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Sea Watch 3. Disobbedire per obbedire come Antigone a una legge superiore

Tu da che parte stai? Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti rubando? Canta così Francesco De Gregori e la domanda non risparmia nessuno. Stai con chi salva vite umane o con chi arresta chi le ha salvate? Stai con chi chiede verità e giustizia per Giulio Regeni o con il paese che lo ha torturato e ucciso? Stai con chi dice che la legge è uguale per tutti o con chi pensa che qualcuno sia più uguale di altri?

di Fabiana Martini Articolo 21

È il momento di schierarsi, di scegliere da che parte stare, di uscire dal comodo terreno della neutralità, che spesso altro non è che complicità passiva. Di smetterla di dire che si è sempre fatto così o di giustificarsi nascondendosi dietro una norma. Di reagire e smetterla di pensare che non è possibile fare altrimenti, deresponsabilizzandosi con la scusa di aver obbedito agli ordini: ormai sono passati più di cinquant’anni da quando a Norimberga alcuni uomini sono stati puniti non per aver disobbedito, ma per aver obbedito. Per aver esercitato, non volendo deliberatamente sapere e vedere, quella che Hannah Arendt chiama stupidità e che poi si traduce nella banalizzazione del male.

È il momento di scegliere da che parte stare e nessuno è esentato dal farlo, perché come scrive Dostoevskij ne “I fratelli Karamazov” noi siamo tutti responsabili, di tutto e davanti a tutti, «e io più di un altro». La responsabilità è indivisibile, risiede in questo “rispondere presente” che ciascuno deve ripetere per se stesso, perché finché continueremo a pensare che tocca sempre e soltanto agli altri fare qualcosa nulla potrà mai cambiare. E non è vero che il mio gesto, il mio rifiuto, il mio dissenso non contano nulla: come afferma Frédéric Gros nel bellissimo saggio “Disobbedire”, «la scommessa della morale e della politica umane è di affermare che questa differenza che non fa alcuna differenza fa invece tutta la differenza: rappresenta l’insorgenza dell’io indelegabile. È questo io che disobbedisce». Nessuno può pensare al mio posto, nessuno può rispondere per me. «Se io non sono io, chi lo sarà al mio posto?» scrive Thoreau nel suo “Diario”. In fondo la disobbedienza altro non è che un dovere di integrità spirituale, un non tradire se stessi, un ribadire ed esercitare il primato della coscienza, un avvertire l’urgenza di reagire e la necessità di non obbedire più, uno sperimentare l’impossibilità di delegare ad altri la cura del mondo. In particolare in presenza di situazioni e di persone fragili. «Appena altri mi guarda io ne sono responsabile, anche senza dover assumere nessuna responsabilità nei suoi confronti: la sua responsabilità mi incombe» sostiene Lévinas in “Etica e infinito”.

Se certi poteri resistono la responsabilità è anche nostra: è il nostro eccesso di obbedienza che permette loro di durare. È l’inerzia collettiva che contribuisce a tenere lontane da approdi vitali le tante Sea Watch, che oscura le richieste di verità per Giulio Regeni e per tutti i Giulio e le Giulia del mondo. Ma c’è un modo per reagire: esporre gli striscioni gialli che le istituzioni hanno rimosso sui balconi di casa nostra e sulle nostre bacheche, non stancarsi di dare voce a chi chiede giustizia e a chi racconta la verità decostruendo le fake news che avvelenano il dibattito pubblico, utilizzare ogni sistema per uscire dalla dimensione personale della contestazione e organizzare forme efficaci di disobbedienza civile: affermazioni di umanità supportate da pronunciamenti autorevoli, come quello di Francesca De Vittor, docente di Diritto internazionale e diritti dell’uomo alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica, che sostiene che «la comandante Rackete, fin dall’inizio dei soccorsi, non ha fatto altro che rispettare un obbligo imposto dal diritto internazionale e dalle leggi sia italiane sia del suo Stato di bandiera. Ciò che invece in tutta questa vicenda appare manifestamente illegittimo è proprio il c.d. decreto sicurezza bis: l’obbligo di soccorso in mare è previsto sia dal diritto internazionale consuetudinario, sia dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e dalla Convenzione di Amburgo sulla ricerca e il soccorso in mare (entrambe ratificate dall’Italia e che nel nostro ordinamento hanno valore di legge, anzi superiore alla legge per l’art. 117 della Costituzione). Per previsione espressa di quest’ultima Convenzione il soccorso si conclude solo con lo sbarco delle persone in un porto sicuro, che è un porto in cui la loro vita non è più in pericolo e i diritti umani fondamentali sono loro garantiti.»

Disobbedire per obbedire come Antigone a una legge superiore: «Sono nata per amare, io, non per odiare.» E un fratello è un fratello: è l’umanità intera. Un’immensa famiglia dove non dev’esserci divisione tra buoni e cattivi stranieri, tra buoni e cattivi migranti, tra buoni e cattivi poveri.

Ogni volta che abbiamo dei dubbi, ogni volta che siamo tentati di cedere al conformismo, ogni volta che vorremmo rinchiuderci nel privato o spiaggiarci sul divano, ricordiamoci come sarebbe oggi il mondo senza il rifiuto di Rosa Parks, lo sciopero alla rovescia di Danilo Dolci, la presa di posizione sull’obiezione di coscienza don Lorenzo Milani, la decisione di Carola Rackete e chiediamo a noi stessi: «Tu da che parte stai?».

 Qui l'articolo originale sul sito del nostro partner

(Foto di Articolo 21)

Questo articolo è stato pubblicato qui

Commenti all'articolo

  • Di Giacomo Albesi (---.---.---.124) 15 luglio 14:24

    Imparate a leggere anche altre opinioni, forse vi apriranno la mente. Un germe di democrazia e buon senso forse (scavando scavando) l’avete ancora.

    La capitana della Sea Watch è la donna perfetta per tutti i cliché di sinistra

    Alessandro Gnocchi

    Carola Rackete, la capitana della nave Ong Sea Watch, è la «donna di Vitruvio» perfettamente inscritta nel cerchio del politicamente corretto, la incarnazione della cultura dominante in questa epoca. Vediamo quali sono le sue caratteristiche, prelevando le sue parole dall’intervista rilasciata ieri a la Repubblica.

    Apolide e senza radici.

    Non si sente tedesca, al massimo europea. Ci vorrebbe più Europa. Non c’è un luogo che chiamerebbe «casa».

    Cosmopolita e senza confini.

    L’altra faccia della medaglia. Quella che spinge a ritenere giusto, anzi doveroso, non rispettare la legge di uno Stato sovrano. Secondo Rackete, «talvolta servono azioni di disobbedienza civile per affermare diritti umani e portare leggi sbagliate davanti a un giudice». Secondo altri, quelle azioni sono un reato. I confini non hanno alcun senso per una cosmopolita. E qui forse c’è una contraddizione: la Sea Watch, che trasporta manodopera a basso costo, non è proprio uno strumento della globalizzazione liberista che Carola Rackete vorrebbe sabotare?

    Ambientalista.

    Ammiratrice di Greta, fa parte del gruppo Extinction Rebellion «che lotta contro i cambiamenti climatici». Non prende l’aereo: «Sono andata in Cina in treno».

    Diritti umani.

    La destra «radicale e sovranista» viola i diritti umani. Nella destra radicale, la Capitana include tutto ciò che non è sinistra, da Matteo Salvini ai neonazisti della Sassonia. Fior di filosofi insegnano che la politica dei diritti umani ha i suoi limiti e i suoi rischi. Niente. Basta dire «diritti umani» per far diventare tutto buono e giusto.

    Immigrazionista (a casa degli altri) .

    Tutti i migranti devono sbarcare in Europa. È loro diritto: «Anche chi scappa dalla fame e dalla mancanza di opportunità ha diritto a un futuro». Una buona percentuale di migranti appartiene a quella che potrebbe e dovrebbe essere la classe media africana: non sarà un problema anche per i Paesi di partenza?

    Atea.

    Nulla di strano, nell’età della secolarizzazione.

    Intellettuale.

    Ci tiene a sottolineare di provenire da «un ambiente accademico» e di avere «amici in molte università». Carola Rackete non ha una opinione fuori posto. Se non esistesse, le Ong dovrebbero inventare una Capitana Rackete, uguale a questa.

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