Abbiamo fatto l'Italia, ora facciamo gli italiani
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Negli Stati Uniti fa discutere una proposta di legge repubblicana che introdurrebbe l’obbligo di presentare un documento d’identità e dimostrare la cittadinanza americana per votare alle elezioni federali. I democratici si oppongono duramente, definendo la misura razzista e discriminatoria, tanto da ribattezzarla “Jim Crow 2.0” in riferimento alle vecchie leggi segregazioniste che limitavano il diritto di voto degli afroamericani.
La prima domanda spontanea che si farebbe un cittadino italiano o europeo è: ma davvero negli Stati Uniti si può votare senza esibire un documento d’identità e senza dimostrare di essere cittadini americani?
La risposta sorprendente è sì. In molti Stati americani basta dichiarare il proprio nome e cognome al seggio. Inoltre, non esistendo una carta d’identità nazionale obbligatoria, moltissimi americani passano una vita intera senza possedere alcun documento di riconoscimento ufficiale.
Nasce così il secondo interrogativo: perché richiedere un documento d’identità e la prova della cittadinanza dovrebbe penalizzare proprio la comunità afroamericana, tanto da configurarsi come una norma razzista?
Ecco le principali motivazioni addotte dai democratici: molti afroamericani non hanno una patente di guida, quindi dovrebbero richiedere la carta d’identità. Per ottenerla occorre il certificato di nascita, un passaporto americano oppure, per gli stranieri residenti, la Green Card. Per votare serve inoltre un certificato di cittadinanza.
Si tratta, in sostanza, degli stessi documenti che servono in qualsiasi altro Paese democratico dove presentare un documento d’identità e una prova della cittadinanza — o una tessera elettorale — per votare è considerato normale.
Perché agli americani appare così improponibile?
Difficoltà burocratiche esistono ovunque: i tempi di attesa per prendere un appuntamento sono lunghi anche in Italia, ma nessuno ha mai pensato di dire che dimostrare la propria identità o cittadinanza in maniera inequivocabile sia discriminatorio. Non si capisce perché dovrebbe esserlo negli Stati Uniti.
E, soprattutto, perché sarebbe complicato procurarsi questi documenti in particolare per gli appartenenti alla comunità nera? Semmai potrebbero incontrare difficoltà anche persone anziane, fragili, disabili o ragazzi diciottenni che non guidano ancora.
Dunque, perché definirla razzista?
Ma proprio questo automatismo è profondamente razzista. Perché presumere che una persona venga uccisa solo perché nera, senza prove precise, non è antirazzismo. È una forma terribilmente discriminatoria di guardare la realtà.
Significa ridurre una persona al colore della pelle. Significa decidere che ci sia per forza una matrice razziale quando una persona nera subisce un torto, un’aggressione, una violenza o persino un omicidio.
È come se, davanti a un omicidio, qualcuno concludesse immediatamente: “È stato ucciso perché aveva gli occhi verdi”. Una dichiarazione assurda ma anche terribilmente crudele perché farebbe temere a tutte le persone con gli occhi verdi di essere automaticamente esposte a un pericolo, di poter diventare bersagli in quanto tali, di dover guardare il mondo con sospetto e paura.
Presumere senza prove che una persona nera sia stata uccisa perché nera non favorisce l’integrazione: la annulla. Trasforma il colore della pelle in una minaccia permanente, in un destino, in una condanna. E finisce per far sentire diversi proprio coloro che sostiene di voler proteggere.
Ma un uomo nero può essere ucciso per mille ragioni terribili, assurde, criminali, esattamente come chiunque altro. L’ANSA ha riferito che tutto sarebbe nato da una discussione banale all’interno di un bar, e questo toglie forza alla narrazione di un gruppo partito con l’intenzione ideologica di andare “a caccia del nero”. Una lite degenerata in violenza brutale. Una dinamica di branco: crudeltà, vigliaccheria, violenza gratuita, degrado morale, criminalità. Il razzismo potrebbe esserci, certo. Ma per dirlo servono prove.
Più probabilmente, siamo davanti alla ferocia di giovani vigliacchi e privi di valori, che cercano vittime vulnerabili su cui sfogare la loro rabbia. La vittima era un migrante nero, ma avrebbe potuto essere un senzatetto, un disabile, un anziano, un fragile qualunque. Questo delitto non ha bisogno di una bandiera ideologica per essere mostruoso.
Se gli assassini appartenessero dichiaratamente a gruppi razzisti, se avessero rivendicato l’odio contro i neri, se avessero espresso proclami, se fossero andati consapevolmente “a caccia del nero”, come hanno scritto alcuni giornali, allora sì: sarebbe doveroso parlare di crimine razzista. Ma in assenza di questi elementi, partire dal colore della pelle della vittima e costruirci sopra una certezza significa fare esattamente ciò che si dice di voler combattere: mettere la razza al centro di tutto.
È questo il rischio di un certo antirazzismo ideologico: convincere che ogni torto subìto da una persona di colore sia dovuto non alla sua persona, ma alla sua pelle. Questo non è un modo per proteggerla ma per separarla dagli altri. Perché ricordare continuamente a qualcuno che è diverso significa discriminare. Dirgli, magari con il tono della solidarietà, che il mondo lo guarderà sempre attraverso il colore della sua pelle significa farlo sentire diverso. Convincerlo che ogni ostilità nasconda razzismo, che ogni difficoltà abbia una matrice razziale, che ogni ferita ricevuta sia il segno di un odio rivolto alla sua identità significa impedirgli di sentirsi semplicemente una persona tra altre persone.
Così non si aiuta l’integrazione; la si impedisce.
Nessun bambino nero o mulatto dovrebbe crescere sentendosi guardato prima di tutto come “un bambino di colore”. Nessun bambino dovrebbe imparare che la sua pelle viene prima del suo nome, del suo carattere, della sua intelligenza, della sua fragilità, dei suoi sogni. Nessun bambino dovrebbe sentirsi diverso, distinto dagli altri proprio da chi pretende di difenderlo.
L’integrazione non nasce dal sottolineare continuamente le differenze. Nasce dal riconoscere la persona prima della categoria. Nasce dal permettere a un nero, mulatto, bianco, asiatico, italiano o straniero di sentirsi semplicemente parte della stessa comunità. Nasce dal non trasformare ogni colore della pelle in un destino, ogni origine in una condanna, ogni episodio di violenza in una prova ideologica.
E invece una parte del discorso pubblico sembra avere bisogno del razzismo ancora prima di provarlo. Sembra cercarlo, evocarlo, imporlo come spiegazione automatica, perché è utile alla narrazione politica: crea indignazione, compatta un certo pubblico, produce consenso, permette a qualcuno di salire sul pulpito morale e dire: “Noi siamo dalla parte giusta”.
Ma la parte giusta non dovrebbe essere quella che strumentalizza una morte per ottenere attenzione, consenso o voti. La parte giusta dovrebbe essere quella che cerca la verità.
E la verità non può essere sostituita da un riflesso ideologico.
Bakari Sako è stato ucciso. Questo è il fatto tragico, enorme, insopportabile. Un uomo è morto. Una vita è stata spezzata. I responsabili dovranno rispondere di ciò che hanno fatto. Ma se non ci sono elementi sufficienti per dire che sia stato ucciso perché nero, allora affermarlo come certezza non è giustizia. È propaganda.
E la propaganda costruita su un morto, soprattutto quando si presenta con il volto dell’antirazzismo, è nauseante.
I francesi sono maestri nella difesa della propria immagine pubblica. Lo sono da secoli: nella cultura, nella diplomazia, nella politica, nella costruzione del prestigio nazionale. Anche quando la storia li mette davanti alle loro responsabilità, spesso riescono a trasformare la colpa in racconto patriottico.
È accaduto con il regime di Vichy. Per decenni, dopo la Liberazione, prevalse il mito di una Francia quasi interamente resistente, incarnata da De Gaulle e dalla memoria eroica della Resistenza. Vichy venne presentata a lungo come una parentesi imposta dai tedeschi, quasi estranea alla “vera” Francia.
Eppure il regime guidato dal maresciallo Pétain non si limitò a subire l’occupazione tedesca: collaborò attivamente con i nazisti. Già nell’ottobre 1940 promulgò lo Statut des Juifs, che escludeva gli ebrei da numerose professioni e funzioni pubbliche. L’apparato amministrativo francese — prefetti, funzionari, polizia — partecipò alla schedatura, all’arresto e alla consegna degli ebrei ai tedeschi.
Il caso più emblematico resta la retata del Vel d’Hiv, nel luglio 1942: oltre 13.000 ebrei furono arrestati a Parigi e dintorni dalla polizia francese, tra loro migliaia di bambini, e molti furono poi deportati ad Auschwitz. Fu la Francia a organizzare quella retata. Furono poliziotti francesi a eseguirla. Nessun tedesco vi prese parte direttamente.
Ancora oggi, molti cittadini francesi sembrano ricordare molto bene le colpe dei tedeschi e degli italiani, ma faticano a parlare delle proprie. Come se la collaborazione, le leggi razziali, le deportazioni, le complicità amministrative e poliziesche fossero responsabilità di qualcun altro. Vichy non fu soltanto una parentesi imposta dall’occupante, ma un regime francese che scelse di collaborare, discriminare, arrestare e consegnare migliaia di persone alla macchina dello sterminio nazista.
Anche la Germania, per anni, cercò di rimuovere o attenuare le proprie colpe. Nel dopoguerra, la memoria della Shoah non divenne subito argomento dell’educazione scolastica tedesca. Ci vollero tempo, processi, nuove generazioni, pressioni morali e culturali perché la Germania arrivasse ad ammettere fino in fondo l’orrore del nazismo.
Gli italiani, invece, sembrano spesso fare l’operazione opposta. Non difendono la propria immagine: la demoliscono. Non si limitano a riconoscere le proprie colpe reali, ma finiscono spesso per attribuirsi anche colpe deformate, esagerate, talvolta persino inesistenti, come se mostrare al mondo un’Italia peggiore della realtà fosse una forma di superiorità morale.
È il segno di un’identità nazionale fragile. Dopo il 1945, invece di costruire un patriottismo maturo, democratico e consapevole, una parte della cultura italiana ha preferito prendere le distanze dall’idea stessa di nazione. Come se essere patriottici fosse segno di arretratezza, colpa, fascismo.
E così la storia, invece di essere studiata nella sua complessità, viene brandita come un’accusa e diventa un campo di battaglia ideologica. Raramente si cerca la verità intera: si cerca la parte di verità utile alla propria fazione.
L’Italia è incapace persino di difendere i propri personaggi storici dalla scure di un giudizio fatto a posteriori, come nel caso di Cristoforo Colombo. Fu un uomo del Quattrocento, non del XXI secolo. Giudicarlo come se fosse un nostro contemporaneo, con la nostra sensibilità attuale, significa falsare la storia, non comprenderla.
Quando negli Stati Uniti le sue statue sono state vandalizzate, abbattute, rimosse o presentate come simboli di oppressione, molti italiani non hanno cercato di restituire complessità alla sua figura. Al contrario, una parte del dibattito italiano ha dato man forte a quella demolizione, come se fosse doveroso vergognarsi anche di Colombo, anche della sua scoperta, anche di quella tradizione di navigatori, esploratori, scienziati, artisti e uomini d’ingegno che per secoli aveva contribuito a costruire l’immagine dell’Italia nel mondo.
Colombo, con tutti i suoi difetti e le sue contraddizioni, non appartiene soltanto alla storia della colonizzazione. Appartiene anche alla storia del coraggio, della navigazione, della conoscenza geografica, della sfida all’ignoto.
Il punto non è trasformarlo in un santo. Il punto è rifiutare che venga trasformato in un mostro isolato, caricato di tutte le colpe dell’Occidente. Come se prima del 1492 il mondo fosse stato innocente e dopo di lui fosse cominciato il male, la schiavitù, il colonialismo.
La schiavitù non comincia con Colombo. La crudeltà non comincia con Colombo. L’imperialismo non nasce con lui. Le guerre di conquista, le deportazioni, i massacri, la sottomissione dei vinti erano realtà presenti in molte civiltà, europee e non europee, molto prima del 1492.
Cristoforo Colombo non va venerato. Ma non va nemmeno abbattuto senza processo storico.
Va studiato nel suo secolo, nella mentalità del suo tempo, dentro un mondo in cui la violenza, la schiavitù, la conquista, il fanatismo religioso e la crudeltà non erano eccezioni, ma parti strutturali della politica e della società.
Un Paese adulto riconosce le proprie colpe, ma non gioisce della propria umiliazione.
Un Paese maturo studia le ombre, ma non cancella le luci.
Un Paese serio non trasforma la memoria storica in autodenigrazione.
E forse è proprio questo il nostro problema: non abbiamo imparato a distinguere l’autocritica dall’autodistruzione.
Calimero, un pulcino coperto di fuliggine che non viene più riconosciuto dalla madre, nacque in una pubblicità animata trasmessa dalla televisione italiana nel 1963. Da allora non ha mai smesso di lamentarsi del proprio destino: «Ce l’hanno tutti con me perché sono piccolo e nero». Il personaggio si è diffuso ben oltre l’Italia in una serie di cartoni animati, l’ultima delle quali è stata lanciata nel 2013.
In alcuni Paesi, un senso di vittimismo è arrivato a essere definito “complesso di Calimero”. Il termine è stato applicato agli agricoltori francesi, perennemente inclini a sentirsi sminuiti. Gli olandesi, una piccola nazione stretta fra Paesi più grandi, sostengono che il complesso di Calimero spieghi la loro sensazione di avere scarsa influenza negli affari internazionali.
E nel suo recente libro Il complesso di Calimero, Marco Del Panta, ex diplomatico italiano, afferma che anche il suo Paese si percepisce simile allo sfortunato pulcino. Pur avendo storia, cultura, economia e posizione geopolitica da grande Paese, tende a raccontarsi — e quindi a presentarsi agli altri — come un Paese minore, sfortunato, non abbastanza ascoltato.
L’autore sostiene che l’Italia tende a vedersi più piccola, più fragile e meno autorevole di quanto sia davvero. Da qui il “complesso di Calimero”: un’autopercezione da Paese sottovalutato, escluso, “brutto anatroccolo” tra nazioni più grandi e sicure di sé.
La domanda centrale del libro è: perché un popolo che ha avuto un ruolo enorme nella storia europea e mondiale ha un’autostima così bassa? La questione non è marginale perché incide sul senso di appartenenza e sulla capacità del Paese di competere nel mercato globale.
Del Panta collega quindi il tema dell’autostima nazionale a due aspetti: come gli italiani vedono sé stessi e come questa insicurezza influenza lo sguardo degli stranieri sull’Italia.
Applicato alla politica estera, l’Italia tende ad avere un’influenza inferiore al proprio peso reale perché tende a non esporsi troppo, a evitare posizioni nette. I funzionari italiani, in sede europea, aspettano spesso di conoscere prima le posizioni degli altri Paesi per poi proporre un’opzione “vicina al centro”; questa tendenza riduce l’influenza internazionale dell’Italia rispetto alle sue potenzialità.
Il “complesso di Calimero” non riguarda solo l’autopercezione degli italiani, ma viene spesso amplificato dalla stessa classe dirigente. Quando alcuni politici portano nelle sedi internazionali non una critica puntuale al governo di turno, ma una rappresentazione denigratoria dell’Italia nel suo insieme, la critica si trasforma in delegittimazione complessiva dell’Italia come sistema, alimentando all’esterno l’immagine di un Paese instabile, inaffidabile o perennemente arretrato.
La distinzione importante è questa: criticare un governo all’estero può essere legittimo; denigrare il Paese è un’altra cosa. La prima è dialettica democratica. La seconda rischia di diventare una forma di autolesionismo nazionale, soprattutto quando conferma stereotipi già diffusi sull’Italia.
È difficile immaginare un politico francese che, in una sede istituzionale internazionale, pur criticando Macron, descriva la Francia come un Paese arretrato, allo sfascio o sull’orlo del baratro. Allo stesso modo, raramente si vedrebbe un esponente tedesco, spagnolo o britannico trasformare una polemica interna in una svalutazione pubblica della propria nazione davanti al mondo. In molti Paesi esiste una linea non scritta: la lotta politica resta aspra in casa propria, ma all’estero si tende comunque a preservare un nucleo minimo di reputazione nazionale.
In Italia, al contrario, accade che la competizione interna prevalga su questa cautela. E così il “complesso di Calimero” viene alimentato non solo dall’autopercezione collettiva, ma anche da una certa irresponsabilità retorica della classe dirigente: più che denunciare singoli problemi, si finisce per rafforzare l’idea di un Paese perennemente inadeguato, instabile, incapace di governarsi.
Insomma, i dati internazionali raccontano un’altra realtà: l’Italia resta uno dei sistemi sanitari più efficienti e performanti al mondo.
Secondo il ranking di Bloomberg e OCSE, la sanità italiana è riconosciuta per la sua elevata efficienza: riesce cioè a generare ottimi risultati clinici con risorse contenute.
• Efficienza sanitaria: l’Italia oscilla tra il 3° e il 4° posto mondiale negli indici di efficienza di Bloomberg. Il dato riflette un sistema capace di garantire cure di alta qualità con una spesa pari all’8,4% del PIL, inferiore al 9,3% della media OCSE.
• Qualità delle cure ospedaliere:
– Mortalità a 30 giorni per infarto acuto del miocardio: 4,7%, contro una media OCSE del 6,5%.
– Ospedalizzazioni evitabili: 224 ricoveri evitabili per patologie croniche ogni 100.000 abitanti, contro una media OCSE di 473.
Capacità di prevenzione — OMS e OCSE
L’Italia investe il 4,6% della spesa sanitaria totale in prevenzione, una quota superiore alla media OCSE del 3,4%.
• Mortalità evitabile: secondo il Country Health Profile 2025, l’Italia eccelle nel prevenire decessi attraverso politiche di salute pubblica e interventi tempestivi.
• Bloomberg Global Health Index: l’Italia è classificata come il 2° Paese più sano al mondo nel 2024, con un punteggio di 91,59/100, preceduta solo dalla Spagna. Alcune fonti giornalistiche segnalano persino il 1° posto mondiale per il sistema sanitario pubblico in termini di eccellenza complessiva in analisi di metà 2025.
• Punti di forza: aspettativa di vita elevata, 84,1 anni nel 2024 — record UE insieme alla Svezia — dieta mediterranea e attenzione alla prevenzione.
• Health Care Efficiency: nelle ultime edizioni dell’indice di efficienza, rapporto costi/risultati, l’Italia ha storicamente oscillato tra il 3° e il 4° posto mondiale.
Alcuni indicatori sintetici
• Ricoveri per cronicità: Italia 224 — media OCSE 473.
Tra i valori più bassi al mondo per capacità di gestione territoriale.
• Mortalità post-ictus: Italia 6,9% — media OCSE 7,7%.
Segnale dell’efficacia dei percorsi di emergenza-urgenza.
• Spesa in prevenzione: Italia 4,6% — media OCSE 3,4%.
Un focus strategico superiore agli standard internazionali.
Il dato più interessante riguarda proprio uno degli aspetti su cui gli italiani si lamentano di più: i tempi di attesa per visite mediche e cure. Ebbene, anche qui l’Italia risulta sotto la media OCSE: i bisogni sanitari non soddisfatti sono pari all’1,8%, contro il 3,4% della media OCSE. Tradotto: l’accesso alle cure essenziali risulta garantito meglio che altrove.
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