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Privacy: da vantaggio per il cittadino a fonte di guadagno per le imprese

È entrata nella nostra vita in punta di piedi, nel 1996. Nel 2003 ha preso una forza tale, fino a diventare una delle più grandi ossessioni italiane. La privacy. La pronuncia corretta sarebbe privasi. Ma se lo dici così vieni fulminato da sguardi severi che sussurrano beffardi "Ma non lo sai l'inglese, 'gnorante?". Si è obbligati a dire praivasi. Scorretto sì, ma allineato al comune sentire.

L'idea iniziale della praivasi era proteggere i dati sensibili, per evitare che informazioni importanti sulla persona venissero usate per scopi diversi da quelli per cui erano stati creati: informazioni sulle salute di un dipendente determinanti per stabilire la durata di un contratto di lavoro, indirizzi di casa utilizzati per riempirti la cassetta della posta di pubblicità e molto altro ancora.

Poi, progressivamente, la praivasi è diventato uno strumento per acquisire a sbafo dati personali a scopo commerciale. Il meccanismo è semplice: bisogna apporre tre firme (sul cartaceo) o cliccare su tre tasti "accetta" (su un form da Internet) che certificano l'approvazione di tre clausole contrattuali. Le prime due firme sono necessarie (i dati sono necessari per erogare il servizio), la terza meno, ed è quella che chiede autorizzazione a cedere i vostri dati anche a soggetti terzi (= li vendono ad altre aziende che vi riempiranno di pubblicità, telefonica o per posta).

Nessuno legge mai quelle condizioni, un po' come per i contratti di assicurazione. Quindi: vuoi partecipare alla splendida raccolta punti che ti regala un bicchiere di plastica di design ogni 500 euro di spesa? Firma qua tre volte, non ti faremo sentire la nostra mancanza, né quella dei soggetti terzi.

E la tua casella di posta si riempirà di roba pubblicitaria.

Ovviamente, la terza condizione è obbligatoria per i servizi gratuiti. Da qualche parte questi devono pur finanziarsi, e lo ritengo comunque un fatto commercialmente ed eticamente corretto.

In Italia, dove chiunque è un VIP, ovviamente ognuno ha una miriade di informazioni da nascondere, pretendendo la praivasi pure a sproposito. Salvo poi raccontare tutto nel proprio profilo Facebook, aperto a tutti.

Ognuno si appella alla praivasi anche quando questa non c'entra nulla. Marco Travaglio, in un recente intervento video (min 12:20), ha ribadito il concetto nel caso di finanziamenti che un politico riceve per la sua attività. Se tu sei un politico ambientalista, e sei finanziato da un costruttore di centrali nucleari, magari io elettore vorrei saperlo. E questo non è certo tuo diritto coprirlo per praivasi. Se ti metti a cercare la telecamera della televisione per salutare la mamma, poi non puoi appellarti alla praivasi per lamentarti dallo sputtanamento che ne deriva, e via dicendo.

A me è capitato, un anno fa, un vero paradosso sulla questione praivasi: ho sentito puzza di bruciato in una telefonata spontanea di un supposto operatore della Telecom. Ho chiesto all'operatore di comunicare a ME il MIO codice fiscale per verificare che stesse parlando di me e che non ci fosse un errore. Ha detto che non era possibile comunicarmelo. Per la praivasi.

A voi il resoconto dell'episodio, composto all'epoca dei fatti.

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