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Cinque anni fa il rogo nella ThyssenKrupp di Torino

“Non voglio morire! Non voglio morireeeeeeee!” Queste le parole pronunciate da un operaio mentre stava morendo nell’acciaieria ThyssenKrupp di Torino, nel rogo che nella notte del 6 dicembre del 2007 uccise sette uomini. Parole gridate mentre al telefono un collega chiamava i soccorsi: “Pronto sono della ThyssenKrupp (..) ci sono 3/4 ragazzi bruciati (…) si muovono, abbiamo cercato di spegnerli (..)”. Parole che fanno rabbrividire e che soprattutto fanno immaginare scene inimmaginabili che nessuno vorrebbe mai vedere né tantomeno vivere. Parole che restano nella mente ma soprattutto nel cuore.

Di quella notte di 5 anni fa, oggi sembra essere rimasto poco. Si è parlato dell’iter giudiziario (proprio in questi giorni è partito il processo d’appello), della necessità di potenziare e fare rispettare le norme sulla sicurezza sul lavoro ma, come spesso accade, questi argomenti, seppur importanti, hanno lasciato cadere nel dimenticatoio l’aspetto più umano: le vittime, 7 uomini, con storie diverse che hanno lasciato su questa Terra affetti, progetti idee. Antonio, Roberto, Angelo, Bruno, Rocco, Rosario e Giuseppe, questi i loro nomi.

I media più “importanti” mercoledì, anniversario della tragedia, hanno inspiegabilmente ed in modo imperdonabile taciuto, dimenticando l’intero accaduto. Non un servizio sui principali telegiornali ed a mala pena qualche articolo sulla cronaca locale di alcuni quotidiani. Sembra incredibile se si ripensa al clamore dei giorni subito dopo quel terribile 6 dicembre: servizi su servizi, interviste, ricordi, ricostruzioni e poi però, come spesso accade con la cronaca nera, il vuoto più assordante. È infatti consuetudine in questi casi che la notizia venga urlata quasi come se si sapesse che la sua durata fosse limitata e si dovesse per questo alzare la voce per farla arrivare, almeno per poco tempo, il più lontano possibile.

Dopo cinque anni, di quelle sette vite rimangono gli affetti ed è davvero impressionante ascoltare le loro poche parole pronunciate alla prima udienza del processo di appello a Torino. Su tutte quelle di Rosetta, la vedova del capoturno Rocco Marzo: “Il dolore aumenta sempre ma noi sopravviviamo!”. Parole atroci. Parole di chi si trova a dovere andare avanti nonostante tutto.

Ed è normale ascoltare i fratelli, le sorelle, i padri e le madri sussurrare ricordi richiedendo il rispetto della memoria dei loro cari. È umano infatti affidarsi ai ricordi: lo è ancora di più quando il viaggio della vita viene interrotto drasticamente, senza un motivo e magari per colpa di qualcuno. In questo caso si chiede giustizia, si lotta per arrivare alla individuazione dei colpevoli ma, raggiunto l’ambito traguardo, restano solo i ricordi e la volontà di fare sì che i “diari” di quelle vite non vengano bruciati così come è stato fatto con i corpi di chi li stava scrivendo.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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