più case. Niente più lavoro. Niente più salario. Via via sempre più in basso, sempre meno.


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