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Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza

Al piccione che riflette sull’esistenza o “sull’essere un essere umano” non poteva non darsi il Leone d’Oro alla 71ma mostra di Venezia (2014). Il 74enne regista Roy Andersson ne deve aver visto di uomini e macchiette, deve aver riflettuto abbastanza sui ns. comportamenti di società evoluta, di gente “perbene”, sul potere e sugli interessi che ci muovono: “Si prese una pausa lunga 25 anni dalla regia di lungometraggi dedicandosi alla realizzazione di spot pubblicitari e di documentari su tematiche politiche e ambientali” (dal suo CV su mymovies).

Non gli si poteva non dare il premio, non sarebbe stato politically correct: il film ci mette di fronte a ciò che siamo (diventati), a come viviamo, agli stupidi cliché, riti e luoghi comuni di cui riempiamo i ns. comportamenti e a quanto è vuota la ns. modernità. La giuria di Venezia quell’anno deve aver preso atto che Andersson ha fatto tante fotografie di gente comune o di cariche più o meno importanti - 39 sono le scenette recitate - i quadretti rappresentati sono desertici silenziosi grigi spettrali stralunati angoscianti, difficile che ogni spettatore non si riconosca in qualcuna delle caratterizzazione rappresentate. Andersson ci ha messo davanti a uno specchio e così la giuria premiandolo ha ufficializzato l’autocritica che siamo costretti a fare, ha riconosciuto che quei personaggi siamo noi, che così viviamo… . Il piccione ci osserva perplesso dal suo ramo e forse sorride, fa sorridere noi ma più ancora ci fa rabbrividire o atterrire, con freddezza svedese.

Vediamo una civiltà quasi immobile o molto lenta, appesantita, prevalentemente vecchia e preda di abitudini: ci accaniamo sul possedere beni ma lo facciamo con belle parole e dando buoni motivi. Moriamo spesso soli ma il mondo gira lo stesso, con le sue regole, fatture e pratiche da sbrigare. Due agenti di commercio di articoli improbabili ricorrono in varie scene: cercano di vendere (stancamente o tristemente) i loro prodotti o le loro ragioni, e non riescono a convincere alcuno che quei prodotti siano utili, che procurano benessere (sono popolari, un classico, vanno per la maggiore, sono sulla cresta dell’onda, aiutiamo la gente a divertirsi, dicono). Qualcuno è sordo, buon per lui, così non è costretto a sentire cazzate. Non mancano le sfilate presidenziali o monarchiche, corredate di re viziati, dispotici e coi loro difetti che però una corte di feudatari giustifica o fa apparire come “presidenziali”, appunto. Ma i bambini impareranno a onorare dio e il re... .

C’è pure la ns. burocrazia e le macchinose regole che ci siamo dati; ci sono le cose minime (futili) a cui non rinunciamo. Non c’è amore molto spesso nelle nostre parole, quelle che diciamo perché tra gente perbene così si fa, ad es. le cose dette per consuetudine: Sono contento di sentire che state bene!, viene ripetuto con voci lamentose. Uno degli ultimi quadretti è un sogno o un incubo agghiacciante – com’è possibile che per il proprio interesse si possa approfittare delle persone o farle vivere male? A delle persone di colore dei feroci soldati ordinano di entrare in un grosso pentolone sotto il quale viene acceso il fuoco e dei vecchi decrepiti, maschere grottesche dell’alta società, si godono lo spettacolo col flute in mano.

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