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Eritrea, repressione senza frontiere: la lunga mano del regime contro la diaspora

Winta Yemane, nata in Italia e orgogliosa delle sue radici eritree, ha aderito al Fronte popolare giovanile per la democrazia e la giustizia (l’ala giovanile del partito unico al potere in Eritrea) quando frequentava le scuole superiori.

Nel 2011, ha partecipato alla conferenza annuale a Oslo, in Norvegia. Quando ha preso la parola esprimendo l’auspicio in una Costituzione, nel rispetto dei diritti umani e nell’indipendenza del potere giudiziario, si è trovava rapidamente dalla parte opposta agli alti rappresentanti del governo che prendevano parte all’incontro.

 

“Dissero che ero una vittima della disinformazione della propaganda occidentale e dei nemici dell’Eritrea. Dei miei commenti non si doveva tener conto perché ero minorenne. Tre degli organizzatori tentarono pure di espellermi dalla conferenza”, ricorda Winta.

Tornata a casa a Milano, ha subito azioni di stalking per due settimane, ricevendo minacce di morte telefoniche da numeri sconosciuti e subendo una campagna diffamatoria sui social media.

Molti altri eritrei, tra i quali il direttore degli Avvocati eritrei in esilio Daniel Mekonnen e padre Mussie Zerai (nella foto), il prete cattolico candidato al Nobel per la pace nel 2015 per il suo impegno in favore dei migranti, hanno subito attacchi e intimidazioni del genere.

Quelle di Winta e padre Mussie sono solo due delle storie raccontate da Amnesty International nel suo rapporto “Eritrea, repressione senza frontiere”.

Il rapporto è la sintesi delle ricerche svolte dal 2011 al maggio 2019 dall’organizzazione per i diritti umani sulle minacce di morte, le aggressioni fisiche, la diffusione di notizie false e le molestie online con cui gli eritrei della diaspora vengono presi di mira da rappresentanti e sostenitori del governo dell’Asmara, tra cui spiccano per devozione alla causa i militanti dell’ala giovanile del Fronte, incaricati di operazioni di spionaggio.

Per molti difensori dei diritti umani, la fuga dall’Eritrea non ha significato affatto il distacco dalla repressione, a causa della quale molti di loro sono morti proprio mentre cercavano di allontanarsene. Devono costantemente guardarsi le spalle e controllare ogni parola che dicono, impauriti dalla lunga mano del governo eritreo che si estende ben oltre le frontiere.

Secondo le ricerche dell’organizzazione, gli stati in cui i difensori dei diritti umani eritrei corrono i maggiori rischi sono Kenya, Norvegia, Olanda, Regno Unito, Svezia e Svizzera. Ma anche l’Italia non è un paese sicuro.

Questo trattamento, comunque, non è riservato solo agli eritrei.

Il 30 novembre 2018 l’ex direttore di BBC Africa Martin Plaut è stato attirato a un incontro con una “fonte eritrea” alla British Library di Londra. Qui, gli è stato rovesciato addosso un secchio contenente liquido ed è stato definito “traditore” a causa delle sue inchieste giornalistiche sui diritti umani in Eritrea.

L’ambasciatore eritreo in Giappone, Estifanos Afeworki, ha poi pubblicato un tweet esprimendo apprezzamento per l’azione.

Un comportamento davvero istituzionale!

Questo articolo è stato pubblicato qui

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