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di Paméla I.Z
I Dormienti sono 32 figure in terracotta realizzate da Mimmo Paladino nel 1998 ed esposte per la prima volta l’anno successivo alla Roundhouse di Londra.
Dal 16 maggio al 26 luglio 2026 sono a Milano, nella Sala Stirling di Palazzo Citterio.
Ci si muove al buio di un sotterraneo tra ovali di luce gettati a terra, il percorso è ignoto, può essere timoroso, interrotto da soste, fluido, lo spazio qui permette di tornare sui propri passi anche se nessuno si lascia dietro impronte.
La vista dà fondo alla sua capacità di guardare, intuendo contorni nascosti tratteggia sagome da non calpestare.
I suoni e i silenzi sono orchestrati da Brian Eno nel 1999: non è trascurabile si possa anche tornare indietro nel tempo.
Difficile distinguere la fisionomia degli avventori come ricordare la propria, i protagonisti sono corpi in terracotta che dormono a terra, creati dalla stessa matrice sono altrettanto anonimi nei lineamenti e tutti insieme si è liberi di concedersi all’essenza al di là dell’apparenza visibile.
Chissà chi è stato il primo di loro ad addormentarsi dando il via a una notte sempiterna attraversata da fantasmi insonni. Qualcuno ha l’impressione siano stati sommersi dalla lava a Pompei, e in fondo hanno la pelle segnata dai resti di un evento che brucia.
Dice Paladino che gli venne chissà come di guardare i disegni di Henry Moore dei bombardamenti, delle persone rannicchiate nei ricoveri di guerra inglesi durante la seconda guerra mondiale, che, lungi dall’assumere una postura tragica e intimorita, sembravano dormire sognando.
Ci chiede: cosa si fa quando ci si addormenta o si deve scappare da qualcosa?
Tra sogno e realtà portiamo via e ritroviamo gli oggetti. Una ciotola per non svegliarsi affamati, una tegola che è casa usata come una coperta, contenitori che ci restano sopra, accanto e vegliano. Trasformati in pezzi a sé, la testa e gli arti diventano parte di una composizione metafisica, confusi con quello che è stato accatastato per rassicurarci e ricordarci della luce al piano di sopra.
Forse così non si percepisce la ferita mortale che per alcuni ha lacerato una gamba e per altri dissezionato il petto e morire è un viaggio dentro le pareti fatte della terra di un pacifico, infinito sonno.
by WM
Nei manga ancora qualcuno cerca maestri, maestri di qualsiasi cosa, basta che insegnino la vita lenta alla gente che legge le riviste in metro, ossessionata da orari e scadenze lavorative; i sensei insegnano a cogliere l’attimo, a disfarsi in modo Zen del passato e a dare un ritmo diverso al mondo che li circonda, ed essere degli ossan (gente matura, diciamo, se non vecchia +35!) non impedisce loro di essere apprezzati e, in qualche caso, di intercettare qualche interesse sentimentale che sarà ricambiato, ma alla loro maniera, dopo lunghe riflessioni e con un approccio diversamente passionale.
I maestri che appaiono nei manga giapponesi sembrano proiezione di un padre perduto: la morte della figura paterna, inghiottita nelle spire del lavoro alba-tramonto, e la crisi delle nascite e dei matrimoni, che segnano l’assenza di padri, fanno sì che fioriscano nei fumetti figure rassicuranti, forse problematiche, ma che finiscono con l’essere faro per ogni bussola di figli perduti nei propri labirinti. Facciamo due passi nel labirinto.
Isekai Henkyou Meshi – Todoroki Kishiyama, Tsunayoshi
Crediateci o no, il cibo risolve tutto: conflitti e tensioni interrazziali, guerre fra imperi e regni, zuffe fra elfi ed orchi. Nell’infinito e noiosissimo parco fumetti dell’Isekai (ne abbiamo già parlato), c’è un sotto genere che potremmo definire “Quattro Salti in Padella, ma Fantasy”, in cui vengono aperti dei ristorati giapponesi in mondi popolati da creature magiche e geografie immaginarie, dove si esportano i piatti terrestri. E lo so: sembrano trame scritte sotto acido, ma hanno un loro senso; una cultura fiera di se stessa e delle proprie tradizioni ribadisce la bontà del suo riso, del katsudon e della zuppa di miso, e si propone come faro culturale della pace, perché tutti (pagando si intende, e qualche volta gratis) possono sedersi al desco e staccare un attimo i pensieri dalle disgrazie quotidiane, sedendo per un po’ accanto a quelli che di solito sono i nemici, le razze avverse e le fazioni politiche che altrove ti vorrebbero morto. I Quattro Salti Isekai sono idealizzazione della bancarella tradizionale, della ristorazione tradizionale, presenti ancora anche nelle grandi metropoli.
Tra i tanti fumetti in cui mi sono imbattuto, ce ne sono di discreti (il ripetitivo Isekai Shokudou: Youshoku no Nekoya, che non annoia troppo, e il mediocre Isekai Izakaya “Nobu”), ma questo Isekai Henkyou Meshi appare scritto bene: non pone l’accento sulla reincarnazione in un altro mondo (solo da una vignetta sapremo che l’ossan è un giapponese), ma racconta una lunga e lenta storia che si snoda per flashback dove un uomo sulla via dell’autodistruzione trova un maestro che lo fa lavorare in una bettola nella quale invecchierà lentamente nei giorni scanditi dal lavoro quotidiano. La bettola diventerà un luogo di pace, lui adotterà una principessa profuga, che diverrà sua discepola, un enorme caprone e un mezzo elfo, divenendo amico silenzioso delle confidenze di uomini e donne potenti, dei quali otterrà il rispetto offrendo cibo delizioso e un ascolto attento.
A suo modo è un western, ma pieno di elfi e senza pistole. Scritto bene, con un sensei ideale.
Katainaka no Ossan, Kensei ni Naru – Shigeru Sagazaki (testi), Kazuki Sato (disegni)
Da giovane voleva fare l’avventuriero, poi, chissà perché, finisci ad addestrare bambini nel dojo di famiglia nell’arte della spada, tirando su orfani, sbandati, figli di borghesi senza speranze, col risultato che ingrigisce in una vita serena e senza sussulti. Potrebbe succedere al babbo, vivere una perfetta slow life e crepare serenamente in campagna, lontano del logorio della vita moderna, senza bisogno di fare shottini di Cynar. Poi una sua allieva di un tempo, ora pezzo grosso delle guardie, gli consegna un ordine imperiale per cui deve fare l’istruttore in città; vita sconvolta, ma Beryl farà vedere i sorci verdi a tutti, scoprirà una serie di ex allieve, ora procaci fanciulle, innamorate di lui e si dannerà l’anima in intrighi di corte, di cui francamente avrebbe fatto a meno. Beryl ha sempre la stessa faccia e si chiede: ma chi me la fa fare a questa età?
Un manga divertente, che dosa azione e scene lente e un po’ di romance con grande abilità, non senza un pizzico di umorismo.
Einen Koyou wa Kanou deshou ka – Risa Nashikawa
Se i due manga precedenti mettevano al centro il sensei, qui la prospettiva e il focus è tutto sulla giovane Lucille, che vive in un mondo Ottocentesco di una campagna mitteleuropea, in un mondo dove il sovrannaturale e la magia sono sì inconsueti, ma dati come realtà. Infatti, Lucille va a servizio da un uomo che tutti chiamano il sensei, ma che è un mago che ha vissuto centinaia di anni, benefattore del paese, di cui ha risollevato l’economia insegnando l’arte di fare il sapone, e che non esercita mai la magia, ma vive una vita ritirata, gentile, ma silenzioso e scostante. L’intera trama si svolge intorno a lei che lentissimamente comprende i sentimenti di quest’uomo misterioso, di cui non tarderà a innamorarsi di castissimo amore.
È di certo un seinen manga, non indulgendo in tematiche shojo, lento e coinvolgente: il misterioso sensei ricambierà i delicati sentimenti di una fanciulla nata l’altrioeri?

by WM
Esistono strumenti che non esistono, roba suonata nelle pieghe del tempospazio di grande bellezza e, perciò, di non immediata visibilità, a meno che non siate dei nerd di Radio Tre Classica o scavatori nelle miniere di Youtube.
Quattro album, sette tracce, sei strumenti diversi: la VIHUELA, il LANGELEIK, il DULCIMER, il CROMORNO, il COLASCIONE, la SORDELLINA. Cosa apettate? PRESS PLAY!
playlist
Armonia Concertada: O dolce vita mia / O Dulce Contemplacion
Gunvor Hegge: Halling etter Barbo Myrthe / Låtten hass Tørger Melby, springar
Malicorne: Branle de la Haie
I Bassifondi: Tarantella / Antidotum Tarantulae
di Paméla I.Z
Aftersun è un film del 2022 scritto e diretto da Charlotte Wells, al suo esordio alla regia di un lungometraggio. Protagonisti Frankie Corio e Paul Mescal.
Tu potrai andare a vivere dove vorrai.
Sceglierai tu cosa diventare.
Hai tempo.
Anni ’90: quando un padre può ancora raccontare a una figlia che la vita è un Sogno Americano e sognare è un placido, lungo sonno dentro le coperte rimboccate.
In vacanza in una località di mare turco Callum piange di nascosto, siede nudo con un groviglio che la pancia tesse sul materasso di un villaggio con la formula “tutto compreso”, lui non può permettersela ma illude di un irreale benessere anche chi indossa il relativo braccialetto giallo. Lo status è gomma scadente in una notte di mezza estate.
Ogni generazione fallisce, diventa grande come può più che come vuole, eppure insiste, mette al mondo figli ai quali racconterà la stessa menzogna che ha coccolato la loro infanzia per ammantarsi di quel momento al riparo dalla vita, illudersi che la prole gli abbia dato senso e assoluzione, ritrovando possibilità mai realmente avute.

Nel giorno del suo trentunesimo compleanno la figlia undicenne Sophie corre più veloce di lui, scende a perdifiato e scandaglia il terreno suggerendo all’orecchio dei presenti una canzone che intona di un bravo ragazzo, nessuno lo può negare e d’altronde tutti la cantano in coro.
Sorge in alto il viso da festeggiare ma non è un sole, è un’espressione coperta dalla luce che a volte acceca e chissà cosa ci nasconde.
La loro telecamera documenta il tempo sulla linea di confine delle vacanze che vive un unico giorno moltiplicato, sempre quello. Una linea continua da disegnare sulla sabbia alternandosi, complici del prolungamento che allontana incombenze e l’imminente separazione.

Le immagini fissate sono felici, nel libro Oceano Mare c’è scritto così:
— Una cura miracolosa…
— Il mare….
— È una pazzia…
— Guarirà, vedrai.
— Morirà.
— Il mare.
Fuori dalla registrazione restano gli sguardi velati di Callum, le sue nuotate notturne che inghiottono, il pensiero che sia strano essere arrivato a quell’età e la comprensione profonda quando ascolta Sophie dire improvvisamente che le sue ossa non funzionano e si sente affondare.
Accanto, forse, degli indizi di un insostenibile sforzo di vita che gira a vuoto: un gesso tagliato faticosamente con forbici inadatte e il sangue che cola nel catino, due ragazzi che si baciano in segreto, una maschera da immersione troppo costosa che viene smarrita.
Nel rimpallo tra realtà e immagine analogica è vero quello che si vede con gli occhi, ciò di cui si è testimoni.

Le sequenze girate oggi mostrano Sophie all’età di suo padre, siede anche lei su un letto ma non la vediamo di schiena, è frontale con la maglietta e una compagna, un figlio nell’altra stanza e le conseguenze di un dolore che diventa urlo di rabbia e richiamo sovrapponendola al padre che balla.
Riguardando le videocassette di quell’estate il ricordo si corrompe, i sentimenti del passato vengono contaminati dal significato che quel momento ha ora e gli indizi sfuggono.
Per molto tempo non sembra succedere niente di drammatico, un padre e una figlia in vacanza è l’inganno lento che striscia sotto la pelle del film e della vita della regista Charlotte Wells, fino a raggiungere la nostra e causarci un rivolo di sangue colante dall’avambraccio, senza nemmeno l’accortezza di una lama scintillante e di un catino sotto.
Il finale è nudo come il corridoio di un aeroporto e una linea continua sulla spiaggia impreparata a spezzarsi, ribaltata nel corpo freddo di una miriade di neon sul soffitto, di una porta che si apre e inghiotte per sempre un uomo.
Lo stesso che un giorno d’estate si è sdraiato su un tappeto turco ascoltando le storie della vita che ago e filo riescono ad afferrare meglio del tessitore, ora eredità ai piedi del letto di una figlia.
In una lettera aperta la regista ci dice che in turco “hasret” significa una combinazione di nostalgia, amore e perdita.
Prima della fine, non potremmo dare a noi stessi ancora una possibilità?
Can’t we give ourselves one more chance?
Why can’t we give love that one more chance?
Why can’t we give love?
Cause love’s such an old fashioned word
And love dares you to care for
The people on the edge of the night
And love dares you to change our way of
Caring about ourselves
This is our last dance
This is our last dance
This is ourselves
Under pressure
Under pressure
Pressure
di Tamara Macera

Tante domande, ed anche una risposta … Per i più appassionati la citazione è chiara. “Smettila di parlare …avvicinati un po’! ” E dunque perché non avvicinarsi , di nuovo , sempre ,con religiosa dedizione ad un album come “1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi – Del conseguimento della maggiore età “. ” Fragili desideri , a volte indispensabili , a volte no “. Chi non ha visto la propria vita frantumarsi , man mano che gli anni prendevano il sopravvento sulla spensieratezza? PRODUCI, CONSUMA , CREPA … CREPA … CREPA!
Noia , quella che ci attanaglia , che ci fa perdere il senso del circostante.” Mi annoio normalmente , mortalmente ” . Qual è il senso vero delle cose ? Quale sentimento più attuale ? La divinità del consumismo , fluida , come eiaculazione sulle nostre sporche esistenze. Perché in fin dei conti , tutti non sappiamo come stare. Si è vero è una questione di qualità , ma potrebbe essere anche una formalità. L’ironia nelle parole di Ferretti sembra raccontare un presente di qualsiasi Novecento o Duemila. Avanti o Dopo Cristo. A destra o sinistra di un movimento. Sopra o sotto le nostre aspettative. Da solo , chiuso in una stanza , rimani solo tu , con i tuoi dubbi , le tue incoerenze , le tue paure. Tu e quel grande fallace mondo là fuori. Sulle note di un basso quasi da spy story , “allarme ” è un brano da ascoltare sotto le coperte , al riparo da una società assassina.
“Emilia Paranoica” chiude la parabola di un disco da mordere , strappare . Una sezione ritmica che sembra una danza tribale , un vortice verso la fine , la disperazione che si fa spazio in una poesia apocalittica e distopica .” Emilia di notti ricordo senza che torni la felicità
Emilia di notti d’attesa di non so più quale amor mio che non muore”.
Amor mio che non muore .
Che fare, dunque ?
Alzare il volume , scuotere via le macerie democratiche dalle nostre stupide vite e ballare … Ballare su questo nulla che ci uccide , sbeffeggiando il tempo e quest’epoca.
Grazie CCCP.
Grazie disco meraviglioso.
Grazie del coraggio e di una storia che forse , mai più tornerà.
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