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Come l’indifferenza del mondo alimenta le atrocità in Medio Oriente e Nordafrica

Amnesty International pubblica oggi un rapporto sulle violazioni dei diritti umani avvenute nel 2018 in 19 stati del Medio Oriente e Nordafrica.

Il rapporto illustra come le autorità di tutta la regione abbiano spudoratamente portato avanti brutali campagne repressive per stroncare il dissenso e colpire manifestanti, società civile e oppositori politici, spesso col tacito sostegno di alleati potenti.

Il 2018 è stato l’anno dell’efferato omicidio del giornalista e dissidente Jamal Khashoggi, avvenuto all’interno del consolato dell’Arabia Saudita di Istanbul, in Turchia. Questo episodio senza molti precedenti ha provocato un oltraggio senza precedenti a livello globale, costringendo l’Arabia Saudita a indagare e addirittura spingendo alcuni stati a prendere decisioni raramente viste in passato, come la sospensione della fornitura di armi. Ma nel suo complesso la comunità internazionale non ha dato seguito alle richieste delle organizzazioni per i diritti umani per un’indagine indipendente delle Nazioni Unite, in grado di fornire giustizia.

Il tema dell’indifferenza, se non della compiacenza e complicità, dei principali attori globali si ritrova in tutti i capitoli del rapporto.

Proprio questo atteggiamento della comunità internazionale, che continua a chiudere gli occhi sulle violazioni dei diritti umani preferendo concludere lucrosi accordi economici e militari, alimenta il ciclo di violazioni incoraggiando i governi a commettere agghiaccianti violazioni dei diritti umani e dando loro la sensazione che non verranno mai chiamati a risponderne alla giustizia.

Stati come la Francia e gli Stati Uniti hanno continuato a fornire armi anche all’Egitto, che le ha impiegate a scopo di repressione interna nell’ambito di un massiccio giro di vite sui diritti umani. Mai come oggi nella sua storia recente, l’Egitto è diventato un luogo pericoloso in cui esprimere critiche. Le autorità egiziane hanno inasprito la repressione ai danni dei dissidenti alla vigilia delle elezioni presidenziali. Nel corso dell’anno hanno arrestato almeno 113 persone per l’espressione pacifica di opinioni critiche e adottato nuove norme per ridurre ulteriormente al silenzio gli organi d’informazione indipendenti.

Gli Stati Uniti si sono impegnato a fornire a Israele aiuti militari nei prossimi 10 anni per un valore di 38 miliardi di dollari, nonostante l’impunità di cui beneficiano le forze israeliane e il gran numero di violazioni dei diritti umani che esse continuano a commettere nei Territori occupati palestinesi.

Secondo il Centro palestinese per i diritti umani, l’anno scorso nella Striscia di Gaza le forze israeliane hanno ucciso almeno 180 manifestanti, tra cui 35 minorenni, nel corso delle proteste per il diritto al ritorno dei rifugiati. Il Consiglio Onu dei diritti umani ha istituito una commissione d’inchiesta ma Israele ha rifiutato di cooperare e le pressioni perché collaborasse sono state scarse se non nulle.

Amnesty International ha definito il 2018 in Iran come “l’anno della vergogna”. Sono stati eseguiti oltre 7000 arresti di manifestanti, studenti, giornalisti, ambientalisti, attivisti, lavoratori e difensori dei diritti umani. Tra coloro che hanno pagato un prezzo elevato per il loro attivismo, sono state le donne che hanno protestato contro la prassi abusiva e discriminatoria dell’obbligo d’indossare il velo.

In Arabia Saudita le autorità hanno arrestato e incriminato persone che avevano espresso critiche, accademici e difensori dei diritti umani. Nel mese di maggio almeno sono state arrestate, senza essere formalmente accusate, otto difensore dei diritti delle donne che avevano svolto campagne per l’abolizione del divieto di guida per le donne e del sistema del tutore maschile. Praticamente tutte le persone che difendono i diritti umani in Arabia Saudita sono ora dietro le sbarre o in esilio.

In Iraq le forze di sicurezza hanno ucciso e arrestato manifestanti. In Marocco decine di persone sono state condannate a lunghe pene detentive per aver preso parte a manifestazioni. Negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein i noti attivisti Ahmed Mansour e Nabil Rajab sono stati condannati rispettivamente a 10 e cinque anni per aver espresso opinioni sui social media.

In Algeria, attivisti e blogger sono stati presi di mira per aver criticato su Facebook le politiche governative. Le autorità di GiordaniaLibano e Palestina hanno a loro volta arrestato arbitrariamente attivisti e altre persone che avevano espresso critiche nei confronti delle autorità o per aver preso parte a manifestazioni pacifiche.

Le continue forniture di armi ai governi della regione da parte della comunità internazionale e la mancata sollecitazione, da parte di quest’ultima, di procedimenti giudiziari nei confronti dei responsabili di crimini contro l’umanità e ulteriori violazioni dei diritti umani hanno avuto un impatto devastante e duraturo nel tempo.

In LibiaSiriaIraq e Yemen )nella foto) anche nel 2018 sono stati commessi crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani. Centinaia di civili sono stati uccisi e migliaia feriti dalla coalizione guidata dagli Usanel corso dell’offensiva per cacciare il gruppo armato Stato islamico da Raqqa, anche a seguito di attacchi che hanno violato il diritto internazionale umanitario.

Per fortuna non è mancata qualche buona notizia.

Nel Maghreb sono entrate in vigore leggi per contrastare la violenza sulle donne e la Palestina seguendo il cammino di altri stati ha abolito la norma che consentiva alle persone sospettate di stupro di evitare la condanna sposando le loro vittime.

In Arabia Saudita è stato finalmente annullato il divieto di guida per le donne, anche se – come ricordato sopra – coloro che avevano svolto campagne proprio per questo obiettivo sono state arrestate.

Sebbene le relazioni omosessuali restino un reato nella regione, vanno segnalate due piccole vittorie per i diritti delle persone Lgbti negli stati in cui la mobilitazione della società civile è stata particolarmente forte: in Tunisia è stata presentata una proposta di legge per decriminalizzare le relazioni tra persone dello stesso sesso e in Libanoun tribunale ha stabilito che il sesso tra persone omosessuali consenzienti non è un reato.

Infine, in un contesto regionale contrassegnato dall’impunità, quegli stessi due stati hanno fatto passi avanti per accertare le responsabilità per le violazioni dei diritti umani del passato: in Libano, dopo anni di campagne della società civile, il parlamento ha approvato una legge che istituisce una commissione d’inchiesta sulle migliaia di sparizioni avvenute durante la guerra civile, mentre in Tunisia la Commissione per la verità e la dignità è riuscita a superare i ripetuti tentativi delle autorità di ostacolarne il lavoro.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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