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di BarbaraGozzi (sito) giovedì 4 agosto 2011 - 0 commento oknotizie
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Breve excursus su ’Narrare - Dall’Odissea al mondo Ikea’ di Davide Pinardi - parte II

La prima parte QUI.
 
 
“Una delle modalità utilizzate più frequentemente per falsificare una narrazione (senza attribuire, in questo contesto, un giudizio necessariamente negativo al termine falsificare) è proprio quello di modificare i rapporti gerarchici tra i segni che essa utilizza e la sintassi che li lega fra lori […] Accade alle grandi produzioni cinematografiche – con fallimenti altrimenti inspiegabili – e accade soprattutto alle grandi narrazioni politiche, giuridiche, storiche, scientifiche ecc.” (pag.23)
 
Data l’ampia materia affrontata da questo saggio, l’autore stesso dà voce a quella che potrebbe essere una domanda frequente nel lettore: Perché usare la parola narrazione e non altre?
 
Personalmente, dal momento in cui le prime venti-trenta pagine chiariscono i significati dei termini, contesti e approcci, mi sembra inutile andare a cercare altrove, altri termini, altri significati, altri distinguo. Ma Picardi ha ragione, la materia è complessa, diramata, sfaccettata e suscettibile di ‘aggressioni linguistiche quanto semantiche e contestuali’. Viviamo in un tempo ricco di potenzialità ma facilmente arido di comprensioni. E spesso la difesa più accreditata è proprio l’attacco, in questo le parole come ogni altro segno e forma comunicativa se presteranno sempre a repliche, differenti interpretazioni, confusioni, varianti.
 
Tornando alle responsabilità, c’è indiscutibilmente una responsabilità inalienabile in chi produce narrazioni, di qualunque narrazione si tratti e per qualunque ragione, finalità, obbiettivo, contenuto: la responsabilità di scegliere come farlo. Spesso ‘quando’ narrare e per quali ragioni farlo, non sono elementi che si scelgono consapevolmente (magari vengono imposti dal contesto professionale, le dinamiche del mestiere, o magari siamo noi stessi a imporceli per difenderci, per proteggere qualcun altro, per dare all’esterno una precisa ‘immagine’ di noi stessi, oppure è il momento a imporre un quando e un perché).
 
Il problema però, di queste responsabilità del narratore, sta nel riconoscerle, dunque in un qualche modo anche il narratario contribuisce direttamente al loro riconoscimento (se non al rispetto o all’ammissione di aver mancato). È comunque un legame, quello tra narratore e narratario, che non si recide solo perché i soggetti non si conoscono o perché non vorrebbero riconoscersi ruoli e per l’appunto doveri. È un legame poggiato sul tacito accordo che sta alla base delle narrazioni, un accordo ancor più ‘primitivo’ ovvero quello tra emittente e destinatario, un accordo senza il quale non ci sarebbe contatto, non ci sarebbe possibilità di comunicare, di trasmettere ‘un codice’ di qualunque tipo, forma, senso e ragione.

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di BarbaraGozzi (sito) giovedì 4 agosto 2011 - 0 commento oknotizie
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