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Un’opera per questi giorni: Francisco Goya, 3 maggio 1808

In un'immagine, i carnefici e le vittime di ogni regime.

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Goya, 3 maggio 1808.
Olio su tela di 268 x 347 cm. Madrid, Museo del Prado.

Come si chiamava? José? Pablo? Non si sa e non importa, anche se tutti ci ricordiamo di lui. Anzi, del bianco della sua camicia. Qualche pennellata di semplice biacca, eppure uno dei colori più memorabili della storia dell’Arte. E dei più inevitabili: che non potremmo mai immaginare, in questo quadro, sostituito da un altro. Una camicia che è il centro visivo del dipinto. Spicca sui toni scuri del resto dell’opera e i nostri occhi, attratti dalla luce, immancabilmente corrono da lei, prima di esplorare quel che le sta attorno. Accade quando osserviamo una riproduzione, come è certo capitato a tutti e più d’una volta, tanto è celebre questo quadro. Accade quando, durante una visita al Prado, ci troviamo di fronte all’originale.

Un bianco che è ad un tempo vetta luminosa e voragine; che pare ingoiare il nostro sguardo. Che lo cattura, che lo fa tornare e ritornare anche mentre cerca di osservare il resto del grande dipinto. Che ci si imprime nella mente al punto che, immancabilmente, quando finalmente riusciamo a staccarcene, a lui, a José o Pablo che lo indossa, sono riservati i nostri primi commenti. Pare un Cristo in croce, dice qualcuno, magari dopo aver notato che su una mano sembra abbia una stigmata. Pare una colomba, dice qualcun altro, forse suggestionato da ricordi picassiani. Una colomba che però non sta per volare, nonostante quelle braccia levate possano ricordare delle ali. Una di quelle che il vecchio Giona vendeva sulla spianata del tempio, piuttosto, pronta per essere immolata. E i commenti sono tutti a bassa voce. Solo sussurrati. Per rispetto alla sacralità del museo? Anche. Soprattutto perché quel bianco resterà tale solo un istante, prima di tingersi di rosso. Perché lui, il senza-nome, sta per morire. Fucilato dai francesi.

Perché erano in Spagna? Una storia lunga. Napoleone, padrone di mezza Europa, voleva occupare il Portogallo, che permetteva all’odiata marina inglese di usare i propri porti. Per farlo, doveva passare dalla Spagna. Nessun problema, però. A Madrid regnava Carlo IV di Borbone, che si occupava solo dei propri passatempi. In tutto il resto, nelle funzioni di governo come, si vociferava, tra le braccia della regina, Maria Luisa di Borbone-Parma, lo sostituiva il primo ministro Manuel Godoy y Álvarez de Faria, che era notoriamente d’idee illuminate (per quanto possibile) e amico della Francia. Bel personaggio, Godoy. Con le donne, doveva saperci fare. Tra le sue conquiste pare ci sia stata anche la Duchessa d’Alba. Proprio quella di cui Goya ci ha lasciato quei due mirabili ritratti e che, a quanto si dice, anche col pittore… Ma sono solo chiacchiere. E’ certo, invece, che Godoy fosse estremamente ambizioso. E Napoleone lo sapeva. Lo aveva invitato a Fontainebleau, gli aveva promesso un principato tutto nuovo, quello dell’Algarve, da ricavare nel terzo meridionale del Paese, e lo aveva convinto, il 27 ottobre 1807 a firmare un trattato che cancellava il Portogallo dalle mappe. Già a dicembre di quell’anno, per aiutare gli spagnoli nell’invasione del vicino, le truppe francesi erano arrivate a Madrid, accolte dalla popolazione in tripudio. Tutto a meraviglia? Non proprio, anche se il Portogallo era stato rapidamente occupato. Le riforme che Godoy aveva cercato d’introdurre, infatti, avevano scontentato la nobiltà. Tanto da portarla ad organizzare un vero e proprio colpo di stato. Godoy era stato arrestato, Carlo IV era stato cacciato dal trono e al suo posto era stato incoronato suo figlio, il principe Ferdinando, un reazionario della più bell’acqua. Complicato? Beh, c’è di peggio. Mentre nelle città aumentavano le frizioni tra gli spagnoli e le guarnigioni francesi, entrambi i sovrani si erano rivolti a Napoleone: quello vecchio, Carlo IV per riavere la corona; quello nuovo, Ferdinando diventato VII, per vedersela riconosciuta. Napoleone ci aveva pensato su. I Borbone sono entrambi inetti, si era detto infine, meglio farli venire in Francia, convincerli a rinunciare al trono e mettere al loro posto qualcun altro. Magari proprio un francese, tanto gli spagnoli erano abituati ad essere governati da stranieri. Magari proprio un Bonaparte: suo fratello maggiore Giuseppe, che aveva fatto pratica reggendo per due anni il regno di Napoli.

Napoleone aveva spesso ragione, ma quando si sbagliava, si sbagliava di grosso. Come in questa occasione. Gli spagnoli, anziché essergli grati per averli liberati dai Borbone, prima ancora che Giuseppe Bonaparte diventasse José I cominciarono una vera e propria guerra di resistenza, la prima e originale guerrilla, che sarebbe continuata, tra indicibili atrocità e impegnando contingenti francesi sempre più numerosi, fino al 1814.

Tra i primi episodi di questa guerra, il più celebre è l’insurrezione di Madrid, del 2 maggio 1808. Sobillati dai parroci, che vedevano in Napoleone il demonio, con gli animi riscaldati dalla propaganda che imputava ai francesi i più orrendi crimini, quel giorno, alla notizia che i loro due re, Carlo IV e Ferdinando VII, stavano per essere portati in Francia, i madrileni attaccarono con coltelli, forconi e quant’altro, i soldati napoleonici che trovarono per le vie della città. Particolarmente sanguinoso fu quel che accadde alla Puerta del Sol, dove mamelucchi, i cavalleggeri egiziani arruolati dai francesi, si lanciarono al galoppo contro i cittadini in rivolta. Uno scontro cui Goya, che abitava da quelle parti, deve avere assistito. Nel 1814, quando riesce a vendere al reggente Luigi Maria di Borbone l’idea di affidargli l’esecuzione di due grandi tele per commemorare la “gloriosa insurrección contra el tirano de Europa”, è proprio alla carica dei mammelucchi, che dedica quella che intitola, appunto, Il 2 maggio 1808.

Il quadro che stiamo ammirando, però, è l’altro che Goya dipinse per lo stesso committente e nella stessa occasione. Rappresenta quel che accadde dopo la rivolta. José o Pablo continua a non avere un nome, ma almeno sappiamo perché sia lì, a fissare le bocche dei fucili con quell’espressione in cui mescolano paura, preghiera e stupore, quasi non riesca a credere che tocchi proprio a lui; che tutto stia davvero per finire e a quel modo. Deve essere uno dei trecento madrileni che furono arrestati durante gli scontri e poi sommariamente giustiziati. Il titolo dell’opera ci dice anche che giorno è: Il 3 maggio 1808. Sono le prime ore del mattino. È ancora buio. La scena è illuminata da una grande lanterna cubica. Secondo qualcuno simboleggerebbe la fredda luce della ragione. Forse. Può essere … Sicuramente si è nei dintorni di Madrid. In cima alla “montaña del Príncipe Pío” garantiscono gli storici, che a dispetto del nome, è solo una collina. A poca distanza c’è il convento di San Antonio de la Florida. Suona familiare? Sì, e proprio quello in cui Goya, nel 1798, quando aveva 52 anni, ha dipinto il suo più importante ciclo d’affreschi.

Era già allora un pittore affermato. Un ritrattista tra i più pagati. Soprattutto, aveva già conquistato un proprio stile ed affermato la propria libertà creativa. Risultati tutt’altro che scontati, quando aveva cominciato a dipingere nella natia Saragozza. Era un pittore tutto sommato conformista, ben dentro i canoni delle pittura neo-classica, anche quando, poco più che venticinquenne, si era recato in Italia, per completare la propria formazione. Canonici anche i dipinti che completò poi per i primi committenti madrileni, mentre continuava a guardare a Mengs come ad un maestro e ammirava Tiepolo al lavoro nell’Escorial. E’ solo nel 1793, dopo un lungo periodo passato senza dipingere, forse per un avvelenamento da piombo (proprio il bianco che usava, la biacca, era un carbonato basico di quel metallo), che le sue pennellate si fanno più dinamiche, che diventano quelle “di Goya”. Decisiva per la sua rottura con gli schemi tradizionali è invece la realizzazione dei Capricci; una straordinaria cartella d’incisioni in cui, proprio per la mancanza di un committente, lascia libera tutta la propria fantasia. In cui mostra al mondo i propri ed i suoi fantasmi e demoni.

Fantasmi e demoni che gli fanno compagnia anche mentre dipinge questo quadro. Li raffigurerà, di lì a un paio d’anni, sulle pareti della villa sulle rive del Manzanarre in cui andrà a vivere. La Quinta del sordo, si chiamerà quella casa. Un nome dovuto alla sordità del proprietario precedente, che suona ironico perché anche Goya è diventato sordo. Pitture nere sono detti quei dipinti oscuri e drammatici, capaci di scuotere anche le nostre incallite sensibilità.

Come riesce a fare anche questo quadro, per molti versi un’altra “pittura nera”, e non solo per il suo chiaroscuro quasi caravaggesco. Simile alle pitture nere è pure il modo in cui Goya l’ha dipinto. In assoluta libertà. Quasi lavorasse, anche qui, solo per sé. O fosse tanto sicuro di sé da pensare di non dover considerare giudizi diversi dal proprio. Sono sciolte, le pennellate del Goya più maturo. Sono scioltissime quelle del 3 maggio. Tanto da apparire casuali; da lasciare scoperta, qua e là, la terra rossa con cui il pittore aveva preparato la tela. Pennellate tutte evidenti, per giunta, a dare l’impressione di una pittura estremamente facile e spontanea. Solo l’impressione. In realtà nulla è più difficile di una semplicità che nasconde tanto poco, in cui ogni pennellata conta. Una pittura “sintetica” che è stata il punto di arrivo anche di altri maestri, da Tiziano a Rembrandt e Rubens. Goya la giustificò anche sul piano teorico. “Vedo dei volumi e non delle linee”, scrisse in una lettera, “e il mio pennello non deve vedere più di quel che vedo io”. Le considerazioni di un impressionista? Ma Goya, questo Goya, è anche un impressionista. E un espressionista. E un metafisico e un surrealista, se consideriamo anche le sua opera grafica. Incisioni a cui continua a lavorare anche mentre completa questo dipinto. Quelle di un’altra sconvolgente cartella, I disastri della guerra, che ispirerà generazioni di artisti chiamati a raffigurare gli orrori dei conflitti moderni.

Disastri della guerra in cui possiamo ritrovare anche alcuni dei particolari di questo quadro, che documentano lo stato d’animo di Goya mentre lo concepiva. Anzi, mentre lo componeva. Il 3 maggio, per il modo in cui è stato dipinto, con quelle pennellate tanto libere, ci dà l’impressione d’essere una testimonianza diretta; per usare le parole di Kenneth Clark, di trovarci di fronte ad “una forma superiore di giornalismo”. Non è così. Fosse solo questo, non ci turberebbe più di tanto. La testa sfracellata dell’uomo che giace in primo piano è raccapricciante, ma abbiamo visto di peggio, di molto peggio, in infinite foto di troppe guerre. Goya non ci mostra solo quella fucilazione, un atto che potrebbe essere considerato di giustizia, seppur crudele e sommaria; ci fa assistere, in tutto il suo orrore, ad una scena di dis-umanità. Disumano è, prima di tutto, il plotone d’esecuzione. I suoi soldati non hanno volto. Sono un blocco compatto (e per rappresentarli a quel modo il pittore ha ignorato la prospettiva); una macchina di morte, avvolta dalle ombre, in cui solo brilla l’acciaio delle canne dei fucili. Indossano uniformi napoleoniche e hanno dei colbacchi, ma potrebbero avere in testa degli elmetti nazisti e appartenere a qualunque esercito: sono gli impersonali esecutori di ordini cui si affida qualunque repressione.

E quelli che hanno di fronte? Quelli che, illuminati dalla lanterna, attendono di essere ammazzati? Goya ha dato ad ognuno di loro un proprio atteggiamento; una propria espressione. A quelli, però, si riduce la loro individualità. Sono ancora vivi, altrimenti, ma già sono nessuno. Per chi li sta per uccidere, per il sistema dentro cui sono finiti, potrebbero benissimo essere uno uguale all’altro. Sono uno uguale all’altro. Uguali a quelli per terra, che sono stati fucilati prima di loro; uguali a quelli che attendono, coprendosi il volto con le mani per non vedere, che saranno fucilati dopo. Sono, in questo senso, già stati dis-umanizzati. Sono solo vite in attesa di essere spente; saranno solo numeri dentro una statistica.

Una statistica che inghiottirà anche l’uomo con la camicia bianca, e davvero non importa se si sia chiamato Pablo o José. Altre statistiche avrebbero poi inghiottito Mose o Schlomo, Piotr o Ivan, Antonio o Giovanni: le vittime di ogni regime; quelli che si trovano a pagare per tutti il prezzo della Storia. Come Kodwo o Selassie, che con le braccia aperte galleggia a faccia in giù, mentre la sua camicia spicca, bianchissima, sull’azzurro così intenso del mare di Sicilia.

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