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Autismo: gli odori “sociali” fraintesi e l’importante ruolo dell’olfatto

Le persone autistiche ad alto funzionamento interpretano odori come quello della paura, veicolato dal sudore, in modo opposto alle persone neurotipiche. Le diagnosi del futuro passeranno dal naso?

Eleonora Degano

SALUTE – I disturbi dello spettro autistico (ASD) sono spesso associati all’incapacità di chi ne soffre – si stima oggi un bambino ogni 160 – di leggere e interpretare gli stimoli sociali come le espressioni del viso. È uno dei motivi per i quali l’eye tracking, la tecnologia che permette di seguire i movimenti degli occhi di una persona mentre guarda una scena o un volto, è considerato uno degli approcci più interessanti e potenzialmente predittivi come ausilio per le diagnosi.

Vari studi hanno mostrato che i bambini con ASD non sempre osservano gli occhi, di norma tra i primi elementi ad attirare l’attenzione di fronte al volto di una persona che parla (ad esempio in un film), ma guardano altre parti del viso o ancora si concentrano sullo sfondo della scena o sugli oggetti. Eppure non sono solo visivi gli stimoli elaborati in modo diverso o “fraintesi”: anche gli odori fanno parte della comunicazione non verbale che gli autistici non leggono come una persona neurotipica. Di fronte a un odore che dovrebbe veicolare timore non reagiscono con paura, al contrario: la loro fiducia verso il prossimo aumenta.

Lo spiega un nuovo studio pubblicato su Nature Neuroscience, l’ultimo lavoro del gruppo di ricerca di Noam Sobel all’Istituto Weizman in Israele. Da anni questo team di ricerca studia il legame tra l’olfatto e l’autismo: pur non essendo il nostro senso “di punta”, percepiamo ed elaboriamo un gran numero di odori anche senza rendercene conto. Si dice – e la scienza lo conferma – che i cani possano annusare la paura, ma per certi aspetti noi non siamo da meno.

Prima di tutto i ricercatori hanno testato la capacità di un gruppo di volontari, autistici ad alto funzionamento, di individuare determinati odori comuni come il sudore umano. Hanno avuto la prova che il loro senso dell’olfatto funzionava in modo paragonabile a quello delle persone neurotipiche, il gruppo di controllo.

Poi hanno fatto loro annusare un campione di “odore della paura”, ovvero sudore raccolto da persone che stavano per lanciarsi con il paracadute, e un altro odore neutro, il sudore di quelle stesse persone prelevato durante un’esercitazione. Ed è qui che hanno iniziato a notare le differenze. Nè neurotipici nè autistici si sono accorti di aver annusato due odori differenti, ma le reazioni del corpo hanno parlato per loro: nei primi il sudore indotto dalla paura ha portato risposte coerenti, misurabili con l’attività elettrodermica (che registra il cambiamento dell’attività elettrica nella pelle), mentre l’altro no. Negli autistici è successo l’esatto contrario: sono diventati più ansiosi dopo aver annusato il sudore raccolto nei momenti di calma.

Una seconda fase dell’esperimento, nella quale i partecipanti dovevano interagire con dei manichini che emettevano quegli stessi due odori, ha portato allo stesso risultato: gli autistici interagivano con più fiducia con i manichini che emanavano l’odore della paura. Secondo Sobel e i colleghi sarebbe sbagliato dire che gli autistici sono incapaci di leggere le informazioni sociali presenti negli odori. Più semplicemente le fraintendono. I recettori olfattivi hanno un ruolo importante anche nello sviluppo del cervello, spiegano, ed è possibile che in presenza di un ASD la capacità di interpretare i segnali chimici prenda una direzione sbagliata. Negli ultimi anni, infatti, la ricerca ha mostrato che i recettori olfattivi non si trovano solo nel naso come pensavamo, bensì in una serie di posti tra i più disparati, dal cervello all’utero.

Per ora si tratta solo di ipotesi e i ricercatori sono estremamente cauti. Sarà possibile servirsi di queste informazioni per sviluppare degli strumenti diagnostici? Forse un giorno potremo diagnosticare un DSA già nei bambini piccolissimi, servendoci di un test dell’odore?

Non è da escludersi visto che appena due anni fa, proprio dal laboratorio di Sobel, era arrivato un primo risultato in questa direzione: studiando un piccolo gruppo di bambini, i ricercatori avevano scoperto che quelli con ASD annusano odori sgradevoli (come la sporcizia) e gradevoli (un profumo di fiori o un dolce) allo stesso modo, mentre quelli neurotipici aggiustano la respirazione il più velocemente possibile per evitare di annusare gli odori cattivi. Nel giro di una decina di minuti, un semplice test consentiva di distinguere tra un bambino con ASD e uno senza, con un’accuratezza dell’81%.

“Tutto questo dà la speranza che simili risultati potrebbero essere la base per lo sviluppo di uno strumento diagnostico che possa essere applicato molto presto, già nei bambini di pochi mesi”, concludeva già allora Sobel. E una diagnosi precoce è il primo passo per mettere in campo, il prima possibile, gli interventi terapeutici più adatti a ogni bambino.

@Eleonoraseeing

Questo articolo è stato pubblicato qui

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