Haruki Murakami
Nato a Kyoto nel 1949, cresciuto a Kobe. Ha aperto un jazz bar a Tokyo prima di diventare scrittore — quasi per caso, quasi per noia. Esordisce nel 1979, diventa un fenomeno globale negli anni Novanta. Tradotto in cinquanta lingue, candidato perenne al Nobel che non arriva mai. Corre maratone, ascolta jazz e rock, cucina pasta. Vive tra Giappone e Stati Uniti.
Norwegian Wood
Pubblicato in Giappone nel 1987, vendette quattro milioni di copie in pochi mesi e trasformò Murakami in una star. In Italia è uscito con il titolo Tokyo Blues. Il titolo originale è quello della canzone dei Beatles — quella che Watanabe sente all’aeroporto di Amburgo, vent’anni dopo, e che lo riporta di colpo a tutto. È il romanzo più realistico di Murakami, il più privo di magia. Solo giovani, morte, sesso e musica. Il primo che parla di emozioni, senza filtri surreali od onirici.
È un libro che parla di quattro ragazzi, tutti in età universitaria, dei loro amori, della loro difficoltà di relazione, dell’incapacità di comunicare. Lo scritto è pieno di citazioni occidentali, per quanto riguarda musica e letteratura, ma non fatevi ingannare: è tipicamente giapponese nel suo modo, quasi pudico, di esporre i sentimenti, e nel suo modo invece diretto (ma mai volgare) di parlare di sesso.
Non ci sono adulti a guidare questi giovani, e se vengono citati sono distanti, già morti o malati. I ragazzi scoprono la vita, affrontano le loro paure da soli, confidandosi tra loro. La tecnica di scrittura è sorprendente, perché inizia con leggerezza emotiva, per poi man mano diventare sempre più gravosa, ingombrante, insostenibile, terribile. Offre però a Watanabe una via di salvezza: qualcuno da amare. Quello che resta. E non è poco.
Norwegian Wood – The Beatles
Ancora nel pieno del periodo di vita notturna, dopo una serata spettacolare, di cui qui non dirò, ma una di quelle serate che fanno sentire noi maschietti padroni del mondo. Rientro a casa. All’epoca avevo una Honda Civic VTec, quella della foto ovviamente. Lì con gomme invernali, poverina. Ribassata, molle e ammortizzatori come si deve. Aveva una particolarità il Vtec: a 5.400 giri, quando la maggior parte delle altre auto finiva, questa cambiava il profilo di alzata delle camme e cominciava. La zona rossa era, se ben ricordo, a 8.200/8.400rpm. Solo circa 180Cv, che però per l’epoca non era neanche male. L’unico difetto erano le marce lunghe. Avrebbe avuto bisogno di un 6 o un 7 marce, ma se viaggiavi tra i 6mila e gli 8mila rpm compensavi bene.
Insomma vengo via dalla casa di queste due amiche, quattro o cinque del mattino, e per strada non c’è nessuno. Sono lucido, gasato, la macchina gira che è un piacere, visibilità perfetta. Comincio a pestare, pestare sul serio. Arrivo in via Flavia, all’incrocio con via Caboto – non c’era ancora la rotonda – e sono in 4° piena in ingresso curva, quindi a circa 190Km/h. L’autobloccante fa il suo, e prendo un punto di corda perfetto per sbattere dentro la 5° appena mi ricompongo in uscita di curva. Gas pieno, sono davanti alla Illy, decollo sul dosso (se vai normale nemmeno te ne accorgi esiste), atterro e mi tengo tutto a sinistra per preparare l’ingresso della successiva curva 5 a destra.
Adrenalina a mille, concentrazione massima e… dallo spartitraffico sbuca un carabiniere con tanto di paletta. Mi prende un accidente, sono oltre i 210Km/h pinzo, scalo, cambio corsia… checazz… ormai non mi fermo di certo.
Arrivo a casa ad andature umane. Parcheggio. Non sono nemmeno entrato dalla porta che suona il telefono. È mio padre. —Cosa hai combinato? Mi hanno appena chiamato i carabinieri. (Non avevo ancora cambiato la residenza.) —Nulla papà, non c’era nessuno per strada ed andavo forse un po’ veloce… —Dopo presentati in caserma, perché mi hanno detto che vogliono vedere il modello di caccia che pilotavi. Click.
Mi presento in caserma, convinto mi ritirassero patente, auto, pure le scarpe e invece nulla. Non so perché, non ho approfondito. Erano in due, hanno fatto un po’ la faccia feroce e mi hanno risparmiato. Ho ringraziato l’Arma e la buona sorte (per tutto) e sono ritornato a casa.
Che senso aveva tutto questo, mi chiedevo. La sensazione di solitudine, di inutilità, di vuoto non passava qualsiasi cosa facessi. L’alcol, le donne, le nottate aggiungevano solo rumore di fondo. Guardavo il mondo e mi era indifferente. Donne che volevano solo sesso, donne che non ne volevano affatto: era lo stesso. Partivano da presupposti diversi per giungere tutte allo stesso punto: arrivare a, o scappare da una relazione. La regola del massimo due notti serviva a questo. Ad evitare che iniziassero confidenze, racconti intimi di disastri pregressi. Tutte cose già scritte in faccia e sulla pelle. Alcune cercavano di ferirti, anche se nulla di male avevi fatto loro, anzi. Alcune ci riuscivano. Tutte giudicavano. E tu le guardavi passare, infelici guerriere di conflitti inesistenti, da loro stesse inventati.
Rimaneva ben poco: qualche ricordo gentile, qualche tenerezza, qualche momento di tregua. Poi un nuovo incontro. Ricominciava la diffidenza, il misurare orologi, automobili e 740. Guai a cadere in un momento di sconforto, debolezza, paura: subito giù dalla rupe. Guai a mostrare un principio di sentimento: subito il tacco sul collo. Le peggiori erano quelle che avevano una precisa idea dell’uomo che avrebbero voluto, e verificavano quanto tu fossi aderente o meno a quel loro ideale. Donne infelici, destinate a restare infelici e dalle quali tenersi ben distanti, perché contro la fantasia non si può competere.
Più o meno questo era quello che pensavo, quando mi chiamò un’amica. —Che fai? —Nulla, sono a casa. —Vieni qui al molo, sotto al ponte c’è un raduno di bikers e ti voglio presentare una persona.
Controvoglia le dico che va bene, tempo di vestirmi. Metto uno spencer grigio, cravatta perla, camicia bianca. Scialbo solo in apparenza.
Non prendo la macchina, al luogo dell’incontro ci arrivo tranquillamente a piedi.
La persona in questione era Adriana, ed io facevo ancora i miei giri serali/notturni. Iniziamo a frequentarci. Le prime volte con noi c’è anche un’amica, giustamente. Poi da soli. Solito schema: aperitivo, cena, qualche mostra. Faccio la vittima, racconto della tipa che mi ha abbandonato, mi chiede se ho qualcun altra. —No, ovviamente: non vedi quanto ancora soffro?
Andavamo in giro con la mia auto: telefono con vivavoce, i primi. L’alloggiamento era ad incastro meccanico, se suonava non è che lo staccavi facilmente dalla culla, e se lo facevi quasi sempre perdevi la chiamata. Guidando poi…
Nella maggior parte dei casi ricordavo di spegnerlo, ma se lo ficcavo nell’alloggiamento, il bastardo si accendeva da solo, e non avevo alcun pin.
Quindi le telefonate spesso arrivavano. Impietosamente. Adriana rideva: —Questa non mi pare di averla ancora sentita. —Ma sì, come no, è l’amica di un mio amico, ha chiamato anche prima. Poi la tragedia. Telefona una ragazza giovane, che non so perché e come abbia iniziato a frequentare, ma in modo piuttosto innocente: aveva 20 anni, credo anche meno, quindi comunque off limits per i miei standard etici. Lei però, per qualche motivo non era d’accordo, ed iniziò ad insultarmi perché ero sparito dalla circolazione, a dirmi le peggiori cose, mentre io cercavo di calmarla. —Stai tranquilla, domani hai un esame importante, devi concentrarti su quello e basta. Questa s’incazzava ancora di più, ma mica potevo chiuderle il telefono in faccia. Poi alla fine, evidentemente terminati gli insulti, mise giù.
Adriana, con la mano nei capelli: —Ma che razza di stronzo sei? —No, guarda, non devi giudicare da singoli episodi o casuali fraintendimenti come in questo caso.
Dopo qualche giorno mi fa: —Buongiorno, siamo a quattro. —Quattro cosa? —No niente.
Passano ancora un paio di giorni e mi fa: —Guarda che siamo a sette. Sette in neanche dieci giorni. —Ma di cosa parli? —Delle ragazze che ti cercano e ti ronzano attorno.
Era l’onda lunga degli effetti della pesca a strascico notturna.
Adriana si trasferì da me e la cosa si esaurì in un paio di mesi. Almeno con le telefonate. Perché restava il gioco del capello. Ovvero, quando puliva la camera da letto, a volte (sempre, per mesi) trovava dei capelli di varie misure, spessori, colori. Avrei voluto pulire io, come avevo sempre fatto, ma evidentemente la cosa la divertiva. Come fosse possibile che a distanza di tempo sbucassero fuori ancora capelli, lo ignoravo. Ed io dovevo indovinare di chi fossero. Figurati se, quando qualche amica veniva a trovarmi a casa, stavo a guardare il capello. Adriana non era mai arrabbiata, non mi sono mai sentito giudicato o sotto esame, non le importava se giravo con un Rolex o un Casio: rideva, si divertiva. Al limite mi diceva: —Ma tu guarda che scemo sono andata a prendermi. Difatti dove l’ho trovato? Sotto un ponte. Avrei dovuto saperlo.
Avevo smesso di correre, avevo trovato quella che mi aveva inchiodato al muro. Fine dei giochi.
Sento una voce: —Paolo, devi svegliarti, fra poco arriverà mio marito.
Chi sono, dove sono, chi sei? Marito, qualcuno ha detto marito?
Scatto come una molla, inizio a vestirmi e le dico —Caspita, ma non potevi dirmi che hai un marito? Evito sempre, non voglio trovarmi in queste situazioni!
—Guarda che ci siamo lasciati, viene solo a prendere un paio di cose che ha ancora qui.
—Sì, va bene. Le do un bacio sulla guancia e con la camicia sbottonata, la cravatta in tasca, la giacca infilata non so come, esco da quella casa.
Sono sulle scale quando lei mi viene dietro e mi fa —Passi questa sera? La guardo e vorrei mandarla a quel paese, ma non è molto vestita, anzi è piuttosto provocante. Le dico di sì, che passerò. —Telefona prima di salire, giusto per sicurezza, mi fa ridendo. Grugnisco qualcosa.
Arriva la sera. Non so perché, ma non ho il telefono con me. Forse lo avevo lasciato in un’altra macchina o in ufficio. Mi fermo alla cabina telefonica del Giardino Pubblico, quello con il monumento a Rossetti, in alto, lato via Giulia. Fermo la macchina, scendo, chiamo. Tutto a posto, la via è libera. Esco dalla cabina telefonica e… la macchina non c’è più. Guardo su, guardo giù: nulla. Sparita. L’avevo lasciata aperta, con le chiavi inserite. Che scemo! Torno nella cabina, chiamo la polizia. Mi chiedono le informazioni di base, sento che vengono comunicate alle pattuglie in tempo reale. Una di queste risponde subito: —Qui volante due, i malviventi probabilmente si sono spaventati notando la gazzella e hanno abbandonato il veicolo, che risulta integro ma con portiera aperta, in fondo al giardino pubblico.
Corro giù e la macchina è praticamente parcheggiata sul marciapiede, vicino ad un’edicola, con la portiera aperta. I poliziotti mi salutano, giustamente orgogliosi. Li ringrazio sentitamente.
Nel frattempo noto un ragazzo e una ragazza che erano presenti e osservavano la scena. Chiedo se abbiano visto qualcosa, ero molto contento e volevo offrire loro qualcosa da bere.
Il tipo mi fa: —No grazie. Per oggi basta così. Ho già visto una macchina guidare da sola, fare la curva, passare con il semaforo verde e mettersi in parcheggio. Come accettato, guarda.
Non avevo tirato il freno a mano, la marcia è saltata fuori e la macchina è andata a farsi un giretto. Poteva finir male, molto male.
Ritornato dalla mia amica, mi prese in giro per mezz’ora.
Dopo quell’ultima visita la persi di vista, causa altri impegni. Poi un giorno, mi trovo in cucina mia madre e mia sorella. Le quali mi guardano con disapprovazione e chiedono conto di questa mia amica, che chiameremo Mariana (in realtà aveva un nome bellissimo, ma raro e quindi troppo facilmente identificabile). Guardo stupito mia madre e mia sorella, dicendo che non so bene che fine abbia fatto. —Ma come? mi fanno loro. —Mariana telefona qui ogni giorno, è anche passata un paio di volte. È una ragazza molto a modo e simpatica, non ti stai comportando bene. È mai possibile che poi le tue ex dobbiamo sempre consolarle noi?
Avrei voluto rispondere loro che Mariana avrà avuto 10 anni più di me, che l’ho incontrata una sera, ubriaco sfatto. Poi aveva anche un marito e un amico con il quale voleva andare in Madagascar. Anzi pensavo ci fosse già andata.
E comunque, se telefonano a casa, pur avendo il mio numero di cellulare, significa che non volevo rispondere, e nemmeno loro avrebbero dovuto farsi coinvolgere.
—Dite semplicemente che non ci sono e di chiamarmi sul cellulare. —Eh, ma se non rispondi…
—Se non rispondo è perché non voglio rispondere.
—Ma ci fa pena.
—Ma pena di che, per cosa? L’avrò incontrata una o due volte!
In realtà sia mia madre che mia sorella vivevano una specie di Beautiful in tempo reale, e non vedevano l’ora d’impicciarsi nei fatti miei. Per di più mia madre non ha mai, e dico mai, approvato la ragazza con la quale stavo in quel momento: sicuramente doveva essere un pessimo soggetto. Mentre quella venuta prima, quella sì che era una brava ragazza. Ovviamente quando ero con quella brava ragazza di prima, il pessimo soggetto era lei.
Chissà se poi Mariana è mai andata in Madagascar…
Continua… Vita notturna – fine dei giochi
Trovo una ragazza, prendiamo casa e poi, dopo un paio di mesi, questa mi fa: —Me ne vado. —Ok — replico — e quando torni, ci vediamo a cena? —No, non hai capito: non torno proprio più.
Ovviamente fu uno shock. Credo mi disperai perfino per qualche giorno, forse una settimana. Poi però, l’idea di ritornare libero, prese il sopravvento.
Dovete sapere che a Trieste c’è la più alta concentrazione di fiche di legno * dell’universo mondo. Se siete a Milano, Torino, Firenze, Catania, Tunisi, Samara, Bogotà, Altai, Middlesbrough, Scrabster o dove caspita altro vi pare, e dite qualche parola ad una ragazza che sta al banco del bar al vostro fianco, questa vi risponderà, spesso anche sorridendo.
A Trieste no. Puoi chiedere alla ragazza che hai vicino se ti passa, per cortesia, lo zucchero e questa ti squadrerà dall’alto in basso con disprezzo. Potresti indossare un Canali sartoriale, camicia di seta, cravatta Marinella, avere un Vacheron Constantin al polso e questa ti squadrerà come se tu fossi un pezzente, non ti rivolgerà la parola, si sposterà schifata e ti farà sentire un morto di fica, anche se veramente volevi solo lo zucchero.
Quindi territorio di caccia a dir poco impervio. Per darvi un’idea: quando abitavo a Como – altro luogo dove se la tirano alla grandissima – dopo nemmeno un mese giravano per casa tre o quattro ragazze. Erano tutte amiche, non erano singole conquiste. Ma ci divertivamo, ridevamo, ci prendevamo in giro. Tutto molto semplice. Poi tra queste amiche c’era una che m’interessava e a cui interessavo. A Trieste, una cosa simile, è difficile se non impossibile capiti in quei tempi e modi.
Però mai perdersi d’animo, soprattutto dopo averla scampata bella (“mettere la testa a posto”? Io ?). Iniziai a girare per Trieste, alla sera, da solo. Gli amici mi rallentavano e mi condizionavano. Volevo essere libero e veloce, scegliere d’istinto e non star lì a spiegare o a discutere se andare in un luogo piuttosto che in un altro. Però per girare da soli bisogna stare bene con se stessi, essere solidi e sicuri, muoversi con dimestichezza in ogni ambiente.
L’abbigliamento è fondamentale, è quello che ti fa sentire in sintonia con il mondo. Deve essere il tuo abbigliamento, quello che ti fa sentire bene. Che siano bermuda, maglietta strappata o uno spencer non importa: quei panni devono essere i tuoi, dentro devi starci a tuo completo agio. Ovviamente ai bermuda, nel mio caso, preferivo lo spencer o lo smoking.
Quando entravo in un locale, era entrare in scena. Tutto era gioco, tutto era palese teatralità. Il target non era la ragazza con l’amica, magari uscite per parlare di problemi di coppia dell’una o dell’altra, no. Il target erano dalle tre ragazze in su, quelle che ridevano, si divertivano. E quando le trovavi, allora si iniziava con una tequila bum-bum sbattuta sul bancone con forza, per far girare tutto il locale, per far girare loro. Da lì in poi partiva l’improvvisazione. Dal chiedere scusa per aver fatto rumore a qualsiasi altra scemenza mi venisse in mente. Una volta mi finsi un nobile cecoslovacco, salvo scoprire dopo mezz’ora che una delle ragazze che rideva di più era una studentessa ceca. Era questo lo spirito. Poi dopo una paio di battute mi allontanavo, ritornavo al bancone. Offrivo loro da bere, ma restavo in disparte. Quasi sempre, dopo breve confabulazione, mi richiamavano al loro tavolo, non rappresentavo una minaccia: ero da solo. Idiota, se vogliamo. E un idiota, per definizione, non può essere percepito come aggressivo. Una volta seduto in mezzo a loro iniziava lo studio della postura, del linguaggio del corpo, di chi si avvicinava e chi invece si distanziava. Solitamente su tre o quattro ragazze, c’era sempre la reginetta del ballo, la più bella del gruppo, mentre le altre erano – in varie gradazioni – al traino.
Era divertente avvicinarsi alla più bella del reame e chiederle chi fosse quella splendida creatura, indirizzando lo sguardo alla più bruttina della compagnia. A quel punto quella che si credeva la più figa (e lo era effettivamente), perdeva la sua sicurezza. — Ma come? Non vedi che io sono la più gnocca di tutte? E lo si notava da come spostava i capelli, sistemava la gonna o spingeva il seno in fuori. A quel punto il gioco andava avanti per il tempo necessario e poteva prendere qualsiasi piega. Solitamente mai quella che pensavo/speravo di dare alla serata.
L’obiettivo non era tornare a casa con una ragazza la sera stessa. Oddio, se capitava, e a volte capitava, perché dire di no. Lo scopo era quello di divertire e divertirsi. Se la serata andava bene, nei giorni seguenti ci sarebbero stati normali sviluppi. Per normali sviluppi intendo una serie di problemi non sempre prevedibili o gestibili. Funzionava più o meno così: uscivo due tre volte la settimana, facevo lo splendido, qualche ragazza s’incuriosiva e mi cercava. Allora iniziavano le serate a due, più intime e che potevano portare a tutto o a niente. Gli impegni aumentavano, le serate free per forza dovevano diminuire. Una donna prima di decidere che voleva rivederti poteva metterci un giorno come due settimane. A quel punto non ci capivo più nulla: chi era, incontrata dove, quando, ecc. Non era importante. Quello che contava, e conta sempre tutt’ora, era essere sinceri e mai strafare, il che non significa non mantenere alcuni segreti o non fare i misteriosi.
Cari ragazzi, voi che oggi avete trenta o quarant’anni, levate il naso da quel cazzo di cellulare, dalle app d’incontri dove non ci sono donne, ma fotografie (veramente vorreste giudicare una donna da qualche foto, dal suo titolo di studio, dai suoi gusti musicali o dai suoi hobby?). Vivete. Rischiate. Provate. Questo tipo di uscite che vi ho solo brevemente illustrato è costoso, impegnativo, dieci volte su undici farete il personaggio da bar in un quadro di Hopper. Ma quando entrerà la serata giusta, vi ripagherà di tutto. Non avete idea di cosa possa capitare a chi osa. Ed è qui che più di sempre sentirete che la vostra compagna più fedele è la solitudine.
Siate sempre eleganti e gentiluomini. Non fate mai del male: entrate ed uscite da quelle vite più veloci che potete: non dovete entrarle sottopelle, ma solo regalarle qualche serata divertente. E se vi incartate voi, avete due possibilità: mentirvi e raccontarvi che è stato solo un momento di debolezza, scappare da quella donna che è diventata la vostra criptonite, non vederla più per alcun motivo e concentratevi su altre gonne. Tempo una o due settimane e sarete di nuovo in forma smagliante.
Oppure, se invece vi sarete stufati del giochino, concentrarvi su quella donna che vi ha inchiodato al muro. Tutte le donne sono una donna, e una donna sono tutte le donne. Basta e avanza per diventar matti a starci dietro. Fine dei giochi e delle serate. Si cambia vita.
Continua… Vita notturna – Il caos
* fica di legno: indica freddezza, distacco, assenza di passione, atteggiamento di superiorità.
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