La lingua parla, esprime, sputa, recupera. Attraverso la lingua, entro storie, voci, suoni e strati, la letteratura esprime.
Esprime ciò che è, nel momento in cui si scrive e divulga. Ciò che si è, entro intenti, finalità che sono espressioni di chi ha narrato.
Il fatto che in diversi autori italiani contemporanei ’ i corpi’ stanno emergendo, legando nelle differenze, esponendo, recuperando fors’anche, questa considerazione che è – secondo me - un fatto dimostrabile dagli scritti stessi, dalle pazienti analisi di parole, simboli, voci e spinte; questo fatto parla di chi siamo. Noi come società italiana. Noi come entità e identità.
Nella letteratura recente, insomma, si è (ri)preso a lavorare, plasmare, scarnificare, ingrandire, esporre, distruggere, riafferrare, annusare. I corpi.
Questo, che potrà diventare ‘fatto riconoscibile’, quando sarà possibile ‘mostrare’ che è o sta realmente accadendo; questo fatto comunque, ha bisogno di comprensioni, attenzioni, decodifiche.
In Italia.
Negli ultimi anni.
Dopo un novecento pesante [nel contesto specifico, si tratta di un peso in termini di “produzione di energia letteraria ferocissima che corrisponde a un numero di autori cospicuo e a un´altrettanto cospicua qualità” come scrisse puntualmente Giorgio Vasta il 10-06-2009 su La Repubblica. QUI il testo integrale on line che merita lettura attenta, anche alla luce di un "noi non siamo loro" che è esattamente una delle misure di questo progetto - n.d.r.].
Dopo decenni di frammentazioni di tempi e spazi(che tutt’ora impongono, annegando tra parole e separazioni ciò che pare essere uno status consolidato ovvero il correre continuamente, l’esserci e il non esserci entro restringimenti veloci).
Dopo collettivi culturali e sociali in frantumazioni progressive e costanti, irreversibili sostiene qualcuno.
Dopo implosioni entro dinamiche di stampa, di pubblicazione (quasi) senza filtri.
Dopo inversioni di equilibri durati secoli e che vedevano nel ‘chi scrive’ una cifra ridotta, rara dunque non di tutti, rispetto al ‘chi legge’.
Dopo crolli, perdite feroci, destabilizzanti, eppure silenziose che dalla lingua si sono diramate nelle storie, entro dinamiche di analisi sociali e umane (perdite di fondamenta, come l’impegno politico, la fede, la morale; perdite mutevoli, ancora in corso, sfilacciamenti instabili entro buchi comunque evidenti).
Dopo tutto questo c’è una rimanenza, come già scrisse Giulio Mozzi il 19 agosto 2009 [“La mia sensazione, dunque, è che da dentro questo resto che è il corpo dolente, al quale ci si riduce dubitando e dubitando di ogni esperienza, si possa parlare e raccontare.” Testo integrale dell’intervento con annessi commenti QUI - n.d.r.].