E' nei momenti di crisi che gli uomini trovano il metro su cui si misura la loro statura.
Silvio Berlusconi, con il discorso tenuto ieri, ha dimostrato d'essere, come uomo di governo, un nano. Nulla di quanto ha detto è degno d'essere commentato; nulla è stato, anche lontanamente, all'altezza della situazione.
Ha tenuto un discorso di sapore pre-elettorale, o quasi, nel quale non ha altro che ripetere gli ottimistici ritornelli con cui ha condotto, con i risultati che vediamo, il Paese attraverso la prima fase della crisi. Nella parte più applaudita, solo e rigorosamente dai suoi tifosi, è sceso talmente in basso da ripetere i concetti che, da sempre, sono la consolazione degli sconfitti nei giochi della finanza. Ha detto, sitentizzando le sue parole, che con noi italiani, con il nostro debito e le nostre aziende, il mercato sbaglia.
Ha dimenticato, il grande imprenditore, la prima regola aurea che viene insegnata a chi si debba occupare di finanza: che il mercato, momento per momento, ha ragione per definizione; che il prezzo di un titolo è sempre, istante per istante, quello giusto. Il mercato sintetizza in una cifra, il prezzo di un azione o il rendimento di un titolo di stato, tutto quel che conosce della realtà; tutte le aspettative e le paure, derivate dalla propria conoscenza della congiuntura, di chi vi opera. Si può razionalmente ipotizzare che nel futuro il prezzo di una determinata azione salga, ma questa è, sempre e comunque, una speranza; la realtà oggettiva, il presente, è invece rappresentato dal prezzo.
Detto altrimenti, il prezzo non è solo il giudizio che il mercato dà della situazione, è la situazione.
Silvio Berlusconi, parlando dell'andamento della nostra borsa e dell'impennata del costo del nostro debito, avrebbe dovuto semplicemente ammettere di aver sbagliato; di non essere stato capace, con il proprio governo, di comunicare ai mercati la propria determinazione nell’affrontare la crisi. Di non essere riuscito a tradurre, in termini comprensibili agli operatori, e quindi meramente numerici, quella solidità di cui, a suo giudizio, il nostro paese godrebbe.
Abbiamo commesso questi errori, avrebbe dovuto dire alle due camere, e così intendiamo rimediare. Oppure, prendendo atto di non essere all’altezza della situazione, riconoscendo d’essere stato sonoramente bocciato dai mercati, ricordando di non essere un unto dal Signore o dal “popolo”, ma, ai sensi della Costituzione, semplicemente un presidente del Consiglio nominato dal Presidente della Repubblica e subordinato alla fiducia del parlamento, avrebbe dovuto presentare le proprie dimissioni.
Le frasi più condivisibile della giornata di ieri le ha pronunciate il segretario del PD. Bersani ha detto: "Nel nostro paese, che è impaurito, colpito da una crisi che non ha precedenti, sta montando un disprezzo verso la politica e le istituzioni. Una sfiducia inedita che sta bruciando a poco a poco quello spirito civico di cui avremo un disperato bisogno per reagire".
Sono perfettamente d’accordo. Mi viene spontaneo fargli però notare che lui, con il suo partito, rappresenta una parte non indifferente di quella politica verso cui sta “montando il disprezzo”. Esattamente come nel caso di Berlusconi, dovrebbe prendere atto che il “mercato” della politica lo sta bocciando; che questo disprezzo generalizzato verso la politica sta montando per l’incapacità, sua e del PD, di comunicare efficacemente, e di dimostrare nei fatti, di essere davvero diversi e migliori degli ormai impopolari (solo il 23% degli italiani, secondo l’istituto Piepoli, si fida di Berlusconi) partiti di governo.
La serietà di Napolitano . Forse volevi dire l’impalpabilità , l’insipienza e la retorica (...)
05/08 11:30 - paolo