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di Maurizio Fiumara (sito) lunedì 6 dicembre 2010 - 0 commento oknotizie
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Crisi di governo. La rivoluzione che non faremo

Il Maestro Monicelli, da poco scomparso, riflette ad alta voce nell’intervista a Raiperunanotte augurandosi, per il nostro Paese, quella rivoluzione che, a differenza di altri Stati, non ha mai compiuto, forse per pigrizia, forse per ignoranza, forse per ‘non si sa’.

Di certo, gli italiani sonnecchiano un po', tirano a campa’, guardano la tivù, ripetono obnubilati gesti e frasi modaiole. Non reagiscono ad un sistema che (a sentir dire) sta stretto a molti.

Anche i neolaureati, si fanno bastare mansioni (avercene!) inadeguate alla loro formazione, pur di non doversi incasinare la vita con lotte (di classe) per le quali potrebbero anche sbucciarsi un ginocchio. Non li si può biasimare. Ma fino a che punto?

L’ideologia è morta in sudditanza al pensiero maggioritario. E anche le categorie sono saltate. Possiamo imbatterci in moderati di sinistra ed ‘irrequieti’ di centro, omosessuali che votano Lega Nord, comunisti che non mangiano più i bambini e credono in Dio, e ministri di Dio che digiunano il suo Amore, ma assaggiano i bambini. Dal caos nasce la forma, ricorda Eugenio Scalfari a questo proposito. 

Ma, bisogna riorganizzarsi, cominciando con l’affrontare con onestà di pensiero un semplice, ma fondamentale, interrogativo: siamo pronti?

Perché ‘il problema’ è noto, smodatamente diffuso, maledettamente scomodo. Non si chiama Pdl, Fli, Pd, Idv, presidente del Consiglio, laicità, cattolicesimo, razzismo. E’ molto più ampio, arriva da lontano, si ha paura di evocarlo, e porta il nome 'esotico' di mentalità borghese.

Nasce intorno al XIII secolo ed è una forma mentis puramente utilitaristica, tipica del mercantilismo da cui deriva, fatta di convenzioni sociali, che poggia principalmente su due pilastri: il rispetto esteriore di ogni tipo di gerarchia (sociale, politica e religiosa); il desiderio esasperato di successo da ottenere ad ogni costo, purché reputazione e buona fama siano salve, e che sfoggia caratteri come l’educazione, la buona istruzione, il prestigio, la reputazione, il denaro, la vita comoda, la scarsa propensione al sacrificio, l’ipocrisia moraleggiante, la cortesia di comodo, le manifestazioni pubbliche di devozione, l’ostentazione del (finto) rispetto per le leggi, la sanzione sociale, il giudizio del prossimo. 

E’ causa delle insoddisfazioni primarie di ciascuno, il tassello determinante delle crisi economiche, del fallimento delle sinistre, del berlusconismo. E’ trasversale alle classi, possono detenerla l'imprenditore, l'operaio, l'impiegato, il farmacista, il panettiere o il bidello. E' individualista e troppo fortemente radicata nella cultura Occidentale per poter essere scalzata in quattro e quattr'otto.

E’ la vera zavorra intellettuale. E per liberarsene è necessaria una rivoluzione giacobina. Una rivoluzione che non faremo.

Come riporta la storica Anna Maria Nada Patrone, il "perfetto borghese" difende "i propri diritti ed i propri interessi ad ogni costo. Sottrarsi alla fiscalità cittadina, ad esempio, ritenuta troppo pesante, non è considerato un atto disonesto, ma lodevole perché permette di non intaccare i propri profitti", rendendo “l'etica borghese un'etica di classe, una morale che tende unicamente a salvaguardare i propri vantaggi e che non può, e non deve, essere condivisa da elementi appartenenti ad altri ceti”.


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