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Asia Argento, Jimmy Bennet e la forza del #MeToo

di Cinzia Sciuto (*)

Secondo quanto ha rivelato il «New York Times», Asia Argento ha versato un risarcimento di 380mila euro all’attore Jimmy Bennet, che la accusa di aver abusato di lui quando aveva 17 anni.

Una vicenda che sarà di certo utilizzata dai suoi detrattori per gettare discredito sul movimento #MeToo. Io invece credo che da questa vicenda il movimento esca addirittura rafforzato e questa che possa rappresentare un’occasione per compiere un ulteriore passo di maturazione. E questo per due ragioni.

La prima è che senza il #MeToo non ci sarebbe stato il caso Argento-Bennet. Senza il clima creato dal movimento, senza la diffusione della consapevolezza che non è più accettabile abusare delle proprie posizioni di potere per ottenere favori sessuali e che gli abusi e le molestie si possono concretizzare anche senza forme di violenza fisica, Jimmy Bennet – sempre che le sue accuse siano fondate – non avrebbe probabilmente avuto il coraggio di denunciare Asia Argento.

Grazie al #MeToo a Bennet nessuno chiederà: “Perché non hai parlato prima?”.

Grazie al #MeToo a Bennet nessuno domanderà: “Perché non sei scappato? Mica eri legato al letto con le catene! Ti sei persino fatto il selfie dopo!”.

Grazie al #MeToo nessuno dirà a Bennet: “Ma dai, su, a un ragazzo di 17 anni non possono che far piacere le avance di una donna matura, bella e di successo”.

Grazie al #MeToo nessuno rinfaccerà a Bennet: “Il mondo dello spettacolo funziona così, lo sai bene. Se vuoi lavorarci, devi accettarlo”.

Grazie al #MeToo nessuno accuserà Bennet di essere stato complice di chi stava abusando di lui perché magari pensava di ottenere qualche parte in qualche film.

Perché il #MeToo ha scoperchiato il vaso di Pandora, lasciando uscire la melma che si nasconde nelle relazioni asimmetriche, nelle quali una delle due parti ha un potere nettamente soverchiante l’altra e lo usa senza tenere in conto l’altro come soggetto autonomo, ma lo tratta (talvolta persino senza esserne pienamente consapevole) esclusivamente come oggetto del proprio desiderio, del proprio piacere, dei propri scopi. O come strumento di conferma del proprio potere.

Una melma che non esclude affatto le donne, come è evidente. Perché quello che si denuncia è un sistema di potere: una questione dunque prettamente sociale e politica, non “naturale”, non un peccato originario di cui l’uomo (inteso come essere umano di sesso maschile) si è macchiato e da cui non può liberarsi, ma come meccanismo sociale e politico di cui gli uomini sono stati per secoli i principali (anche se non gli unici) protagonisti.

E qui veniamo alla seconda ragione per la quale la vicenda Argento-Bennet rafforza il #MeToo, e cioè che il valore delle cause non dipende dalla moralità e neanche dalla coerenza (sempre ovviamente auspicabile) di chi se ne fa portatore. I princìpi, i valori – quando sono fondati sulla ragione e la dignità umana – trascendono gli individui. Che Asia Argento rischi di rimanere schiacciata sotto il peso delle sue stesse battaglie dimostra che quelle battaglie hanno una forza intrinseca che neanche chi se ne è fatto portavoce può piegare ai propri personali interessi.

Il #MeToo non è un movimento strutturato, con una precisa piattaforma politica, ma un’onda nella quale ciascuna (e, da oggi dobbiamo dire, ciascuno) si inserisce con la propria storia e la propria sensibilità. Non escludo affatto, dunque, che qualcuno abbia inteso il movimento come una sorta di resa dei conti con il mondo maschile, al quale attribuire intrinsecamente tutti i mali del mondo. Una posizione non solo ingiusta, ma anche impotente: se così fosse, se il problema stesse nell’intrinseca natura di uomini e donne, non ci sarebbe nessuna battaglia da condurre. Ma questa è in realtà solo una superficiale patina, scostando la quale si vede facilmente (per chi naturalmente ha l’onestà intellettuale di voler vedere) la natura politica delle rivendicazioni del #MeToo. La vicenda Argento-Bennet deve dunque aiutarci a spazzare via del tutto quella patina, a dire finalmente in modo molto chiaro che qui non è in gioco una “guerra dei sessi” ma la denuncia di un sistema di potere.

(*) ripreso da www.animabella.it

Questo articolo è stato pubblicato qui

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