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Depeche Mode live al Palaisozaki: luccichio anni ottanta in nuovi universi

Ci siamo impegnate tanto, questa volta, per riuscire ad avere la stessa fortuna dell’ultimo concerto a Milano e ad accaparrarci un bel biglietto parterre. Sfortuna vuole che i palazzetti siano più contenuti degli stadi e quindi l’unica soluzione siano stati i biglietti non numerati. Poco male, eravamo in 7, il gruppetto glorioso, che mai aveva condiviso e vissuto un concerto dei Depeche Mode.
 
Tour of the Universe, versione invernale: tracce dall’ultimo album disseminate qui e lì. Si parte in sordina con quella "In Chains" che molti considerano inadatta come primo impatto ad un concerto, ma che permette a tutto il pubblico di tirare fuori telefoni e macchine fotografiche per immortalare il gruppo sul palco. Si continua con "Wrong" e "Hole to Feed" scritto dal prolifico Eigner: pezzo molto bello ed energico, che però crea ancora momenti di imbarazzo soprattutto in anello ( ragazzi fatemi un favore, fate almeno lo sforzo di comprarli gli ultimi album, non accetto che si vada ad un concerto solo per cantare due canzoni che conosce anche mia nonna, per poi stare in silenzio e fermi un’ora). A noi comunque importa poco, cantiamo, balliamo, ci godiamo le chicche degli arrangiamenti, sempre con qualcosa in più, tanto da stupire e coinvolgere. Il ritmo serrato continua con i classici "Walking in my shoes" e "A Question of Time", con Dave protagonista ballerino e la sua asta del microfono rotante, arma degna di un super robot giapponese, la sensualità di "World in my eyes" che aspettai tanto a giugno e mai arrivò, fino a quello che definiamo “momento Martin”.
 
Quello che si sa è che il signor Gore ha una voce potente, che tocca l’anima, sceglie sempre l’atmosfera e quindi i suoi pezzi da solista sono trasformati di misura in ballate emozionanti. Per questo nuovo viaggio due nuovi pezzi inseriti in scaletta: "Insight" dall’album "Ultra", che sinceramente poco ricordavo, ma che ha coinvolto tutti ugualmente con il coro finale “You gotta give love” e "One Caress" apparso in "Songs of Faith and Devotion" (live) proposto normalmente con gli archi, sostituiti stavolta dal luccichio del vestito stile “uomo solo del circo” del Nostro, che faceva coreografia a sé, anche al buio, e che riportava alla mente i fasti degli anni ottanta come solo un vestito da palco di Martin sa fare.
 
La splendida "Home" ha commosso il pubblico, questa volta totalmente attento nel seguire l’immensa melodia a forza di voce, con la direzione d’orchestra di un professionista speciale.
 
Si riprende poi in accelerazione saltando a "Sounds of the Universe" con "Miles Away/The truth is", di seguito la socialmente impegnata "Policy of Truth", il rosso boudoir di "In your Room" da brividi e lucciconi, la graffiante "I Feel you", l’immortale "Enjoy the Silence".
 
Manca solo il gran finale, il coup de theatre del circo elettronico e carnalmente vivo messo in piedi dai Depeche Mode. Ed ecco l’oceano di mani su "Never let me down again", la passione in "Stripped", la civetteria nascosta in "Behind the Weel" ballabile come non mai e l’immancabile crollo, sfogo, coro all’unisono su "Personal Jesus".
 
Niente libera come ballare in un palazzetto stracolmo sui sospiri e l’accompagnamento ritmico di un genio come Christian Eigner, se ci siete stati sapete di cosa parlo.
 
E così un altro concerto è andato. Ciò che rimane: poca voce, male ai muscoli, calo di adrenalina e un po’ di tristezza, due ore da spettatore sembrano sempre troppo poche. Condividere tutto con le mie abituali compagne di viaggio è stato poi decisamente più importante, soprattutto girarsi e vedere una di loro protesa in avanti mentre si godeva a piena pelle e occhi la potenza di "Home"cantata live. Alcune serate non hanno davvero prezzo. Per tutto il resto...

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