Di lui si sa praticamente tutto o così almeno pare.
Molti lo ritengono uno stupidotto come Oliver Stone nel suo film documentario (Stone, 2009), ma in realtà non è proprio così. Bush ha determinato le scelte della sua Amministrazione sia in politica estera che in politica interna. Si è chiaramente fatto guidare o consigliare in alcune scelte da
Condoleeza Rice,
Donald Rumsfeld o
Dick Cheney, ovviamente in bene o in male, ma d’altra parte quale presidente non lo ha fatto. Non si dovrebbe però dubitare della sua onestà quando diceva, e davvero ci credeva, dall’11 settembre in poi, di voler diffondere la democrazia in paesi corrotti come ad esempio quelli mediorientali.
Poi tutto è andato come è andato. Un tragico calo di consenso internazionale, le campagne d’Afghanistan prima, d’Iraq poi, che per quanto attiene la prima non si parla di un probabile ritiro se non prima della fine del 2011; il mai dimenticato disastro dell’uragano Katrina, che ha annientato la vita gioiosa e allo stesso tempo tragica di New Orleans, dove il presidente è stato accusato di aver sottovalutato il trauma che l’uragano poteva portare in quelle zone; per concludere con il tracollo del sistema economico americano, con gli scandali delle banche e la crisi del settore automobilistico. E fin qui la storia è ben nota.
Ma Obama, il primo presidente afroamericano della storia a stelle e strisce, ha davvero cambiato le carte in tavola? Ha davvero dato una sterzata alla politica estera americana? Oppure ha continuato nel solco tracciato dal suo predecessore?
È d’obbligo partire dall’ormai famosa guerra al terrore globale. Bush aveva i suoi motivi per farla e qui poco importano, ma Obama che aveva promesso un cambio di rotta in politica estera durante la campagna elettorale, ha davvero mantenuto la promessa?
Sorvolando sul contesto iracheno dove le truppe sono state ritirate da poco, nel contesto afghano invece parrebbe che egli sia più determinato del suo predecessore a restare e a portare avanti la missione di liberare il paese dai terroristi e dargli definitivamente una situazione politica stabile; cosa più che giusta. È lì che l’America fin dall’Amministrazione precedente si gioca tutta la sua credibilità internazionale, quindi è giusto che il giovane presidente porti avanti il processo di nation building cominciato da Bush.
Una piccola differenza però è che Obama, a differenza di Bush che con gli anni ha diminuito la sua presunzione unilateralista, tentando più volte un’intesa con gli alleati, non si è mostrato come al suo solito così tanto bonario e disponibile con gli altri partner della NATO che hanno le proprie truppe schierate sul posto. Egli ha presentato la sua strategia e ne ha messo al corrente i suoi alleati senza consultarsi prima con loro e cioè come sarebbe stato giusto proprio in virtù dei sacrifici anche in vite umane che le altre nazioni coinvolte stanno facendo. Tutto questo ricorda un po’ il primo Bush.