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Andrés e Pablo Escobar. La Colombia del narcofutbol

L'uscita della Colombia dal Mondiale dopo la sconfitta ai quarti per 2-1 contro il favorito Brasile rende onore a una nazionale che ha mostrato un bel gioco, tornando nel pantheon delle otto più forti al mondo, grazie anche a giovani campioni come il giustamente osannato James Rodriguez - uno che risolve le partite così:



Ma la sconfitta col Brasile cade a vent'anni da una ricorrenza che fece tremare il mondo del calcio: l'omicidio del difensore Andrés Escobar, terzino della nazionale colombiana, reo di aver commesso un autogol durante USA '94, nella partita che la Colombia perse 2-1 proprio contro gli Stati Uniti.

Ma chi era Andrés Escobar?

Andrés Escobar Saldarriaga nasce il 13/03/1967 a Calasanz, quartiere nord-occidentale della città di Medellín, nel cuore della Colombia andina. Medellín tra gli anni '70 e '80 è al centro del narcotraffico internazionale, ed è d'altronde la stessa città in cui muove i suoi primi passi criminali un altro Escobar, il ben più famoso Pablo.

L'Atlético Nacional de Medellín negli anni '70 diviene una tra le più importanti squadre del campionato colombiano, ed è qui che Andrés Escobar può finalmente debuttare in prima squadra, non ancora ventenne. La sua sportività in campo gli fa guadagnare il soprannome di El Caballero del Futbol: si tratta di un difensore prezioso per una squadra che vede tra i pali il celebre René Higuita, un portiere con il quale non c'era propriamente da star tranquilli.

Nel 1988 Francisco Maturana, selezionatore colombiano, lo convoca in nazionale. Sono gli anni della “generazione d'oro” del calcio colombiano, un periodo in cui la nazionale macina successi e si impone all'attenzione del calcio mondiale. Nel 1989, il Medellín vince la Copa Libertadores, e perde per un soffio la Coppa Intercontinentale, in finale con il Milan. Dopo una breve parentesi in Svizzera, Escobar torna al Medellín, dove si consacra come vero e proprio idolo dei tifosi. Nel 1991, la squadra vince il campionato.

A cosa si deve la vertiginosa ascesa del Medellín? Perlopiù a una fioritura economica che porta la firma del re del narcotraffico internazionale, Pablo Escobar. C'è il suo denaro dietro i campi di calcio e gli stadi, professionali e non, che fioriscono per la regione negli anni '70 e '80. Escobar investe soldi per la sua città, tentando di costruirsi una bella immagine, come una sorta di Robin Hood di Medellín: l'operazione funziona, in 25mila parteciperanno al suo funerale.

I cartelli comprano quote dei club per riciclare i soldi sporchi, gestiscono scommesse clandestine da capogiro e influenzano l'andamento del campionato. È il narcofútbol.

Pablo Escobar ha un debole per il calcio, l'ha sempre avuto. Quando nel 1991, braccato da più parti, si consegna alle autorità colombiane in cambio della garanzia sul rifiuto dell'estradizione negli Stati Uniti, Escobar ottiene il permesso di scontare la pena di 5 anni in una sorta di prigione privata, la celebre Catedral. È in quel suo tempio personale che Escobar invita a giocare Oscar Pareja, detto El guapo, ex-capitano dell'Independiente Medellin, l'altra squadra della città. Nel racconto di Pareja, la prigione dorata di Escobar ospita un campo da calcio ed è lì che lui e i suoi compagni, terrorizzati, giocano un'amichevole con il boss e le sue guardie. Escobar si complimenta con Pareja, ma prima di congedarlo lo rimprovera: “Perché quando giochi gridi contro gli arbitri? Non va bene: gli arbitri li paghiamo noi”.

Nel frattempo, nel 1990, Andrés Escobar partecipa al Mondiale Italia 90, dove la Colombia viene eliminata agli ottavi dal Camerun, grazie ad un gol di Roger Milla, che approfitta della sbruffoneria del portiere Higuita:


Le sorti dello stesso Higuita sono incindibilmente legate a quelle di Pablo Escobar: i due erano amici piuttosto intimi. La soluzione patteggiata dal narcotrafficante, scontare cinque anni chiuso nella Catedral, sembra non funzionare, il boss contravviene alle restrizioni dei domiciliari e il governo colombiano decide di agire definitivamente contro di lui. Nel frattempo è il 1993, e Higuita viene arrestato per aver fatto da mediatore nel sequestro della figlia di Luis Carlos Molina Yepes, ex dirigente dell'Atlético Nacional de Medellín, all'epoca latitante per accuse di narcotraffico e omicidio. Higuita incassa il denaro e senza dire nulla alla polizia, porta i soldi ai sequestratori, i quali rivelano dove si trova la ragazza. Il rapimento si conclude senza vittime, ma il portiere viene condannato a sette mesi di carcere, e per questo salterà i Mondiali del 1994. I soldi raccolti da Higuita, secondo alcuni, servivano proprio a finanziare l'ultima fuga di Pablo Escobar.



È una fuga che non avverrà mai. Il 2 dicembre 1993, un'azione congiunta del Search Bloc, corpo speciale colombiano, e dei Los Pepes, il gruppo anti-Escobar di Medellín fondato da Don Berna e Fidel Castaño, un tempo al soldo del re del narcotraffico, mette fine alla più grande leggenda vivente del crimine organizzato. Pablo Escobar, ormai sempre più solo, si trova a pranzo a casa della zia, nel barrio di Los Olivos, un quartiere popolare di Medellín. Alle 14 circa decide di chiamare la moglie, che si trova in un albergo di Bogotà. A rispondere al telefono è una donna che è in contatto con il colonnello Hugo Martinez, a capo delle operazioni per la cattura di Escobar. Martinez trova il modo di far rimanere il narcos in linea il tempo sufficiente a localizzare la chiamata. 55 minuti dopo, il Search Bloc arriva sul posto. Il boss verrà ucciso insieme ad Alvaro de Jesús Agudelo (detto El Limón) durante una fuga impossibile sui tetti della città (secondo altri, Escobar si sarebbe invece suicidato). La morte di Escobar getta nel caos il mondo del narcotraffico, ma anche del narcofútbol.

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Il cadavere di Pablo Escobar

Mentre l'attesa che circonda la nazionale colombiana prima dei Mondiali del 1994 (nazionale composta per metà da giocatori dell'Atlético Medellín) si fa sempre più pressante, il figlio di Luis Fernando Herrera, un giocatore dell'Atlético, la squadra di cui Pablo Escobar era protettore, viene rapito. Il riscatto richiesto è altissimo. Dietro l'operazione c'è un avvertimento dei cartelli ostili a Escobar: ora che il suo dominio è finito, gli equilibri di potere dei narcos, e del calcio, sono cambiati.

Dopo un appello del padre in televisione, il ragazzino viene rilasciato, ma il clima con cui la nazionale colombiana parte per le qualificazioni ai Mondiali è tesissimo. Nella gara decisiva con l'Argentina due volte campione del mondo, Andrés Escobar non è in campo. La compagine colombiana è accolta al grido di “narcotrafficanti!” dalla folla, ma la partita viene vinta con un sensazionale 5-0: il ct Maturana e le stelle Asprilla, Valderrama e Rincon, vogliono riscattare l'immagine del loro paese.



A USA 94, Il sorteggio è benevolo con Los Cafeteros, che finiscono in girone con Romania, Svizzera ed i padroni di casa statunitensi. La Colombia si complica la vita fin dalla prima partita, perdendo 3-1 con la Romania. Dopo la sconfitta, la stampa colombiana addita il giocatore Gabriel Gómez come uno dei principali responsabili della sconfitta. I cartelli detengono un ingente giro di scommesse sulla riuscita della squadra guidata da Valderrama, e hanno intenzione di fare pressioni per ottenere i risultati sperati. Il 22 giugno, alla vigilia del match decisivo con gli Stati Uniti, l'allenatore della Colombia riceve un fax anonimo: “Se gioca Gómez faremo saltare in aria casa sua e quella di Maturana”. Gomez non gioca (nonostante fosse il fratello del vice-ct, si ritirerà dal calcio quel giorno stesso) ma il clima che vede scendere in campo i cafeteros è a dir poco pesante.

Al Rose Bowl di Pasadena ci sono più di 90mila spettatori. La Colombia ha le carte in regola per vincere lo scontro, ma al trentacinquesimo minuto John Harkes, centrocampista americano, crossa un fiacco pallone da sinistra dentro l’area avversaria. Escobar cerca di anticipare gli attaccanti a stelle e strisce, ma la sua scivolata spinge il pallone nella propria porta, spiazzando il portiere Oscar Córdoba che era uscito sugli attaccanti USA.

Il giocatore è sbigottito, la Colombia non riesce a reagire: al 52' Earnie Stewart affossa definitivamente le speranze colombiane, realizzando il 2-0. Inutili il gol di Adolfo Valencia e la vittoria finale contro la Svizzera: sarà l'ultima partita di Andrés Escobar. La squadra, quarta classificata del gruppo A, torna a casa enormemente delusa. La stampa non è tenera con Escobar, che vuole solo lasciarsi alle spalle la sconfitta e ricominciare.

Il 2 luglio, nonostante l'allenatore e alcuni compagni di squadra gli abbiano consigliato di restare a casa, Andrés Escobar decide di uscire. Si reca in una discoteca, El Indio, con alcuni amici: ha intenzione di mostrare il suo volto, non vuole nascondersi. Dentro il locale, tre uomini riconoscono Escobar e iniziano a fissarlo e a gridargli, secondo la leggenda "grazie per l'autogol!". Andrés e gli amici decidono quindi di andarsene, escono nel parcheggio e salgono sulle proprie vetture. Mentre Escobar è in macchina, gli uomini continuano a urlargli contro: il giocatore torna indietro, si sporge dall'auto e giustifica il suo errore, commesso in maniera assolutamente involontaria. Il diverbio si infiamma, un uomo si fa improvvisamente incontro al veicolo, impugna una calibro 38. La punta contro il giocatore. Fa fuoco sei volte.

Secondo quanto stabilirà il processo, a sparare è un ex guarda del corpo, Humberto Muñoz Castro. Ma forse non è tutta la verità. La ricostruzione dell'omicidio offerta dal documentario Los dos Escobar di Jeff e Michael Zimbalist fa il punto sul coinvolgimento della criminalità organizzata.

Gli assalitori fuggono a bordo di un veicolo, di cui i testimoni segnano la targa: si tratta di una vettura che appartiene a uno dei fratelli Gallón. I Gallón erano narcotrafficanti un tempo amici di Pablo Escobar, poi passati ai Los Pepes, il gruppo anti-Escobar. Secondo quanto ricostruito da “Popeye”, ex braccio destro di Pablo Escobar, in prigione al momento dell'assassinio del calciatore, il motivo della morte del difensore sarebbe un diverbio finito male. Non c'erano in ballo scommesse, né tantomeno un diretto interesse dei cartelli in una mossa che li esponesse mediaticamente; semplicemente, dopo la scomparsa di Pablo Escobar, i Gallón non avevano paura di esporsi e colpire un personaggio famoso.

La nazionale colombiana è messa sotto scorta, i giocatori, sconvolti, assistono impotenti all'inevitabile crisi del proprio calcio.

Intanto procedono le indagini. Ma come? Dopo l'omicidio, i fratelli Gallón incontrano Carlos Castaño Gil, il capo dell' ACCU, organizzazione paramilitare di estrema destra, nonché fratello di quel Fidel fondatore dei Pepes. Carlos Castaño chiede 3 milioni di dollari per risolvere il problema dei Gallón: con quei soldi corrompe l'ufficio del Procuratore Generale. Le indagini prendono una piega repentina, il castello accusatorio si focalizza su Humberto Muñoz Castro, autista dei Gallón, il nome dei due narcotrafficanti non comparirà mai nelle indagini. Il giudice storce il naso: è piuttosto strano che un autista commetta un assassinio di propria iniziativa. L'accusa però non fa altri nomi, e Humberto Muñoz Castro viene condannato a 43 anni. Uscirà nel 2005.

Ai funerali di Andrés Escobar partecipano 120mila persone. Qualcuno sostiene che se Pablo Escobar fosse stato ancora vivo, ad Andrés Escobar non sarebbe accaduto nulla.

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Il funerale di Andrés Escobar

 

Foto: Sipa Press/Rex

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