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Per la Chiesa è arrivato il tempo di pagare

La querelle tra Radicali e mondo cattolico sui privilegi fiscali di cui godrebbe la chiesa ha raggiunto alti picchi polemici, sui giornali, tra i social networks e tra poco all'interno delle aule parlamentari, chiamate a convertire in legge il decreto governativo anti-crisi.

Mario Staderini segretario del partito di Marco Pannella ha dichiarato: "Non vogliamo tagliare i fondi a parrocchie e Caritas, ma solo far pagare le tasse a tutte le attività commerciali degli enti religiosi”.

Mentre l’Avvenire, organo della Conferenza Episcopale Italiana, ha scritto: “Da almeno quattro anni dimostriamo, dati alla mano, che gli enti religiosi che producono reddito pagano già tutte le tasse dovute; chi non lo facesse sbaglierebbe, e i Comuni hanno gli strumenti per accertarlo. Piuttosto il segretario dei Radicali spieghi come concilia la sua volontà di non voler 'tagliare i fondi a parrocchie e Caritas' con l'attacco suo e del Gran Maestro (del Grande Oriente d'Italia, ndr) all'8 per mille. E anziché prendersela con il mite popolo delle parrocchie, additando all'italiano stanco e triste e impaurito il facile diversivo del 'mostro cattolico', cacci fuori qualche idea per stanare il Gatto e la Volpe che evadono le tasse e se la ridono".

Da una parte il mite popolo delle parrocchie dall’altra l’italiano stanco triste e impaurito che preso dalla furia dell’antipolitica e del relativismo galoppante aggredisce la Chiesa,sono questi i termini della questione? No. Noi pensiamo di no.

È qualcosa di molto meno e forse qualcosa di molto di più. Semplicemente in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo, ciascuno deve fare (e dare) la sua parte. Forse in termini superiori a quello che è stato dato (e fatto) fino ad adesso. Nessuna istituzione sia civile o religiosa può sentirsi esclusa.

È legittimo (in questo caso forse sacrosanto) rivedere i rapporti che legano lo Stato e la Chiesa, per compiere un atto di trasparenza utile agli occhi sia dei credenti che dei non credenti. Chi si sottrae al confronto nuoce prima che agli altri a se stresso. Alla propria credibilità ed al proprio prestigio.

Qui non si tratta di vessare con tasse inique preti indifesi o sacerdoti di periferia, non si chiede di far pagare l’Ici per la basilica di Santa Maria Maggiore, o per la chiesetta di campagna, si tratta di stanare i privilegi che si annidano in ampi strati della societa italiana di cui la Chiesa cattolica fa invevitabilmente parte.

Non è un rigurgito di anticlericalismo o voglia di rivalsa di settori laicisti. È voglia di eguaglianza e giustizia veicolati attraverso un moto di protesta che investe un’istituzione, la cui ragion d’essere è ultraterrena, ma che in terra ha vari interessi, rami e ramificazioni.

Se l’apertura al prossimo e alle sue richieste dovesse provocare la perdita di una quota di potere temporale, la chiesa (o meglio i suoi fedeli) non potrebbe che giovarsene. È tempo che i Vescovi ed il loro giornale ne prendano coscienza.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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