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Un’opera per questi giorni: Costanin Brancusi, Uccello nello spazio

“Lì,davanti ai nostri occhi, l’Uccello nello spazio non è più solo l’elegantissimo pezzo di metallo che pensiamo di conoscere tanto bene dalle fotografie. E’ la Fenice che, appena rinata, vola”.

 “Ma questa, è arte?”.

Nessuno tra noi, anche se non ha mai riflettuto troppo su questioni estetiche, avrebbe dubbi nel rispondere di sì, davanti alla guglia di bronzo lucente dell’Uccello nello spazio, il capolavoro di Brancusi conservato in quello che resta il più bel “piccolo” museo in abbia messo piede, la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia.

Si disse di no, invece, un funzionario della dogana americana, nel 1928. Compito suo era stabilire quale dazio dovesse essere applicato a quella fusione di metallo che qualcuno stava cercando di introdurre nel suo paese, e, dopo averla per bene ispezionata, decise che non si trattava di alcunché di artistico, ma di un generico manufatto che doveva pagare per intero le tasse d’importazione. Vi fu un ricorso e si finì davanti ad un giudice che, con considerazioni non troppo diverse da quelle del suo collega e compatriota chiamato in quegli stessi anni a decidere se Ulisse di Joyce fosse pornografia o letteratura, stabilì che quella era davvero arte.

Da questi giudizi tutt’altro che scontati (per arrivare alla sentenza, nel caso dell’Ulisse occorsero dodici anni) a quel nostro assenso così ovvio è passato tutto il tempo necessario perché la sensibilità moderna, da cosa per pochi raffinati spiriti, diventasse, e non certo per via giudiziaria, tanto comune da potersi dare per scontata.

Una distanza di quasi un secolo che, però, rischia di farci dimenticare quanto nuova apparisse la scultura di Brancusi ai suo contemporanei; soprattutto, che lungo cammino abbia dovuto compiere l’artista prima di arrivare a concepire e realizzare opere come quella. Una strada fatta dalle migliaia di chilometri che separano Hobita Gorj, il villaggio ai piedi dei Carpazi in cui nacque, nel 1876, da Parigi, la città in cui arrivò nel 1903, poco dopo essersi diplomato all’Accademia di Bucarest, e in cui visse fino alla morte, avvenuta nel 1957. Un percorso fatto di anni di incessante lavoro, portato innanzi con la pazienza che doveva aver ereditato dai genitori contadini; tutti quelli necessari per giungere, statua dopo statua, partendo dalla più classica delle formazioni, alla sintesi formale delle opere della sua maturità; a capolavori, appunto, come l’Uccello nello spazio. Una ricerca dell’essenziale, di quanto più propriamente scultoreo vi è nei volumi della vita, di cui possiamo seguire ogni tappa osservando, per esempio, come dal marmo della celeberrima Musa dormiente del 1909, in una quindicina danni l’artista faccia scomparire ogni tratto somatico per arrivare, nel 1924 a presentare l’ovale bronzeo e perfettamente polito del Principio del mondo. Uno sviluppo per sottrazione, a partire da un’idea primigenia, che è pure quello che trasforma Maiastra, scultura del 1910 in cui l’uccello delle leggende carpatiche cui è dedicata è ancora perfettamente riconoscibile, nello svettante e rilucente stiletto che si può ammirare a Venezia.

Un’opera astratta? Assolutamente no, ci dice lo stesso Brancusi e senza curarsi troppo del politicamente corretto: “Ci sono degli idioti che definiscono astratti i miei lavori; quello che chiamano astratto, invece, è quanto più v’è di realistico. Quel che è reale non è l’apparenza, ma l’idea, l’essenza delle cose”. Un concetto platonico, ma anche l’eco delle parole con cui Rilke difese il monumento a Balzac del suo grande amico Rodin: “La percezione scultorea, non da per scontato che il significato di un corpo coincida con la sua struttura anatomica”. Nomi che non ho scomodato a caso. Che allo scultore francese, alla sua rottura con la tradizione, debba molto, è ancora Brancusi ad ammetterlo: “Senza le scoperte di Rodin il mio lavoro sarebbe stato impossibile”. E come non collegare la sua ansia di “vera realtà” con le Nuove Poesie in cui Rilke si lascia alle spalle la tradizione lirica ottocentesca, con la sua esasperata attenzione ai moti dell’animo, per volgere il proprio sguardo alle cose; ad un mondo che il poeta si propone, con la precisone dei propri versi, di restituire nella sua concretezza. Poesie-oggetto, furono dette queste di Rilke e oggetti poetici, dove poesia è visione fulminante del mondo, come arrivarono ad intendere in quel periodo gli ermetici, sono le opere che Brancusi arriva a scolpire negli anni della Grande Guerra.

Oggetto poetico è anche Uccello nello spazio. Non la rappresentazione di un falco o di un gabbiano ma, nelle parole del catalogo della mostra di Bracusi che la Brummer Gallery di New York tenne nel 1933, “il progetto di un uccello che, ingrandito, potrebbe riempie il cielo”. Meglio ancora, come spiegheranno Alexandre Istrati e Natalia Dimitresco, i fedeli assistenti dello scultore, soggetto di quest’opera è “l’essenza di tutti gli uccelli, che, con il loro volo, Brancusi considerava simbolo dello spiritualità”.

Ho parlato al singolare, ma avrei fatto meglio a dire “queste sculture”. A partire dalla prima, scolpita in marmo nel 1923, Brancusi realizzò, nell’arco di un ventennio, un totale di almeno16 varianti di Uccello dello Spazio. Varianti, si badi bene, non copie; tutte alte circa un metro e mezzo, ma ognuna con lievi differenze, nelle curvature e nell’ampiezza delle superfici, oltre che con basi diverse, in relazione al materiale scelto dall’artista per realizzarla. Fusa forse già nel 1932, rifinita fino a soddisfare pienamente l’artista solo nel 1940, quella che si può ammirare presso la Collezione Guggenheim possiede, grazie all’uso del bronzo levigato a specchio, un dinamismo tutto particolare. Mentre le si gira attorno, il gioco dei riflessi rende difficile percepirne i bordi, quasi davvero vibrassero nello spazio, e la sua superficie convessa trasforma luci ed ombre in linee verticali che, muovendosi con noi, paiono vivere di vita propria. Lì, davanti ai nostri occhi, Uccello nello spazio non è più solo l’elegantissimo pezzo di metallo che pensiamo di conoscere tanto bene dalle fotografie. E’ il fa della tuba che arriva improvviso a proiettare in un’altra dimensione, il Ia primordiale suonato dal resto dell’orchestra, nel primo movimento della Prima Sinfonia di Mahler. E’ l’uccello di fuoco che ha il potere di rompere ogni incantesimo. E’ la Fenice che, appena rinata, vola.

P.S. Brancusi era da poco a Parigi quando Rodin, riconosciutone il talento, gli offri di diventare suo assistente. Il giovane scultore romeno, con tutto il rispetto, rifiutò. “All’ombra di una grande quercia”, disse per scusarsi, “non crescono altri alberi”. Forse non aveva del tutto ragione. Di certo, però, e basta vedere quel che produce il nepotismo nostrano, attorno ai vecchi tronchi proliferano i parassiti.

 

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