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Costarica: verità e giustizia per Sergio e Jerhy Rivera

Ad ormai 5 e 4 anni dall’omicidio dei due lottatori sociali a difesa dei popoli indigeni Nasö-Brörán e Bribri, impegnati in prima linea nel recuperare i territori ancestrali, i terratenientes continuano a godere della più completa impunità con il sostegno dello Stato.


Foto: Surcos Digital

Resta ancora avvolto dall’impunità il caso di Sergio Rojas e Jerhy Rivera, leader comunitari costaricensi uccisi a colpi di pistola per il loro ruolo di lottatori sociali a difesa dei popoli indigeni Nasö-Brörán e Bribri, durante il tentativo di recuperare i territori ancestrali di Térraba e Salitre.

A ricordarlo, di recente, è stato il giornalista Giorgio Trucchi nell’articolo Costa Rica: Organizaciones claman verdad y justicia por líderes indígenas asesinados. Sergio y Jerhy, una vergonzosa impunidad. Sergio Rojas, fondatore del Frente Nacional de Pueblos Indígenas (Frenapi) e dirigente indigeno Bribri è stato ucciso il 18 marzo 2019. Poco meno di un anno dopo, il 24 febbraio 2020, è stata la volta di Jerhy Rivera, leader indigeno Bröran, anch’esso assassinato.

Quanto a Sergio Rojas, è stato soltanto grazie alle proteste delle organizzazioni popolari che lo Stato ha ordinato che le indagini sul caso venissero riaperte, in un paese come Costarica, dove negli ultimi anni le minacce di morte hanno raggiunto gran parte dei leader indigeni comunitari. Tuttavia, la mancanza di prove, più volte ribadita nei tribunali, non fa altro che rafforzare l’impunità dei terratenientes e il debito storico dello stato costaricense con i popoli indigeni.

Anche per Jerhy Rivera sembra che sia impossibile trovare i colpevoli della sua morte, nonostante fosse stato oggetto di numerose minacce costantemente ignorate dallo Stato. Lo scorso mese di luglio, dopo soli tre anni, è stato rimesso in libertà il suo presunto assassino tra le proteste della Coordinadora de Lucha Sur Sur, che ha parlato di un vero e proprio passo indietro non solo nel campo della giustizia, ma anche in quello dei diritti umani,

Quella di Sergio e Jerhy è stata una morte annunciata. Il primo, solo poche ore prima di essere ucciso aveva accompagnato due persone della sua comunità a denunciare le minacce ricevute da alcuni proprietari terrieri e, lui stesso, era finito nel mirino dei terratenientes per aver rivendicato il diritto degli indigeni a vivere nelle terre ancestrali.

Nel 2015 la Commissione interamericana per i diritti umani aveva ordinato al governo costaricense di attivarsi per proteggere le otto comunità indigene del paese e ricordato che una legge risalente al 1977 vieterebbe la vendita di terreni all’interno delle riserve indigene, che invece lo Stato ha sempre disatteso se non addirittura incentivato. È stato proprio in questo contesto che le comunità indigene hanno deciso di battersi per riappropriarsi delle loro terre, sfidando le esitazioni delle Procure, rivendicando i propri diritti territoriali e parlando apertamente di “territori usurpati”.

“In Costa Rica c’è una totale mancanza di riconoscimento del diritto indigeno e una mancanza di rispetto per la legislazione nazionale e le convenzioni internazionali sulle popolazioni indigene. Da fuori tutti pensano che le cose qui vadano bene, che tutto sia tranquillo, ma non è così”, aveva spiegato Mariana Porras, esponente della Federazione costaricana per la conservazione ambientale (Fecon), a Giorgio Trucchi, ricordando che il sistema giudiziario costaricense archivia o respinge sistematicamente tutte le denunce, segnale evidente che non c’è alcun interesse a risolvere questa situazione.

A diversi anni dalle uccisioni di Sergio Rojas e Jerhy Rivera, purtroppo, nulla è cambiato.

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