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Di ’Un’ Giorgio Vasta: alcuni transiti tra analisi e scritture - parte I

Di alcuni autori pare più facile scrivere. E non è solo per la lunghezza o la ricchezza della biografia, men che meno per l’eventuale esposizione mediatica o conoscibilità entro eventi e iniziative. E’ più facile perché ci si ’appoggia’ alla convinzione secondo la quale ciò che scrivono parli anche per loro. Anche. Evidentemente entro dinamiche elastiche, che non devono ‘vedere’ nella lingua l’unica identità di chi la usa, che non devono ‘sentire’ nelle storie, le uniche ricchezze di chi le ha scritte, gestite, volute. Che non devono ‘percepire’ tra parole, gesti e comunicazioni, le uniche possibili conoscenze.
 
In una conferenza-dibattito del 22 febbracio 1969 presso la ‘Société française de philosophie’ Michel Foucault ha detto (conferenza poi divenuta saggio dal titolo ’Qu’est-ce qu’un auteur?’ pubblicato il 3 luglio 1969 in ’Bullettin de la Société francaise de philosophie’): “ il testo porta sempre in se stesso un certo numero di segni che rinviano all’autore”, ma anche: " [...] l’autore è un certo centro di espressione che, sotto forme più o meno compiute, si manifesta altrettanto bene, e con lo stesso valore, in opere, in brogliacci, in lettere, in frammenti, ecc. […] Sarebbe altrettanto falso cercare l’autore dalla parte dello scrittore reale quanto dalla parte di quel locutore fittizio, la funzione-autore si effettua nella scissione stessa – in questa divisione e a questa distanza."
 
Di Giorgio Vasta si è detto e scritto molto dopo l’uscita di ‘Il tempo materiale’, Minimum fax, ottobre 2008 (scheda on line della casa editrice, link in fondo nello scaffale –n.d.r.), e si è scritto in modi e termini vari, specialmente entro una dimensione di ‘scrittore’, ‘autore’, ‘narratore’.
Ma di Giorgio Vasta si scriveva e diceva anche prima dell’uscita del suo primo romanzo, in dimensioni legate alla letteratura ma entro mestieri meno da prima linea, almeno all’inizio, come ‘editor’, ‘consulente editoriale’, ‘insegnante di scrittura’ nonché ‘editorialista’ e ‘membro di redazioni’ come Nazione Indiana fino ad arrivare a ‘curatore’ di progetti editoriali.
Di Giorgio Vasta non è facile scrivere proprio per la sua poliedricità manifesta.
 
Fin ora l’unica occasione che ho avuto per ascoltare Giorgio Vasta è stata la scorsa primavera, a un corso di scrittura tenutosi a Carpi, nel modenese, curato da Davide Bregola, dove era previsto un suo intervento. Andai a quell’unico incontro, era domenica se la memoria non mi inganna, una domenica pomeriggio in una biblioteca multimediale rovente e affollata.
 
E ’il’ Giorgio Vasta che ho visto e ascoltato, quello che insegna, era tranquillo ma lucido, attento all’ambiente attorno (ambiente nell’eccezione di luogo e persone, nella fattispecie allievi), preparato e coinvolgente tra letture, spiegazioni, esempi, proposte. La dimensione di Giorgio Vasta che insegna mi è parsa fresca, sana, stimolante, come una continua sfida lanciata vicino ai bordi di ognuno, tra diversità soggettive, esperienze, età e mestieri. Questo è il ricordo che ho di quell’unico incontro, entro un evidente ‘fattore umano’ imperfetto che qui risente delle mie percezioni che possono essere deformanti, di certo unilaterali.
 
Eventualmente per ascoltare e vedere Giorgio Vasta è possibile avvalersi dei video su YouTube (link tra le fonti – n.d.r.)
 
Ma in altri ‘angoli’ è possibile evitare filtri o interfacce ’altrui’. Attraverso la scrittura. Prima però di tentare affondi tra lingua e sensi, propongo di seguito un intervento di Luca Giudici [*] che ha assistito a una recente presentazione milanese de ’Il tempo materiale’ e la resoconta entro una ’dimensione’ che, a mio avviso, rientra nella trattazione di quella che si può definire ’variabile umana autore’ (riprendendo e ricollocando in un contesto attuale, alcuni ragionamenti in parte riproposti poco sopra di Michel Foucault), un surplus apparentemente svincolato da libri, lingue, narrazioni, dunque ’evidenze di sostanze’. Apparenza capovolta, io credo. Il pezzo di Giudici allunga lo sguardo oltre i bordi dei fogli stampati:
 
(23 novembre 2009) < Ieri, alla libreria Utopia di Milano, Giuseppe Genna ha presentato Giorgio Vasta ed il suo romanzo, edito da Minimum Fax, "Il tempo materiale".
Premesse importanti: Giorgio Vasta è un esordiente, anche se in realtà è molto che lavora nel settore, il romanzo è uscito un anno fa, ha ricevuto una lunga lista di critiche più che positive, infine io non ho (ancora) letto il romanzo.
Infatti non ne parlerò.
Vorrei parlare dell’impressione, profonda e viscerale, che ha lasciato in me Giorgio Vasta.
Servono degli strumenti metodologici: quando frequentavo le aule universitarie, il compianto professor Fergnani, docente di Filosofia Morale, cercava di mostrarmi come affrontare un testo, e nel fare ciò sottolineava la intima necessità di ogni singola parola in un preciso contesto. Ogni parola aveva quindi un suo ’luogo naturale’, un suo domicilio eletto, in cui - e solo li - assumeva appieno il suo valore, il suo senso, il suo stesso scopo intrinseco. Il fonema, il suono, si riconosce nel contesto in cui viene espresso, e li trova la sua autenticità. Se comprendi appieno la logica interna del linguaggio (proprio dell’autore) capisci come e perchè in quel punto del ragionamento non ci poteva essere altro che quel termine, e quindi diventa trasparente anche l’obiettivo del ragionamento stesso, che a quel punto si dispiega come un sentiero nella foresta.
Sono quindi diventato molto esigente dal punto di vista del linguaggio. Considerando i miei (numerosi) limiti cerco di ottenere in ciò che scrivo una certa precisione terminologica, alla luce della convinzione per cui il linguaggio nasconda e disveli contemporaneamente la verità ontologica delle cose stesse. Nominarle per cui assume un valore mitopoietico e demiurgico, oltre che epistemologico.

Questa arte di cui vi sto parlando è compiuta da Giorgio Vasta in una maniera assolutamente superba. Ascoltare il suo dire è stato per me un fenomeno in prima battuta fisico. La sua costanza e la sua cadenza, nel momento in cui si sbilancia, nello sguardo e nell’intelletto, ad accogliere il termine dovuto in quel momento ed in quel luogo, sono state un respiro di pulizia filosofica.

Come in una fresca mattina invernale, se sei in montagna, l’aria pulisce il cielo e segna la pelle, per il freddo, così la parola di Giorgio Vasta sgombra nettamente il campo da ogni più picolo equivoco, tale è la pulizia della sua espressione, ma contestualmente segna, e taglia, perchè il suo dire è vicino al vero, e non lascia spazio agli agenti della mediazione e del compromesso.
Durante la serata Giorgio Vasta ha parlato a lungo, con un evidente desiderio di spiegare e trasmettere nel modo migliore possibile ciò che riteneva fosse scritto nel suo romanzo.
Solo in pochissime occasioni (due o tre) ha utilizzato riferimenti di tipo ’culturale’, ovvero ad altre opere letterarie o filosofiche, rammento una citazione de "la montagna incantata", una del Talmud ed una scrittrice bosniaca.
Ogni altro esempio, ogni altro concetto, è stato trasposto utilizzando gli oggetti.
Quegli stessi oggetti sottostanti al suo potere demiurgico, e rivelati dal linguaggio e dall’oralità.

Ma la cosa - per me - devastante, è stata l’insorgenza continua nel suo dire del background
che ha portato ai concetti in quel contesto espressi. Continuamente apparivano in controluce - come ombre cinesi - oppure in dissolvenza, come nel montaggio di un film, Foucault, Baudrillard, Debord, Deleuze, ed ancora, ancora più sullo sfondo, Platone, Aristotele, Eschilo, e Kant, Spinoza, Levinas. Era come stare in una sala dove tutti costoro erano presenti, per contribuire, ognuno per la loro parte, al suo dire.

La storia del mondo parla per bocca di Giorgio Vasta.
Ovvio che detto così sembra solo una frase ad effetto, ma se così non fosse non avremmo quella percezione di qualcosa di epocale, di unico, che invece perviene dal suo dire.
Come dice Giuseppe (Genna): la nostra generazione, questa Italia, si riflette in quest’opera.
Non lo so, lo scriverò appena letto il libro.
Certo comprendo meglio ora le considerazioni in merito fatte da Genna stesso e da Giulio Mozzi.
Eppure ancora più che altro mi afferro al linguaggio.
Dalla pubblicazione del romanzo si parla del valore linguistico dell’opera di Giorgio Vasta, ma non mi sembra di aver letto nulla sulla sua grandezza come cantastorie, come affabualatore - complice il suo essere picaresco.
Come Omero, racconta le storie del mondo, e le rende vere.

Come Don Chisciotte traduce in se il mondo intero.

Comunque vada la lettura de "Il tempo materiale", già da ora posso solo ringraziare Giorgio Vasta per gli orizzonti di potenzialità che mi ha mostrato. Non credo che esista una letteratura attuale, ma questo testo ha le carte in regola per voltarsi nella direzione giusta.>
 
Uscendo ora, dalla ’variabile umana autore’, recuperiamo alcuni brandelli di scritture.
 
C’è ‘un’ Giorgio Vasta, profondo conoscitore della narrativa italiana passata e presente, che emerge in interventi trasparenti, logici ma non complessi, che affondano tra pieghe e sviscerano nodi precisi, individuano ‘centri’. Come in un articolo apparso su La Repubblica del 10 Giugno 2009 (on line da Minima e Moralia, ‘ Quando parliamo della nostra generazione’, link tra le fonti – n.d.r.):
 
Quando usiamo espressioni come “la mia generazione”, “la nostra generazione” – spesso pronunciandole con orgoglioso autocompiacimento o con sottintesa recriminazione, sempre calcando sul possessivo che delimita i confini e marca le differenze – stiamo facendo una mappatura del tempo. Lo distinguiamo in zone cercando di riconoscere, nella filiazione o nel contrasto tra le diverse generazioni, una dialettica e dunque un cambiamento.

Rappresentazioni di questo genere valgono anche in ambito letterario: la generazione degli scrittori che hanno una quarantina d’anni, la “mia” generazione di scrittori, esiste in fuga. Nel senso che si allontana da qualcosa e procede verso qualcos’altro: non lo fa serenamente – e del resto nessuno lo pretende – e neppure con una consapevolezza inscalfibile, semmai come scappando da un’esplosione.

C’è il fungo di terra che si solleva e incombe ombrelliforme, detriti e fiamme che compongono un´immagine di potenza e caos, e da questo sfondo si materializzano le figure di chi scappa dalla deflagrazione. Perché la mia generazione fugge da un’esplosione che si è fatta monumento, una produzione di energia letteraria ferocissima che corrisponde a un numero di autori cospicuo e a un´altrettanto cospicua qualità. Questi autori sono Pasolini, Moravia, Morante, Calvino e gli altri scrittori monumentali del secondo Novecento italiano.

Il rilievo che alla mia generazione di scrittori viene mosso, un rilievo che spesso assume le proporzioni di un’accusa, è che questi autori sono quello che noi non siamo. Detto in altri termini, noi non siamo loro. Dovrebbe essere un semplice truismo ma non lo è. Loro sono l´esplosione mineralizzata, un´architettura di voci memorabile che riduce a sussurri, a mormorii se non a biascicamenti i nostri tentativi di scrittura. Il debito contratto con la loro generazione è inestinguibile: quello che possiamo permetterci è lavorare di rosicchio nutrendoci del credito immenso e insuperabile che chi ci ha preceduto è riuscito ad accumulare.

Da tutto ciò discende una conseguenza impressionante: considerare un’epoca della letteratura italiana – all´incirca quella che va dagli anni Novanta a oggi – come un tempo limbico, sospeso e inefficace, e una o più generazioni come epigonali, effetti secondari delle generazioni forti del passato (si ammette l´esistenza, al limite, di scrittori già attivi durante gli anni Ottanta, da Tondelli a Busi a Del Giudice), oggetto di un discorso critico e quasi mai soggetto attivo e incidente. Scrittori interstiziali, interlocutori, a tempo determinato, se non del tutto invisibili. […]Privi di riferimenti forti, non autorizzati dai padri, esausti della condizione di figli eterni, la mia generazione di scrittori è quella di chi – a ogni frase, a ogni visione – fruga in questo presente incerto e mi insegna che la complessità non è eccezione ma condizione dell´umano, e in quanto condizione dell´umano non va temuta ma attraversata ed esplorata, ininterrottamente restituita al mondo.

In Italia, adesso –
da anni o da alcuni mesi o persino da alcuni giorni e tra alcuni giorni e mesi e anni – ci sono scrittori che si impegnano ad annodare tra loro parole e a comporre frasi e a connettere le frasi per dare forma a romanzi e a racconti, scrittori che condividono una fiducia ostinata nel linguaggio come organo di senso (dove senso vuole risuonare in tutte le sue possibili accezioni). […]Ascolto le loro scritture, la forma del loro lessico e della loro sintassi, la prospettiva delle loro visioni, e so che queste sono a loro volta scritture in reciproco ascolto e in ascolto del mondo. Da questa generazione di scrittori io quotidianamente apprendo, e scopro che a interessarmi non è la messa a fuoco della mia generazione di scrittori, il confronto tra le diverse foto di gruppo, ma l´immersione nella mia generazione di scritture, nella loro germinazione, in questo moltiplicarsi di voci che carezzano il tempo contropelo e scartavetrano la storia e dilatano le nostre possibilità di percezione e conoscenza.”
 
Ma c’è anche ‘un’ Giorgio Vasta che si guarda attorno, si concentra sulla società di cui è parte, sulle dinamiche che vi ritrova, e le analizza entro dimensioni che dell’immaginazione si avvalgono per spiegare, dove la realtà diventa simbolo di se stessa, dove dei palloncini spinti dal vento hanno un peso specifico sociale attraverso una lingua raffinata e sciolta, che narra con la capacità dell’esperienza, delle conoscenze al servizio dei sensi. Testo pubblicato sulla rivista Mono (on line su Minima et Moralia, ‘L’Italia è un paese antigravitazione’, link tra le fonti):
“[…]Le leggi della gravitazione universale ci insegnano che se prendiamo in mano un oggetto e poi distendiamo il braccio e apriamo le dita, quell’oggetto non resterà sospeso nell’aria ma cadrà subito al suolo (unica eccezione, appunto, i palloncini pieni d’elio). Di volta in volta, secondo le caratteristiche fisiche dell’oggetto e la violenza dell’impatto, si produrranno conseguenze diverse, dalla frattura minima alla disintegrazione alla completa invulnerabilità. La prima conseguenza, però, quella che sempre e necessariamente si produce, è proprio la caduta dell’oggetto. Per il modo in cui è fatto il mondo, a partire dalla logica ferrea dei suoi meccanismi, alla causa «oggetto lasciato sospeso in aria» corrisponde l’effetto «oggetto che precipita al suolo».

Tutto ciò è, nella sua inevitabilità, ragione di conforto, il segnale manifesto dell’esistenza di un meccanismo condiviso.
Se immaginiamo un meccanismo analogo in ambito morale e nello specifico della realtà italiana contemporanea, scopriamo che le cose stanno diversamente. La legge morale alla quale ci siamo ogni giorno addestrati, alla quale ci siamo assuefatti e che abbiamo per intero introiettato, ci dice che un fatto teoricamente pesante, un fatto grave, nel momento in cui viene lasciato sospeso non cade, resta sospeso, gonfiato dall’elio del nostro cosiddetto carattere nazionale: la tendenza all’indistinzione, la riduzione al farsesco, l’incapacità storica di fare i conti con la responsabilità. In altri termini, al prodursi delle cause non corrisponde il prodursi degli effetti. Il fatto grave non genera conseguenze, e se le conseguenze – le responsabilità connesse all’analisi delle conseguenze – sono ciò che misura la dimensione dei fatti, è come se questi fatti non ac-cadessero.

La scorsa estate, osservando la testa di Berlusconi fluttuare nel cielo – e con la sua anche le nostre – ho pensato che la scomparsa della gravità, o meglio la violazione sistematica di questo meccanismo in ambito morale, è uno dei modi in cui l’Italia dimostra di essere un paese non leggero ma inconsistente. Osservando la testa di Berlusconi ondeggiare impalpabile e delicata sulla gente mi sono reso conto che adesso – un adesso che perdura da almeno una quarantina d’anni e che è riuscito ad accelerare vertiginosamente negli ultimi quindici – l’Italia è un paese nel quale, ad altezze diverse, dappertutto galleggiano palloncini, fatti inconseguenti, cause senza effetti, come nella parata di una festa infinita.
Osservando la testa di Berlusconi tremolare indistruttibile all’orizzonte, chinarsi un attimo per un colpo di vento e risollevarsi subito come un coltello a molla, ancora con lo sguardo radioso fisso nel futuro, ho provato una struggente nostalgia della gravità. E ho sentito che mi manca l’aria.”
 
Infine, non per un qualche ordine di priorità o altri criteri catalogativi, c’è ‘un’ Giorgio Vasta narratore, quello che scrive e impasta lingue ‘sue’, quello che sta dentro una storia costruendone strati, livelli, piani che dalla lingua si espandono, provano contatti con chi, dall’altra parte, tenta di non annegare.
 
[segue]

Fonti
Quanto parliamo della nostra generazione, Minima e Moralia;
L’Italia è un paese antigravitazione, Minima e Moralia;
Giorgio Vasta su YouTube.
Giorgio Vasta su Nazione Indiana.

 

Nello scaffale
Il tempo materiale, Minimum Fax, 2008.

 

Ringrazio Luca Giudici per aver permesso che il suo contributo diventasse collaborazione a questo ’transito’.

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[*] Luca Giudici è nato a Milano nel 1962. Vive a Novara e lavora come consulente finanziario presso un primario istituto di credito. Studi sparsi, svogliati e disorganici, rubati alla notte ed all’accademia. Laurea col massimo dei voti in Filosofia della Scienza, con lo staff di Giulio Giorello, in particolare Pietro Adamo e Corrado Sinigaglia. Ama la Science Fiction e la letteratura di genere. Coltiva Bonsai ed è spiritualmente vicino al Giappone, in tutte le sue espressioni, sia quelle più fortemente ideali che quelle artistico letterarie. Collaboratore de Il Recensore.com e di eventi e presentazioni nelle zone in cui vive.

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