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Contro tutte le paure - la vittoria di Obama

 

La vittoria di Barack Obama, nelle dimensioni travolgenti in cui si è manifestata, è storica per mille motivi. Vado in ordine sparso: un presidente nero; la possibilità per gli USA di riappropriarsi in modo credibile del ruolo di guida riguardo ai valori di democrazia, libertà e opportunità che avevano dilapidato negli ultimi anni; la prospettiva di riallacciare un dialogo con quella parte del mondo che non può e non deve essere vista solo come una minaccia al nostro stile di vita, alla nostra cultura, alle nostre credenze religiose. Si potrebbe andare avanti a lungo, ma vorrei porre l’accento su un aspetto in particolare.

Ci sono due parole che negli ultimi 30 anni, e precisamente da quando il mondo dei media ha assunto in prima persona il compito di veicolare i contenuti del dibattito democratico, si alternano nel costituire i "driver" di ogni grande movimento d’opinione. Queste due parole sono "speranza" e "paura".

Ecco, negli ultimi 15 anni la paura è stato il grande motore delle principali ondate di consenso politico. Questo fatto, che era ben chiaro da molto tempo agli "spin doctors" di ogni parte politica, è apparso lampante anche a molti "men on the street" dopo l’11 settembre, una data che ancora oggi costituisce l’ombra di ogni nostro retropensiero, quasi una chiave interpretativa unica di quello che succede nel mondo. "Andiamo verso un grande scontro con una grande massa di poveri e affamati che non vede l’ora di assaltare il nostro benessere e obliterare il nostro stile di vita": era questo, e lo è tutt’ora il paradigma che giustifica e legittima qualsiasi decisione politica ed economica, fino a incidere in ogni singolo aspetto della nostra vita quotidiana, influenzando tutti i giorni i nostri comportamenti, anche i più banali. 15 anni fa, per dirne una, se qualcuno chiedeva l’elemosina sui mezzi pubblici, magari una persona su 20 poteva anche estrarre la fatidica monetina. Ora siamo a una persona su 50.

A queste mille paure quotidiane si associavano le tante paure legate ai grandi trend che sono sotto gli occhi di tutti. E ciascuno di noi finiva per vederle più chiaramente nel proprio settore di attività. Coi miei tipici interlocutori, fatalmente, molti di questi timori riguardavano il processo di concentrazione dei mezzi di comunicazione, come principale ostacolo a un vero dispiegamento degli strumenti democratici. Nelle conversazioni con amici e conoscenti, in questi anni è tornato e ritornato il vecchio refrain secondo cui la democrazia è un’illusione fatta di riti effimeri, e che i media hanno il compito funzionale di svuotarla di contenuti. Proprio qualche giorno fa, a dare forma a questi fantasmi ci ha pensato l’ottimo Gigi Cogo, che ha condiviso su Friendfeed un vecchio video in cui l’immenso Pasolini anticipa largamente i nostri discorsi apocalittici. Cassandre "verticali" che poi si inseriscono nella più ampia paura di un mondo tendenzialmente malvagio che, a mezzo del vile danaro ("money is a crime") tende ad arricchire legioni di squali in grisaglia a scapito di una generica massa di inermi cittadini, colpevoli proprio del fatto di credere ancora in un sistema di regole a tutela dei diritti degli individui e degli interessi della collettività.



Premesso che Pasolini è ancora oggi l’unico intellettuale (o meglio, non-intellettuale) in grado di sconvolgermi non tanto coi suoi contenuti, ma con il candore e il rigore con cui li espone, forse la landslide victory di Obama dovrebbe far riflettere le schiere degli apocalittici a tutti i costi. Quelli il cui "finchè non lo vedo, non ci credo" diventerà un lontano ricordo quando ci saranno nuovi scetticismi da manifestare, perchè è con gli scetticismi ad oltranza, e in generale con la protesta, che è più facile costruirsi un’autorevolezza, piuttosto che addentrarsi nel campo minato degli entusiasmi e delle proposte, veri e propri assist a porta vuota per nuove cellule di scettici dormienti (quelli che una volta chiamavamo i "lurker").

Obama è la salvezza? Non lo so: non lo conosco. Per ora so solo che è un formidabile prodotto, con promesse che sono altrettante straordinarie "value propositions" in una politica ridotta a mero marketing delle idee. Il volto di Obama è un brand, proprio come lo era diventato quello di Giovanni Paolo II o di Che Guevara, con la piccola differenza che in quei casi il brand era nato dopo aver visto all’opera i rispettivi personaggi.

Ma questo non deve spaventarci: il brand di Obama era funzionale alla fase elettorale. E dobbiamo esserne felici, proprio perchè in questa politica dove non contano i programmi, ma le suggestioni, saranno molto più rapidi, anche sull’Europa, gli effetti del brand rispetto alle ricadute politiche vere e proprie, che hanno efficacia ormai "fuori tempo massimo" sulle scelte delle nostre frenetiche e ondivaghe cancellerie. Sarà - dall’oggi al domani - il volto di Obama e ciò che associamo alla sua immagine, e non i suoi programmi a far sembrare spaventosamente vecchi non solo Berlusconi, ma anche Brown, Merkel, Putin, Barroso e persino Zapatero.

Dopo, nella fase del "delivery", quando occorrerà rispondere alle aspettative degli elettori americani sarà invece bene che il brand di Obama lasci il passo alla persona, perchè Barack ha promesso il dialogo con tutti e - come ci insegnano i padri del Cluetrain - con un brand non si conversa. Ma nel frattempo, per una volta, proviamo a sognare con un leader mondiale spinto a tutta manetta dalle major di Hollywood e che - surprise surprise - si impegna pubblicamente per la net neutrality. Con un uomo che, pur potendo contare sui più sconvolgenti budget per la campagna elettorale tradizionale, non ha rinunciato a usare internet e i social media con tutte le loro logiche virali ed inclusive, promettendo di farne tesoro anche nella pratica di governo. Con un signore che oggi, semplicemente, ci ha ricordato che contro tutte le paure e tutte le cassandre si poteva sperare ancora nel funzionamento dei più antichi e polverosi meccanismi della più vecchia democrazia del mondo, in barba a tutte le stratificazioni e a tutti i poteri pregressi, in barba a tutte le caste e a tutte le posizioni acquisite. Una bella lezione per gli americani, ma anche e soprattutto per noi.

Commenti all'articolo

  • Di DD (---.---.---.140) 7 novembre 2008 12:51

    Scusami ma non condivido affatto quello che tu dici. Magari se vai su "Cosa Cambierà" sulla home puoi farti un po’ un’idea di quello che pensa la gente. Ti dico solo che é facile parlare finchè stiamo bene. Questa campagna elettorale é stata l’espressione più alta della finta dimocrazia, quella che illude, quella che inganna, quella che ti usa per i suoi sporchi affari, tramite stupidi sorrisi e tecniche psicologiche da quattro soldi. Se stiamo arrivando a una situazione estrema per il nostro sistema (economia, politica, incertezza per il futuro....) le elezioni americane sono la metafora migliore. Non ne abbiamo ancora abbastanza, d’altronde i nostri sistemi non sono ancora stati colpiti cosi’ tanto da un cambiamento che presto si verificherà. Non penso di convincerti con questo commento (le prove e le riflessioni le puoi trovare da solo), ma spero che almeno il tempo ti dimostri come l’approcio di analisi di partenza stesso che usi ( ecome te tanti altri) é sbagliato. Entro un mese avremmo già capito che Obama é inutile per il migioramento del mondo. Con i problemi che abbiamo e che si sa avremmo é davvero incomprensibile questo entusiasmo.
    Saluti

    • Di antonio pavolini (---.---.---.17) 7 novembre 2008 14:27

      mi sa che ti sei un pò sentito chiamare in causa... comunque nessun problema, se vuoi ne riparliamo tra un mese, quando - tra l’altro - bush sarà ancora presidente, visto che obama si insedia a gennaio.

      sono sicuro che, così come ho ricevuto privatamente e non molte testimonianze e gli apprezzamenti di persone che "si sbagliano" come me, arriveranno - e saranno benvenute - anche le opinioni discordi come la tua

      anche i primi, peraltro, hanno trovato quelle che tu chiami "le prove" e "le riflessioni" da soli. c’è la rete, per questo.

      in ogni caso non credo proprio che - scherzi a parte - tra un mese avremo tutte le risposte, per carità

      mi sembra che ci sia un pò troppa fretta, come se esistesse una "coda lunga delle opinioni" per cui dopo un mese che uno ha detto "c’è il sole" diventa subito popolare dire "era sbagliato, pioveva". c’è una nicchia di consenso di riflusso. ma è un riflusso pavloviano, di corto respiro.

      l’elezione di obama è una conquista non dei suoi spin doctors, ma di martin luther king, di malcom x, di gente che non ha vissuto abbastanza per vedere il frutto del proprio impegno. figurati se basterà un mese, o anche un anno, per vedere se io oppure te "avevamo ragione".

      a

  • Di gloria esposito (---.---.---.163) 7 novembre 2008 19:59

    Questo articolo mi piace davvero:analizza in concreto le potenzialita’ di Obama
    Tutto il resto sono chiacchere inutili,Barak non è ancora alla casa bianca.
    E tutto quello che dice il pezzo sulla storicita’ dell’evento è innegabile.

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