La vita presenta sorprese inimmaginabili. Sta a noi decidere se piangere, per quanto, o ricominciare. E gli inizi sono sempre entusiasmanti.
Per altri motivi, una simile situazione l’ho vissuta attorno ai 35 anni. È stato un periodo di fuochi d’artificio, pieno di vita, di nuove amicizie, di donne. Tante. Oggi però non ho più 35 anni, ma 62. Più difficile, si potrebbe pensare. Sbagliato: è vero il contrario. Più esperienza, consapevolezza, capacità di analisi, determinazione e idee chiare (vabbè, facciamo finta sia tutto vero).
Manca ancora l’allenamento: quel sano cinismo che ti permette di capire in fretta chi hai davanti.
Evitare donne con pesanti tatuaggi, soprattutto se iper-salutiste e sportive: una contraddizione in termini. Fai del tuo corpo un tempio e poi ci scarabocchi sopra? Inoltre, d’estate, con tutta quella pelle scoperta, accompagnarsi a una donna che sembra un’ex ergastolana o una scaricatrice di porto del Baltico anche no, grazie. Ognuno faccia come crede: ognuno ha il proprio senso del bello e il proprio senso critico. Anche io. Quindi, se non si tratta di una sola notte, proprio no.
Evitare donne con gatti, magari più di uno. Il gatto, magnifico animale, è quello che impegna meno: massima resa affettiva con il minimo sforzo. Il sospetto che considerino l’uomo alla stessa stregua e che lo vogliano nella stessa modalità è forte.
Solitamente partono con il mantra “gli uomini vogliono solo trombare”. E questo te lo dicono subito, al primo incontro. Come a dire non te la dò, e se te la darò sarà quando parrà a me. Chi ha mai pensato il contrario? Dichiarare ciò come prima voce contrattuale, hic et nunc, è sempre motivo di allarme. Perché ribadire l’ovvio? Nel frattempo andiamo di là, di qua, di su di giù. Forse fra qualche anno ne riparleremo.
Ovviamente sono trappole, stesso meccanismo del gatto, in questo caso trasformato in criceto: corri sulla ruota e devi anche dire grazie, mentre lei prende tutto senza dare nulla. E non si tratta di sesso, ma di tanto altro: in primis disponibilità, comunicazione, vicinanza, dialogo, presenza. Il sesso se arriva, arriva dopo (a meno che non si cerchi l’avventura di una sera).
A queste signore, non vale la pena aprire la portiera e farle entrare nel proprio mondo. Lo devasterebbero senza preoccupazione alcuna. Certo, basterebbe accorgersene per tempo…
Gli uomini, ovviamente, non “vogliono solo trombare”. Fa semplicemente parte della vita, oltre a tutto il resto, e fino a quando non ti ritrovi una pantegana morta nelle mutande, è normale voler fare l’amore. È anche uno splendido modo per conoscersi. Il problema è che spesso le signore, dopo una certa età, hanno un livello della libido pari a quello di uno straccio da cucina.
Attenzione però che spesso queste donne si comportano così a causa di disastrose esperienze pregresse, quindi per quanto possa essere difficile, per quanto si possa essere già coinvolti, delusi ed arrabbiati, vanno sempre trattate come regine. Hanno paura. Alcune usano l’uomo che si avvicina loro come transfert sul quale vendicarsi di chi le ha ferite precedentemente.
Altre, nonostante aver per loro costruito una o più serate perfette, dove le vedi rilassate, tranquille, sommerse di attenzioni, sfuggono. E neppure se ne accorgono di quanto la loro autostima sia migliorata dopo quella serata, mentre tu sei completamente svuotato.
Chiedono tempo e pazienza, ma in realtà sono ancora pienamente coinvolte dalla storia precedente, dove sono state buttate via come scarpe vecchie. E non riescono ad uscirne, non riescono a passare oltre.
Giusto provarci, ma giusto anche andarsene. Sono loro che devono risolvere il problema, noi possiamo purtroppo poco, forse solo offrire una spalla e armarsi di pazienza. Cosa difficile da farsi quando si viene presi ripetutamente a ceffoni, allontanati, ignorati, messi in secondo piano. “Io sono così”, ti dicono. Eh ho capito, cara, ma non è mica un vanto. E soprattutto non andrai molto lontano, se non ti concedi un po’ di più. Forse si tratta solo di attendere la persona giusta, quella che non ti farà paura, quella che non arriverà dentro la tua vita come un treno in corsa, rischiando di sconvolgerla.
Nel frattempo è ovvio che non si possa continuare in una specie di proto-relazione che non evolve mai. Bisogna uscirne. Se si riesce a far chiudere a lei, quello che nemmeno è mai iniziato, è l’opzione migliore.
Ecco, schivate queste (ed altre) erinni, il resto diventerà un enorme luna park. E bisogna cercare di goderselo fino a quando non si troverà quella che ti inchioda. Perché, soprattutto quando pensi ormai d’essere divenuto inscalfibile, quella che t’inchioda arriva. Sempre. Di solito proprio nel momento in cui ci si diverte di più.
Non bevo e non fumo da poco, ma quanto basta da essere fuori dai moderni stigmi sociali. Faccio attività fisica, godo di ottima salute, il topo non è ancora morto e sta arrivando finalmente l’estate. Ci sarà da divertirsi. Adesso vado ad iscrivermi a tutti i corsi di ballo, yoga, coro della parrocchia, ricamo, taglio e cucito. È indispensabile. Ma bisogna farlo seriamente, non si può arrivare alla prima lezione già ridendo. No, neanche toccare il culo alle signore presenti andrebbe fatto, almeno non subito, almeno non in sagrestia.
Riporterò progressi, vittorie e fallimenti, ovviamente dal punto di vista di un sano, sincero, dichiarato neo-maschilismo *: il modo più autentico di onorare le donne.
Ad maiora!
* Neo-maschilismo: termine che uso io, non codificato altrove a mia conoscenza. Intendo il recupero e la rivendicazione dei valori propri del maschile, non in opposizione a quelli femminili, ma in equilibrio con essi. Non prevaricazione, ma identità.
Credo avessi 24 anni, più o meno. Mi occupavo d’informatica, avevo una solida preparazione elettronica, ma non sapevo programmare.
Il mio collega in azienda teneva un corso di Visual Basic. Uno dei tanti linguaggi ormai morti e sepolti, ma all’epoca uno dei più diffusi.
Decisi di partecipare.
Il primo giorno di corso saremmo stati una decina o pochi più. Nel gruppo spiccava una ragazza alta, dalle gambe lunghissime, seno generoso, un viso angelico incorniciato da capelli biondi. Impossibile non avvicinarla, anche se mi sembrava irraggiungibile per uno come me. Invece si creò quasi immediatamente una reciproca intesa, anzi fu praticamente lei a prendere l’iniziativa.
La mia, la nostra esperienza in Visual Basic, finiva lì. Non ci sarebbe stata una seconda lezione e nemmeno alcun’altra. Il giorno del corso andavo da lei, a casa sua. Se capitava e mi chiamava, anche altri giorni della settimana.
I primi incontri andarono bene, mi stupiva solo il fatto non volesse uscire, quindi restavamo in casa per ore. Sarà stato al terzo o quarto incontro che iniziò a cambiare. Era sempre molto calda, esplosiva direi, ma poi divenne cupa. Accadde quello che mai mi sarei atteso.
Iniziò a parlarmi non come se fossi Paolo, quello conosciuto al corso d’informatica, ma il suo ragazzo ufficiale, del quale fino a quel momento nulla sapevo. E per carità, bene così: beata l’ignoranza. Una sera, dopo essere stati assieme, lei mi fa —A casa coglioni, fuori casa leoni, o roba simile. Ed in effetti la mia prestazione fu degna di nota, ma per merito della mia giovane età e suo: una bellissima Salomè scatenata che avrebbe acceso anche il mare. Continuò sulla stessa falsa riga per un po’. Parlava – ormai insultava – me, transfert del suo ragazzo. A quanto pareva, questi le faceva le corna e spesso la sera spariva.
Non sapevo veramente cosa dire. Con quali parole, a nome di chi? Continuò a urlarmi contro, rinfacciandomi situazioni ed episodi di cui nulla sapevo. Poi, di colpo, tacque. Iniziò a piangere in modo calmo. La strinsi a me, baciandole le lacrime sulle guance, coccolandola piano fino a quando smise. Non scambiammo più una parola.
Non la rividi mai più.
Avrò avuto 16 anni. Mi ero invaghito di una ragazza bellissima. Alta, con i capelli castani lunghissimi. Mi sembrava una dea. Ricambiava e un giorno m’invita a casa sua. Di sera, dopocena, facendomi entrare da abusivo dalla finestra.
Era gennaio o febbraio, faceva molto freddo ed io avevo il motorino sfasciato, e da Borgo San Sergio per recarmi sul Carso, dove abitava, era un viaggio. Dovevo prendere due autobus e poi camminare. Ma nulla mi avrebbe fermato.
Come avevamo pianificato entrai nella sua stanza dalla finestra. Mi misi sotto al letto perché suo padre passava ogni sera a darle il bacio della buonanotte. Quando finalmente entrò, lei faceva finta di dormire, io sudavo freddo e il cuore mi batteva forte.
Attesi qualche istante quando se ne andò, chiudendo la porta alle sue spalle, per uscire dal nascondiglio.
Eravamo giovani, timidi ed imbranati, ma fu una notte dolcissima.
Suo padre si alzava presto, di solito alle 6 del mattino. Qualche volta anche prima. Ovviamente dovevo sparire per tempo. Quindi alle 5:00 mi vestii ed uscii dalla finestra. Faceva veramente freddo, c’era Bora e nevischio. Camminai verso un deposito di autobus, sperando di prenderne uno che entrava in servizio.
Nella rimessa c’era un impiegato, il quale, come mi vide arrivare, mi squadrò con fare inquisitorio. Chiesi quando sarebbe partito il primo bus, e se avessi potuto salirci. Mi disse che un bus per Trieste sarebbe partito da lì a poco, e che se mi fosse servito il bagno era in fondo a destra. Strana ‘sta cosa, pensai. Mica gli ho chiesto io del bagno, ma siccome dovevo effettivamente andarci ne approfittai.
Come entrai e mi vidi allo specchio mi venne un accidente: le mani completamente sporche di sangue e la faccia pure. Se Romero mi avesse visto, mi avrebbe immediatamente scritturato per fare la controfigura di uno zombi. Mi lavai. Il viso venne anche bene, ma le mani un po’ meno, soprattutto attorno e sotto le unghie. Pensai che mi era andata bene, che il tipo della rimessa avrebbe potuto anche chiamare i carabinieri, pensando chissà che. In realtà non ho idea di cos’abbia pensato. Però l’appuntamento dai carabinieri era solo rimandato.
Rientrai a casa. Due autobus. Ci misi un paio d’ore.
Il weekend successivo si replicava. Entro dalla finestra, stiamo assieme. Alle 5:00 voglio vestirmi e andarmene. Lei mi chiede di restare ancora un po’, e fuori infuria una bufera. Non so quanto tempo sia passato. Troppo comunque, perché suo padre ad un certo punto cercò di entrare nella stanza. La porta, abitualmente sempre aperta, era stata chiusa a chiave. Bastò questo per farlo alterare.
— Apri! Chi c’è con te? Guarda che butto giù la porta!
Io raccolgo le mie cose, e mi tuffo dalla finestra mezzo nudo. Il giubbotto rimane in camera. Mi vesto nella neve, con la Bora che soffia senza pietà. Mancano i calzini e il giubbotto. I piedi sono bagnati. Mi ricompongo meglio che posso e prendo la strada per il deposito dei bus.
Dopo 5 minuti una macchina si affianca. Era il papà della ragazza.
— Sali — mi fa, con un tono che non ammetteva repliche.
— Guardi che non è come crede lei… — accenno.
Mi porta dai carabinieri, ed esordisce:
— Ho trovato in casa questo individuo, e devo ancora controllare che non manchi qualcosa.
E no, penso, questo è sleale. A tutti i costi vuole chiamare mio padre. Cerco di convincerlo che il mio babbo è sordo, invalido, ha perso due gambe in guerra, è muto e non ragiona bene. Dopo 20 minuti mio padre è in caserma, con tutte e due le gambe e tutto il resto. Non so cosa si siano detti, ma sembrava tutto risolto. Mi viene anche restituito il giubbotto. Il papà della ragazza se ne va, mio padre si avvicina alla macchina, io passo dall’altra parte e faccio per aprire la portiera. Lui mi guarda e mi fa:
— Come sei venuto qui?
— In bus — replico.
— Ecco — fa mio padre — e in bus pure ci ritorni.
Ricomincio ad utilizzare questo spazio, abbandonato da anni. Giusto una sistemata con un nuovo template e la cancellazione di post vecchi, principalmente a carattere politico, i quali rimarranno su zonadifrontiera.org.
Qui parlerò di libri. Ho ricominciato a leggere — anche i contemporanei, anche le ultime tendenze — quasi con la velocità dei miei tempi migliori. Quando sarà il caso parlerò anche di automobili, meccanica, viaggi.
Soprattutto però parlerò di donne. Di esperienze passate, spesso esilaranti, di situazioni attuali, di strategie, di fallimenti e di successi. Almeno fino a quando rimarrò libero, fuggente e ubiquo.
Non aspettatevi liriche alla Miller, Henry, non Arthur. Sarò diretto, ma molto meno esplicito. Nessun nome, e nulla che possa rendere identificabile qualcuno verrà mai rivelato.
Non sono un essere sociale. Non bevo. Non amo le chiacchiere, figuriamoci quelle da bar. Conversazioni casuali, nate tra conoscenti, con persone che difficilmente si inviterebbero a casa propria. Non amici, ma semplici compagni di lavoro o abituali passeggeri dello stesso autobus, con i quali si discute superficialmente di calcio. E che cos’è il calcio? Da ragazzo ho giocato anch’io, perché tutti lo giocavano, ma non ci ho mai capito nulla. Preferivo correre. Correre sulle lunghe distanze. Non c’era bisogno di parlare. Si stava soli con i propri pensieri e la propria fatica. Senza fastidiosi strilli e urla: “tira”, “passa”, “devi stare lì”…
Il calcio giocato non mi appassiona, tanto meno quello parlato. È senza senso. Non si può discutere per ore, magari arrabbiandosi di episodi frutto del caso. È stolido ed inutile. E al bar, di calcio si parla. Principalmente. Quindi non ci vado. Mai.
Per di più, essendo un topo da Ced, muovendomi molto poco, spesso senza nemmeno il bisogno di fare il tragitto casa/lavoro, perché il lavoro mi arriva a casa in sessione ssh, tramite Adsl, di occasioni di entrare in un bar ve ne sono proprio poche. Ore e ore passate su di un terminale a controllare le ridondanze di un raid o a spulciare tra i file di log, per trovare errori o anomalie. La mia pausa è un caffè, non preso al bar, ma fatto con la caffettiera.
Poi la vita, a volte, cambia. Da libero professionista si possono scegliere quali lavori prendere e quali scartare, non sempre, ma a volte capita. E a volte capita di cambiare abitudini radicalmente. Così, recentemente, sono uscito dalla mia tana di bit – almeno parzialmente – per occuparmi anche d’altro. E sono entrato nei bar.
Non sono come me li ricordavo, sono cambiati. Ovunque invasi da macchinette mangia-soldi. Non ce n’è uno che non ne abbia qualcuna. E sono sempre in funzione. Quelli che hanno anche la ricevitoria e i tabacchi vendono un pacchetto di sigarette e un “gratta e vinci”, un caffè e un “turista per sempre”. Il resto, le monete da uno o due euro, finiscono quasi sistematicamente nelle slot-machines. Due colpi al pulsante e il cliente esce. Quando va bene.
* * *
Il bar era uno sporco locale di periferia. Il barista, una persona rude, con la barba lunga, sembrava infastidito d’ogni cosa, persino dei clienti che chiedevano di consumare. Lei entrò e chiese una birra. Difficile darle un’età, presumibilmente più di trenta e meno di quaranta. Bionda artificiale, con un’ampia riga nera nei capelli ad indicare il troppo tempo trascorso dall’ultima tinta. Non grassa, ma gonfia, con uno stomaco prominente che le sorreggeva l’ampio seno. La seguiva, quasi fosse un cucciolo di cane, un bambino di circa 6 anni d’età. Lei, senza nemmeno guardarlo, gli diceva di stare buono e fermo. Si avvicinò ad una slot ed iniziò a giocare. Giocava concentrata, su due macchinette contemporaneamente, nemmeno raccoglieva le monete che, di tanto in tanto, le slot restituivano.
Quando finì quelle che aveva in una specie di vasetto di plastica per crauti, iniziò ad usare anche quelle vinte. Infilava monete e premeva i tasti, senza nemmeno guardare il monitor. Mentre giocava su una già guardava l’altra. Cambiò svariate volte banconote per il corrispondente in metallo. Il bambino, annoiato, era uscito dal locale, attratto da qualcosa all’esterno. Lei non se ne accorse nemmeno. Notò la sua assenza solo quando ordinò l’ennesima birra. Uscì, lo prese per un braccio e lo riportò dentro: “Non devi uscire, hai capito? Stai qui. Fermo e buono”. Riprese a giocare.
Non sa cosa io stia facendo con antenne, cavi e strane scatolette, ma comprende che è qualcosa che ha a che fare con quelle macchinette. E questo le basta per iniziare ad attaccar bottone. Mi racconta che adesso è parecchio che perde, ma che per ben due volte ha vinto cifre importanti. Una volta 300 e un’altra addirittura 700 euro. Non so se sia vero, non mi pongo il problema. La mia unica ansia è per quel bimbo che scorrazza incontrollato per il bar. Cerco di spiegarle che non si può vincere: si chiama “speranza matematica”, sbilanciata a sfavore di chi gioca, decisa da un algoritmo. E se gioca continuativamente non ha alcuna possibilità di spuntarla, può solo perdere. Lei risponde con un grugnito di disappunto e continua a giocare.
Con il passare del tempo altri avventori si avvicinano alle macchinette e un poco alla volta il rumore diventa ubriacante. Io ormai ho finito, ho fatto il mio sporco lavoro: ho georeferenziato e connesso un’altra slot all’Ufficio delle Entrate, affinché sappia – in tempo reale e con saldi quotidiani – quanti denari quella singola macchinetta gli ha procurato. Sono valanghe di euro, cifre colossali, un sistema di tassazione improprio ed occulto per poveri allocchi disperati. Altri soldi fagocitati dall’apparato. A cosa sono destinati? Quali servizi ritornano al cittadino? Nessuno lo sa. Finiscono nel pozzo senza fondo statale.
Uno Stato biscazziere, a questo ci siamo ridotti, ci hanno ridotto. Senza l’elitaria eleganza dei casinò, portando il gioco in ogni angolo del Paese, rendendolo disponibile per tutti, per una colossale rapina di massa. Senza preoccuparsi di rovinare intere famiglie pur di continuare a sopravvivere a se stesso.
Paolo Visnoviz, 17 giugno 2012
Zona di frontiera (Facebook) – zonadifrontiera.org (Sito Web)
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