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Augurare lo stupro in rete è reato

La condanna al leghista Camiciottoli dà ragione a Boldrini e a tutte le donne

di Fabio Piu (*)

«Dedico questa sentenza a mia figlia, perché abbia sempre fiducia nella giustizia. La dedico a tutte le figlie d’Italia, perché non abbassino mai la testa di fronte alla violenza». Sono state queste le prime parole pronunciate da Laura Boldrini dopo la sentenza che il 15 gennaio scorso ha condannato per diffamazione Matteo Camiciottoli, sindaco leghista di Pontinvrea (SV), per un post su Facebook in cui invitava gli autori dello stupro di Rimini a scontare i domiciliari a casa dell’allora Presidente della Camera, «per farle tornare il sorriso».

Tutto nasce all’indomani delle violenze sulla spiaggia di Rimini, nella notte tra il 25 e il 26 agosto 2017, raccontata dettagliatamente, all’epoca dei fatti, da numerosi giornali che hanno riportato le frasi dei verbali con descrizioni crude e agghiaccianti. Le prime vittime sono due ragazzi polacchi. L’uomo viene percosso e lasciato agonizzante sulla spiaggia; la donna viene invece violentata più volte. Gli stupratori, lasciati i due ragazzi, incontrano un’altra donna, di nazionalità peruviana, che subisce le stesse violenze della vittima precedente. Si scoprirà poco dopo che il branco, come viene soprannominato dai giornali, è composto da ragazzi stranieri: un congolese, due fratelli marocchini e un nigeriano. Le reazioni da parte di opinione pubblica e di alcuni esponenti politici sono immediate e feroci. Il rituale è lo stesso: la nazionalità straniera degli stupratori rende la violenza più grave e i colpevoli più feroci. Sembra che la violenza non sia più da condannare in quanto tale, ma perché compiuta da persone che minacciano la nostra sicurezza, i nostri valori, la nostra civiltà. Viene accusato il governo, poi indiscriminatamente la sinistra, e poi ancora tutte le persone che cercano di ragionare, di spiegare che la nostra società non è in pericolo, che non è vera l’equazione che vede tutti gli stranieri – soprattutto se di pelle scura – violenti e stupratori.

Una delle vittime prescelte in questo spietato gioco all’accusa è Laura Boldrini, per il suo passato nell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e per le sue dichiarazioni che hanno sempre invitato, nel rispetto delle leggi e della Costituzione, all’accoglienza e all’integrazione. È vittima prescelta anche perché è donna indipendente, in un’epoca in cui questo, ancora, spaventa molti uomini impregnati di una visione patriarcale e maschilistica della società. Forse è questo che autorizza Matteo Camiciottoli, sindaco leghista del piccolo comune di Pontinvrea, nel savonese, a pubblicare un post sul suo profilo Facebook in cui invita gli stupratori di Rimini a scontare i domiciliari a casa di Laura Boldrini, per «farle tornare il sorriso». Boldrini, allora Presidente della Camera, decide di denunciarlo, perché lei ha visibilità, è conosciuta, ha i mezzi per farlo. Il pensiero è rivolto a tutte quelle persone che, quotidianamente insultate e minacciate nella rete, non hanno la possibilità né il coraggio per opporsi. La violenza, nella rete e fuori dalla rete, è un fenomeno che Boldrini conosce bene. È stata lei a dare l’impulso affinché si istituisse nel maggio 2016 la commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, che sarà poi intitolata a Jo Cox, deputata laburista britannica uccisa durante la campagna referendaria per la Brexit. La relazione finale della Commissione, approvata il 6 luglio 2017, presenta un’Italia poco informata riguardo a immigrazione, diritti LGBT e questioni di genere. Un’Italia forse spaventata dagli slogan che alcuni politici avevano già iniziato a ripetere da tempo. Riguardo alle varie forme di violenza cui le donne sono ancora oggi vittime, nella relazione si sottolinea anche che «le manifestazioni di odio nei confronti delle donne si esprimono per lo più nella forma del disprezzo, della degradazione e spersonalizzazione, per lo più con connotati esplicitamente sessuali. In altri termini, lo strumento utilizzato è frequentemente la riduzione della donna ad oggetto sessuale e a pura “portatrice” di organi sessuali». Emerge che, a livello mondiale, tre quarti delle donne che usano Internet sono state vittime di cyberviolenza. Gli odiatori che vivono nella rete hanno facce diverse: insultano, minacciano, augurano lo stupro o altri tipi di violenza, diffondono immagini intime senza il consenso della persona ritratta o, ancora, esercitano forme di stalking, che rendono spesso la vita delle vittime insopportabile, sia minando la loro salute psicofisica, sia influenzando pesantemente i loro rapporti interpersonali.


La rete viene spesso considerata una terra di nessuno, una zona franca in cui tutto è possibile. Spesso si ritiene che sia sufficiente nascondersi dietro un profilo falso per poter vivere una vita che difficilmente si avrebbe il coraggio di vivere nella realtà. Talvolta, come dimostra il caso del sindaco Camiciottoli, nella convinzione di restare impuniti si diventa odiatori online con il proprio nome e cognome, con la propria fotografia. La sentenza che condanna il sindaco di Pontinvrea, però, stabilisce chiaramente che la rete e la vita reale sono la stessa cosa, rappresentano due dimensioni diverse della vita, in cui devono valere però le stesse regole di buona convivenza. È una sentenza spartiacque, come ha affermato la stessa Boldrini, perché finalmente si stabilisce che le offese e le minacce in rete hanno lo stesso peso di quelle cui le donne sono vittime nella vita reale.
Durante il processo, Camiciottoli ha ripetuto che il suo era un «attacco politico» contro una donna che ha promosso un’immigrazione incontrollata nel nostro Paese. Boldrini, all’epoca Presidente della Camera, non ha mai potuto presentare alcuna proposta di legge né votarla, e non ha mai fatto parte di alcun esecutivo. La legge che attualmente regola l’immigrazione è la Bossi-Fini, approvata nel 2002 durante il secondo governo Berlusconi. Qualunque sia la posizione di Boldrini riguardo all’immigrazione è lecito chiedersi, però, se un attacco politico si possa esprimere con questi toni. È lecito domandarsi se, in un Paese democratico, per attaccare politicamente una avversaria – che in questo modo diventa nemica – sia ammissibile augurare lo stupro. Come Boldrini stessa ha affermato durante il processo, lo stupro è stato utilizzato come arma di guerra in Bosnia, in Ruanda, e viene utilizzato ancora oggi nella Repubblica Democratica del Congo. Dovremmo chiederci tutti se l’imbarbarimento del dibattito pubblico e politico sia auspicabile, o se invece sia preferibile confrontarsi, discutere le diversità civilmente. Perché la società cambi, spesso è richiesto tempo, soprattutto se si intende mutare una percezione della donna e del modo in cui ci si debba rapportare a essa radicata da secoli. Il lavoro sarò sicuramente lungo, anche sul piano culturale, ma questa sentenza è un buon punto di partenza.

(*) ripreso da www.manifestosardo.org

LE VIGNETTE – scelte dalla “bottega” – SONO DI MAURO BIANI.

Questo articolo è stato pubblicato qui

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