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 Home page > Tempo Libero > Recensioni > C’è un sole che si muore. Racconti gialli e neri da Napoli e dintorni

C’è un sole che si muore. Racconti gialli e neri da Napoli e dintorni

Accidentalmente, mi è capitato fra le mani un libretto che colleziona racconti noir e gialli, ambientati in una estate napoletana e dintorni. Benché io sia molto riluttante con il genere, che sta monopolizzando ampi spazi dell’editoria, sono stato piacevolmente attratto dalla gradevolezza dei racconti. C’è un sole che si muore. Racconti gialli e neri da Napoli e dintorni. A cura di Diana Lama e Paolo Calabrò, Il prato, Padova, 2016, 12€ offre uno spaccato del mondo partenopeo, e delle vicinanze, che ammalia.

 Sono stato colpito dal fatto che ho riconosciuto ambienti e situazioni che mi erano familiari, ma sono stato anche accompagnato a visitare le loro profondità e il loro lato d’ombra. Undici sono i racconti ed undici sono le prospettive, accomunate dalla calura estiva. Si va dall’angosciante nevrosi delle vacanze balneari e dei loro riti ai misteri della casa dei nonni in cui due adolescenti vengono lasciati per un week end estivo, durante il quale scoprono che dietro le formalità piccolo borghesi imposte loro si nasconde ben altro.

Gli altri racconti si succedono in un caleidoscopio partenopeo in cui, dietro agli aspetti che ci sono familiari, si celano profondità misteriose. C’è un bar poco frequentato di un quartiere dormitorio ed una bionda fatale che coinvolge e trascina in una serie di guai e c’è un traffico losco a margine dell’ospedale Pellegrini: bar di periferia e complessi ospedalieri. Oppure, una perversione ed un omicida seriale, che si aggirano attorno ad una pizzeria: il cibo di Napoli, in superfice. E le camionabili deserte in cui si esercita la prostituzione, in un panorama di degrado surreale che, tuttavia, esercita una sua poeticità. L’esoterismo, un altro luogo topico della napoletanità, e i misteri criminali che lo intrecciano, viene rappresentato con una ambientazione fatta di antichi palazzi decaduti, di giardini e di pozzi, luoghi che il visitatore non distratto ha incontrato, chiedendosi di quali storie siano stati testimoni. Da ultimo, abbiamo una indagine che trascura un segnale troppo evidente per esser preso in considerazione, un detenuto che esce da Poggioreale e una reunion di compagne di università, che dal paese erano giunte a Napoli ed avevano goduto della libertà e della vitalità della città. Tutti aspetti che fanno parte della identità partenopea e di cui questo libretto, che si presenta come una modesta antologia di racconti gialli e noir, esprime il lato d’ombra e con ciò realizza una maggior complessità e completezza.

Infine vi è il racconto di Paolo Calabrò che si distingue dagli altri in quanto, oltre a descrivere una storia che ha a che fare con il pizzo –ahimè una realtà ben radicata-, gioca con una citazione da Poe: un racconto del maestro americano, in versione campana. Questo tema dà al racconto una specificità ed un peso particolari, in quanto integra un aspetto decisamente locale, come gli altri testi, con una narrazione che appartiene alla letteratura universale: ad ogni modo, molto gradevole e coinvolgente.

Se poi, questa collezione deve essere lettura di evasione, che sia almeno una lettura illuminante e dotata di una sua profondità. Per questo la raccomando vivamente.

Giancarlo Vianello

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