Alla Camera inizia la discussione degli emendamenti sulla proposta di legge del governo per tornare al nucleare civile. Questa proposta è un programma politico revanchista per tornare al nucleare, aumentando la dipendenza dall’estero visto che non abbiamo le materie prime e per di più non aiuterebbe l’Italia ad affrontare la crisi energetica creata dalla guerra insensata di Trump all’Iran.
L’Italia ha già un costo dell’energia più alto dei competitori, ora rischia una crisi energetica che non verrebbe risolta dal pessimo provvedimento del governo, anzi a questo fine è inutile. Va ricordato che il governo ha rinviato la chiusura delle centrali elettriche a carbone, in assoluto le più inquinanti, al 2038.
Eppure è proprio il Ministro Pichetto Fratin ad affermare che “la produzione da fotovoltaico, eolico, idroelettrico costa meno dell’energia elettrica prodotta dal gas e che se per il 2030 riuscissimo a raggiungere la metà dei nostri consumi da rinnovabili i prezzi calerebbero sensibilmente”.
Il governo potrebbe iniziare subito a ridurre i prezzi almeno per l’energia elettrica prodotta dalle fonti rinnovabili, ma Il Ministro dovrebbe ammettere che se le rinnovabili non aumentano di quanto sarebbe necessario per il 20230 la responsabilità è sua, visto che ha costruito un castello di regole che ne ritardano l’installazione.
Nel 2025 gli investimenti nelle rinnovabili sono diminuiti del 6% sul 2024, con questo andazzo non si arriverà all’ obiettivo del PNIEC di 131 GW, cioè 49 GigaWatt in più di oggi. Decine di GW di rinnovabili, anzitutto eolico off shore, attendono autorizzazioni che non arrivano, vedi Civitavecchia dove l’off shore potrebbe sostituire la centrale a carbone.
Invece Pichetto Fratin valuta che il nucleare potrebbe iniziare la produzione nel 2035, tra dieci anni, quindi il Ministro ammette che non potrebbe intervenire in tempo per la crisi energetica attuale.
Va ricordato che il nucleare civile in Italia è stato bocciato 2 volte con referendum abrogativo (1987 e 2011) tanto che le centrali sono in via di smantellamento (con grave ritardo) e che la Corte costituzionale (Tesauro 199/2012) ha sentenziato che una materia abrogata con referendum popolare non può essere riproposta come tale. Si può ritornare sull’argomento solo se c’è un cambio sostanziale, ad esempio se le centrali anziché a fissione (come quelle chiuse dai referendum) fossero a fusione nucleare il discorso cambierebbe. Ma nessuno è in grado di dire quando queste centrali saranno disponibili.
Quindi la proposta del governo è inefficace ad affrontare i problemi attuali dell’Italia ed è semplicemente incostituzionale.
Varrebbe la pena di rifletterci prima di obbligare i cittadini a promuovere un terzo referendum abrogativo.
Nella proposta del governo e nelle notizie fatte circolare si tratta delle note centrali a fissione, solo più piccole, ma con lo stesso funzionamento sostanziale. Eppure in questi giorni cade il 40° dell’esplosione avvenuta a Chernobyl e questo dovrebbe almeno indurre prudenza.
Il Ministro parla di piccole centrali da 300 Mega, in realtà sarebbero il doppio di quella chiusa sul Garigliano. “Piccole centrali” SMR di cui attualmente non esistono prototipi verificabili e collaudabili. Per arrivare al 20% di produzione elettrica da nucleare nel 2050, come ipotizza il Ministro, occorrerebbero almeno 20 centrali “piccole”, una follia e per di più fuori tempo massimo per alleggerire la crisi energetica.
L’Unione europea, malgrado passi indietro sul green deal, ci dice che per affrontare le conseguenze della crisi energetica attuale occorre puntare tutto sulle fonti rinnovabil e su misure di risparmio.
Il Ministro si chiede dove metteremmo tutto il fotovoltaico di cui abbiamo bisogno. Su terreni scarsamente produttivi e sui tetti dove c’è ancora molto spazio da utilizzare con modesti provvedimenti per liberare i tetti delle città da una selva inutile di antenne. Inoltre Pichetto Fratin dovrebbe ricordarsi dell’eolico, in particolare off shore, che da quando è Ministro ha ignorato.
La verità è che il nucleare civile è una revanche della destra, presa da un raptus reazionario contro il green deal, come dimostra la prefazione di Giorgia Meloni al libro di Procaccini.
La destra vuole tornare al nucleare come ha già tentato senza successo di manomettere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, perdendo il referendum. Lo fa con un atteggiamento ideologico che cerca di dipingere il nucleare come panacea per i guai energetici dell’Italia, ma non è così, tra l’emergenza energetica attuale e la soluzione proposta dal governo sul nucleare ci sono non meno di 10 anni di differenza che condannano l’Italia ad essere in balia della coppia Putin/Trump.
Inoltre il governo finora ha rinviato la soluzione delle scorie radioattive. Se si facesse altro nucleare è evidente che le scorie aumenterebbero, dove le mettiamo ? qual è la proposta ? Il governo balbetta.
Potremmo essere un paese d’avanguardia nelle fonti rinnovabili, abbiamo potenzialità ed esperienza, era la ragione dell’investimento Enel a Catania per produrre pannelli fotovoltaici. Terna ha un programma di investimenti importante negli accumuli che si potrebbero affiancare all’idroelettrico per stabilizzare la rete. Avere interrotto per ragioni ideologiche i progetti più innovativi ha portato alla crisi dell’auto elettrica in Italia così non abbiamo più un ruolo nel tradizionale e non lo abbiamo nell’innovazione, lasciando alla Cina altro spazio.
Le opposizioni debbono affrontare l’iter parlamentare di questa proposta di legge con impegno. Non è una proposta come altre perchè cerca di mettere nei rifiuti della storia due risultati referendari e propone il nucleare che aumenterebbe la dipendenza dall’estero, mentre dovremmo dedicarci a sviluppare e sfruttare le risorse che abbiamo a disposizione come le rinnovabili su cui abbiamo competenze e possibilità. Bocciare questa legge è un capitolo dell’alternativa alla destra.
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Deve essere serio il rischio di perdere il referendum sulla legge Meloni/Nordio se Giorgia Meloni nel comizio di Milano ha rotto gli argini e ha usato per la polemica con il NO una demagogia di infimo ordine, insistendo nella delegittimazione della magistratura, creando a questo punto un serio problema sia politico che istituzionale. Può una Presidente del Consiglio che ha giurato sulla Costituzione picconare uno dei poteri fondamentali della democrazia italiana? Quando Cossiga molti anni fa ebbe un atteggiamento analogo fu sottoposto a impeachement, ora che si fa?
Le destre sono evidentemente preoccupate per il risultato del referendum sulla legge Meloni/Nordio che avevano immaginato come una marcia trionfale che avrebbe aperto la strada alle altre deformazioni della Costituzione.
Il governo prima ha ridotto ai minimi termini il ruolo del parlamento, che nella visione dei costituenti era il pilastro della democrazia. Poi ha deciso da solo la controriforma della Costituzione sulla magistratura e l’ha imposta al parlamento, che è stato costretto ad approvarla senza modifiche.
Ridimensionato il ruolo del parlamento il governo delle destre vuole fare altrettanto con la magistratura, spaccando il Csm in due, estraendo a sorte i componenti della magistratura, oggi eletti da tutti i magistrati, per non parlare dell’Alta Corte (tutti corazzieri?) che dovrà esercitare il ruolo disciplinare sottratto ai due Csm, per di più stranamente per tutta la magistratura, confermando che questa controriforma è scritta male e in modo contraddittorio.
Le destre vogliono stravolgere la Costituzione del 1948 in aspetti fondamentali, con il risultato di aumentare il potere del governo, in particolare del capo del governo, riducendo sia il ruolo del parlamento che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Il governo vuole decidere senza il rischio di subire controlli, è allergico alle critiche, per di più cerca di scaricare sulla magistratura le sue manchevolezze.
Nella crisi più grave degli ultimi decenni non sa decidere e assiste senza fare scelte al degrado dell’economia e della società. Di fronte agli sconvolgimenti politici internazionali, ai venti di guerra che sconvolgono la vita e l’ambiente in tante parti del mondo, ai problemi del cambiamento climatico relegati in ultima fila dalla politica e dall’economia reazionarie attuali, alle crescenti fratture sociali, al risorgere di politiche di pura potenza e di aggressione verso gli altri, la Costituzione resta un punto fermo di diritti e di principi, più che mai indispensabile, a partire dall’articolo 11 che afferma che l’Italia ripudia la guerra, articolo dietro il quale si è nascosta anche Giorgia Meloni per evitare l’attrazione verso la guerra del gorgo trumpiano. Se non brava certo furba.
Sette modifiche e non saranno le sole
Le 7 modifiche della Costituzione sulla magistratura della legge Meloni/Nordio sono in stretto rapporto con l’autonomia regionale differenziata (Calderoli sta cercando di aggirare le sentenze della Corte costituzionale), con la legge elettorale maggioritaria che le destre vorrebbero e con i parlamentari di nuovo nominati dall’alto, con il premierato per instaurare una capocrazia (Ainis) accentrata, relegando il Presidente della Repubblica in un ruolo marginale, con leggi securitarie che contrastano con la partecipazione democratica. Tutto questo rende incomprensibile dichiararsi per il Si.
C’è il merito della riforma ovviamente che di per sé basta a decidere per il No. Ma se non bastasse anche il contesto politico ed istituzionale conferma che occorre dire No. Penso a Pisapia, persona stimabile ma che ha avuto la sfortuna di fare la sua dichiarazione di voto per il Si proprio quando Giorgia Meloni ha fatto il comizio peggiore e più sguaiato della sua carriera politica, mancava solo che dichiarasse che votare Si avrebbe fatto scendere il prezzo della benzina.
Avere un’opinione è un diritto inalienabile di tutti che va difeso con intransigenza, ma lascia interdetti che non si colgano i risvolti politici di una eventuale vittoria del Si, che darebbe mano libera al governo per scrivere da solo anche l’attuazione delle norme attuative senza limiti e vincoli. Come si fa ad ignorare che le modifiche della Costituzione che le destre vogliono realizzare sono molte di più di quella sulla magistratura, che peraltro non è detto sarà l’ultima sul tema, visto che Tajani ha proposto di togliere ai PM la polizia giudiziaria e Nordio ha parlato di un sistema di controlli sui magistrati che evoca quanto meno un controllo sull’obbligatorietà dell’azione penale.
Tutto questo in un quadro internazionale in cui prepotenza e politica della forza stanno cambiando drammaticamente l’ordine mondiale uscito dalla seconda guerra mondiale.
La stampa delle destre ha dato ampio risalto a esponenti della sinistra schierati per il Si. Mi permetto di chiedere di riflettere ancora sul voto, dichiararsi non vuol dire votare. Alcuni si sono molto esposti, a volte anche con argomenti che lasciano interdetti come Augusto Barbera che ha affermato che la Costituzione non parlerebbe dei PM, che verrebbero addirittura valorizzati dalla controriforma Meloni/Nordio, non è così perché l’articolo 104 afferma: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, quindi tutti i magistrati, giudici e accusa. Del resto se così non fosse che bisogno ci sarebbe di separarli tra giudici e PM come afferma la Meloni/Nordio?
Quanti ancora non hanno deciso e stanno riflettendo sul loro voto il 22/23 marzo hanno ancora tempo e modo per decidere il loro orientamento e forse potrebbe aiutarli rileggere il titolo IV che come tutta la Costituzione è breve e chiaro.
A Giorgia Meloni piace vincere facile, ma prima o poi dovrà rendere conto del suo operato. Prima ha cercato il plebiscito e ha fatto approvare una legge che anche agli occhi di chi ha una propensione per la separazione delle carriere contiene castronerie come il sorteggio per la rappresentanza dei magistrati o l’alta corte che è un obbrobrio incostituzionale e non sono gli unici punti.
Ora Giorgia Meloni mette le mani avanti per evitare che la vittoria del NO abbia conseguenze sul governo.

Iniziativa importante a Bologna, un Appello di intellettuali per il No al referendum
Presentazione di Alfiero Grandi, direttivo nazionale del Comitato della società civile per il NO
Persone di valore hanno sottoscritto l’adesione con cui hanno reso noto il loro impegno per il No nel referendum costituzionale sulla magistratura .
La legge Meloni/Nordio scritta dal governo e approvata dal parlamento senza che fosse consentito a deputati e senatori di cambiare neppure una virgola oggi può essere bloccata solo da elettrici ed elettori votando No il 22/23 marzo.
Con questa forzatura il governo ha già la responsabilità di avere annichilito il ruolo del parlamento, centrale nella nostra Costituzione del 1948.
Se dovesse prevalere il Sì il governo metterebbe a segno un ulteriore forzatura verso il ridimensionamento dell’indipendenza della magistratura, il cui ruolo è centrale per mantenere l’equilibrio tra i poteri che la Costituzione sancisce.
Non va dimenticato che appena la Corte dei Conti ha bocciato le procedure illegali con cui il governo voleva realizzare il ponte sullo stretto è stata approvata a tambur battente una legge che taglia il suo ruolo nel controllo dei conti pubblici e nel perseguire i reati degli amministratori pubblici infedeli.
Verso la magistratura ordinaria è in atto un vero e proprio “bullismo politico” da parte del governo. Non da parte di una generica politica ma da questo governo che non ha perso occasione per mesi nell’attaccare le sentenze sgradite dei giudici, fino ad indicare ai Pubblici Ministeri i reati da imputare come è accaduto dopo i fatti di Torino. Il governo ha compiuto un’opera sistematica di delegittimazione, il Ministro Nordio ha lanciato accuse gravissime al punto da costringere il Presidente della Repubblica a ricordare che il Csm è un organo costituzionale e va rispettato.
Il governo vuole che la legge Meloni/Nordio entri in vigore per spaccare il Consiglio della Magistratura in 3 parti, creando un Csm per i giudici, uno per i PM e una Corte ad hoc per giudicare i magistrati, malgrado l’art 102 della Costituzione vieti di istituire giudici speciali.
La rappresentanza dei magistrati nei Csm in futuro verrebbe estratta a sorte indebolendo la loro rappresentanza e il loro ruolo unitario a favore della rappresentanza politica nei Csm, per di più non si sa cosa voglia scrivere il governo nei provvedimenti attuativi.
Esponenti del governo hanno già prenotato future modifiche della Costituzione, ad esempio Tajani per togliere ai PM la polizia giudiziaria. Nordio sta insistendo per provvedimenti di controllo della magistratura, Meloni accusa i magistrati di invadere con le sentenze il campo della (sua) politica, Salvini coglie ogni occasione per schierarsi contro i magistrati.
Questo governo vuole una magistratura subalterna ed obbediente e vede nella legge Meloni/Nordio la via per avviare la realizzazione di questi obiettivi.
Il No deve vincere per difendere autonomia e indipendenza della magistratura, cioè la Costituzione, per interrompere l’iniziativa di una destra che vuole introdurre l’autonomia regionale differenziata svuotando le sentenze della Corte costituzionale, che vuole un Capo del governo eletto direttamente (il costituzionalista Ainis l’ha definita capocrazia) ridimensionando il Presidente della Repubblica. Una destra che propone una nuova legge elettorale per garantirsi di restare al potere. Questa maggioranza vuole mantenere ad ogni costo il potere ed è insofferente ai controlli e all’equilibrio tra i poteri, unico modo per evitare una deriva autoritaria.
Votare No il 22/23 marzo vuol dire difendere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e la Costituzione, il cui valore è più che mai attuale. Pensiamo in questi giorni all’attualità dell’articolo 11 che afferma che l’Italia ripudia la guerra, un principio fondamentale.
Questi esponenti della cultura ci offrono la possibilità di condividere la loro scelta attivandoci in ogni modo per fare vincere il NO.
Molte associazioni e singole personalità hanno già aderito al Comitato della società civile per il NO, l’elenco si trova nel sito www.referendumgiustizia2026.it
Esponenti della cultura e della società civile hanno sottoscritto questo Appello aperto ad ulteriori adesioni :
Siamo persone impegnate nei nostri ambiti di lavoro e studio, tutte accomunate dalla forte preoccupazione che la riforma costituzionale della magistratura possa indebolire il potere giudiziario, alterando gli equilibri costituzionali, a detrimento della tutela dei diritti fondamentali delle persone.
I quotidiani attacchi ai magistrati che assumono decisioni sgradite alla maggioranza politica, specie sulle questioni più delicate relative alla libertà personale, alla libertà di manifestare, ai diritti dei minorenni e delle persone straniere, ai temi della tutela dell’ambiente e del lavoro, quelli sempre più aggressivi contro l’Intero CSM, organo di autogoverno della magistratura presieduto dal Capo dello Stato, sono rivelatori di un disprezzo per l’indipendenza del potere giudiziario, sulla scia di una tendenza globale ad accentrare i poteri nelle mani di esecutivi forti.
La riforma costituzionale proposta, se approvata, apre pericolosamente la strada a questa prospettiva.
Per queste ragioni ci esprimiamo con convinzione per il NO al referendum del 22/23 marzo e aderiamo al comitato per la società civile presieduto dal prof. Giovanni Bachelet
Gianfranco Pasquino
Nadia Urbinati
Carlo Galli
Luigi Ferrajoli
Stefano Bonaga
Alberto Piccinini
Maria Pia Guermandi
Federico Martelloni
Thomas Casadei
Fabrizio Tonello
Antonella Agnoli
Pier Luigi Cervellati
Leonardo Grassi
Vezio De Lucia
Sergio Caserta
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