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Il prototipo della società razzista

Egoisticamente concentrati sulle nostre vere o presunte – e mediaticamente esasperate - esigenze di sicurezza, non ci accorgiamo che stiamo coltivando in laboratorio un prototipo che ci darà molto filo da torcere per gli anni a venire.
La cavia utilizzata sempre più spesso per il rischioso esperimento ha le caratteristiche del ragazzo ghanese pestato al parco Falcone – Borsellino di Parma o del giovane di Milano sprangato a morte da due pregiudicati per un pacco di biscotti, oppure – allargando l’orizzonte - del giovane brasiliano scambiato per terrorista, braccato come in una spietata caccia alla volpe e ucciso qualche anno fa nella metropolitana di Londra: giovane, appunto, poco più che adolescente, nato o cresciuto in Italia, padrone della lingua italiana, ma di origine extracomunitaria e di solito dai caratteri somatici “particolari”, che magari vive già per conto suo la sua “diversità” – a volte più percepita che reale – con qualche disagio.
Ecco, col clima che s’è creato grazie alle parole d’ordine della “tolleranza zero” e del “no al buonismo” (dove si scambia per buonismo quello che invece è da noi solo disorganizzazione burocratica e incapacità di gestire con efficienza, oltre che correttamente e oculatamente, senza eccessi né di un tipo né dell’altro, le situazioni potenzialmente eversive della convivenza civile) costoro finiscono per sentirsi sempre più diversi, percependo la loro diversità come un ingiusto destino, una condanna o qualcosa del genere, preda quindi di un complesso di persecuzione che esaspera ai loro occhi ogni sia pur lontana e vaga parvenza di discriminazione o di emarginazione nei loro confronti.
Immaginiamo quindi cosa può provare un soggetto del genere se finisce vittima di una maldestra (come minimo) operazione di polizia come quella di Parma (che deve apparirgli come la prova provata, definitiva, della discriminazione razziale nei suoi confronti): rabbia, una grandissima rabbia, per il dolore fisico ma soprattutto per quello psicologico, che si accentuerebbe vieppiù se non seguisse alcuna punizione.
Si sta creando così un corto circuito, non c’è da meravigliarsi se i soggetti a rischio comincino a circolare col coltello in tasca, pronti a reagire violentemente ad ogni maldestro controllo di polizia, ma anche a manifestazioni più blande di discriminazione vera o presunta.
Delle vere e proprie mine vaganti, questo stiamo fabbricando per le vie delle nostre città (l’unica speranza, a questo punto, sono le redzore, le buone signore non più giovanissime che si approcciano a questi ragazzi senza inibizioni, quasi animate da quella volontà di integrazione, di pacificazione sociale che manca nei fatti ai livelli superiori).
 
 
 

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