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Come si fa a parlare di Isis ai bambini?

Parlare di Isis e capirlo meglio. 

Quando si scrive di temi delicati o sensibili (come per la denominazione posta dalle compagnie aeree ai voli con destinazione Iran) il rischio di farsi trascinare dalla tensione emotiva scaturita dagli eventi tragici è alto, col risultato di aggiungere poco, o nulla di concreto, alle conoscenze pregresse di chi legge.

di Noemi Giulia Fabiano

La sfida è: illustrare un fenomeno complesso in maniera semplice. Gli ostacoli sono rappresentati dalla giovane età dei destinatari e dal contesto di disinformazione collettiva che i new media contribuiscono ad alimentare.

Come gestire le inquietanti edizioni straordinarie che irrompono nel focolare domestico occidentale, apparentemente disavvezzo agli eventi che accadono dall’altra parte del mondo?

Dario Ianes, docente di pedagogia speciale e didattica speciale, ha tentato di occuparsi di questa domanda offrendo nel saggio da lui curato, Parlare di ISIS ai bambini (2016), il parere di quattro esperti appartenenti a quattro differenti ambiti disciplinari: uno psicoterapeuta, Alberto Pellai; un sociologo, Edgar Morin; uno scrittore, Riccardo Mazzeo; infine un esperto di relazioni internazionali, Marco Montanari.

Quando entra in gioco la componente rischio percepito lo Stato Islamico diventa un tema difficile da argomentare lucidamente ed è tuttora non accuratamente approfondito, se non da una ristretta cerchia di esperti.

Tuttavia l’approccio multidisciplinare del saggio è apprezzabile e presenta una duplice ambizione: invitare il lettore a saperne di più, (implicito vademecum per non improvvisarsi esperti dell’argomento di turno al bar) e rendere i bambini maggiormente consapevoli del mondo in cui vivono (invitandoli alla mixofilia).

Ebbene, per parlare di Stato Islamico ai bambini, agli alunni, ai figli di una città, di un paese che vive nel lato (a)dorato del mondo occidentale, bisognerebbe farlo con cognizione di causa. Ma c’è un problema di fondo: un servizio televisivo (tuttora principale fonte di notizie, insieme ai notiziari) non può essere esaustivo, in merito. Rinvenire notizie sul web non facilita il compito, poiché presuppone un’alfabetizzazione verso i new media che consenta all’utente di risalire alla fonte, verificarne l’attendibilità, e infine valutare la fondatezza della notizia stessa.

Può ambire un saggio a colmare il gap tra conoscenza pregressa e sommaria del singolo e analisi dell’evento? 

Il saggio di Ianes intende fornire un invito pratico a questo proposito. Infatti, oltre agli studi degli autori presentati, l’introduzione comprende dei testi di riferimento per permettere al lettore di allargare ulteriormente i propri confini. 

Tra essi, in particolare, Parole Armate di Philippe Joseph Salazar ed È questo l’Islam che fa paura di Tahar Ben Jelloun sono meritevoli di attenzione, poiché offrono un punto di vista originale sulla questione ISIS, passando per l’Islam attraverso la cultura araba e i cardini della giurisprudenza musulmana. Inoltre gli autori adoperano un lessico accessibile senza tralasciare l’approfondimento. Manca tra i testi suggeriti ISIS, il marketing dell’apocalisse, il valido saggio di Bruno Ballardini, esperto di media e comunicazione, che già nel 2015 mise a disposizione del grande pubblico le sue approfondite ricerche (ben prima de Il marketing del terrore di Monica Maggioni e Paolo Magri uscito il 16 febbraio 2016).

Il punto è centrato dal pensiero di Edgar Morin sintetizzato da Mazzeo nella seguente frase “Semplificare l’immagine del mondo in cui viviamo [rischia] di indurci in errori grossolani e di valutazione” (Mazzeo, 2016, p.119).

Gli adulti, anche di fronte ai loro giovani interlocutori, dovrebbero essere preparati, e portati ad evitare scorciatoie semantiche, nonostante la psicologia, in particolare il cognitivismo, dimostri che la mente dell’essere umano è fortemente votata ad esemplificare gli input che riceve secondo il meccanismo di Confirmation Bias (o pregiudizio di conferma; cfr. Smiraglia, 2009, p.195).

Nella prima parte del volume si risolve la questione enunciata dal titolo. Pellai propone attraverso delle pratiche (come l’Eye Movement Desensization and Reprocessing, EMDR) come rapportarsi ai bambini in maniera rassicurante qualora questi ultimi fossero vittime di traumatizzazione collettiva diretta (Pellai, ivi, p.37), ma anche qualora questi fossero turbati solo indirettamente da notizie nefaste (attentati, video minatori e altro). L’aspetto più rilevante del contributo dello psicoterapeuta, dove risiede anche il fine ultimo del saggio stesso, emerge nelle pagine successive dove invita i grandi a dialogare con i piccoli circa l’importanza dell’inclusione, nel tentativo di evitare atteggiamenti xenofobi. Egli conclude con una lettera il cui messaggio è lasciare che i legami affettivi prendano il sopravvento in qualsiasi circostanza, affinché la paura non si trasformi in avversione, chiusura, intolleranza. In sintesi: adulti educati alla diversità educheranno a loro volta la propria progenie.

Si prosegue, nella seconda parte, con l’approccio di Montanari, che tenta di ricostruire, da un punto di vista storico sociale, la storia del Medio Oriente in primis e le origini dell’Isis in secundis.

In questo modo egli fissa dei punti per consentire al lettore di orientarsi nel mondo arabo, partendo dal conflitto arabo islamico. Montanari induce, inoltre, il lettore a riflettere sulle dichiarazioni di Hillary Clinton, menzionate nella sua ricerca, che alludono al contributo americano responsabile della costituzione del prodotto Isis.

Durante questo excursus egli puntualizza, attraverso dati e statistiche, in che misura il Medio Oriente, originariamente antitetico al mondo occidentale per cultura ed evoluzione, sia finito col diventare la culla dello Stato Islamico che, in controtendenza con quanto appena detto, è decisamente capitalista, post-moderno e geopolitico, insomma: ultra occidentale.

Va aggiunto a questa disamina che uno degli elementi più espliciti, in grado di contraddistinguere i caratteri occidentali dell’Isis, è la produzione audiovisiva. Sarebbe utile permettere agli adulti di sapere che non sono tanto i contenuti (lo storytelling delle decapitazioni degli infedeli o della propaganda), quanto i contenitori (il montaggio, lo stile, e la distribuzione delle case di produzione Isis) i reali indicatori di post modernità “made in Islamic State”. Altro elemento è la brandizzazione dello Stato Islamico che Montanari cita brevemente nel paragrafo dedicato al postmodernismo, riferendosi alla glamourizzazione del terrorista tramite la campagna mediatica. Questo accenno chiaro, seppur contenuto, è necessario per permettere al lettore di comprendere che la storia del fondamentalismo religioso è solo esteriore.

Montanari termina arricchendo il suo discorso citando il ruolo dell’infotainment che confonde ulteriormente lo spettatore, l’adulto, che riceve da fonti inattendibili, stralci di notizie, dati manchevoli che non permettono di identificare chiaramente ciò che accade. Ciò è presumibilmente non casuale. Pertanto uno dei paragrafi successivi apre ponendo l’accento proprio su questo aspetto: “il ruolo principale dello Stato Islamico è il caos” (Montanari, ivi p.109).

Infine Morin e Mazzeo, nella terza parte del saggio, si interrogano, attraverso un dialogo-intervista, sulla complessità dell’oggetto indagando sulle cause, sulle motivazioni dei combattenti stranieri che decidono di entrare nelle fila dell’ISIS. Un paragrafo è dedicato alla spettacolarizzazione del terrore che ha un retaggio atavico. Citando Michel Focault, la Rivoluzione francese, l’Ancien Régime, l’Olocausto, Mazzeo riconosce la potenza semantica del terrore che non è esclusiva prerogativa dell’Isis. Anzi, è l’Occidente ad averlo storicamente strumentalizzato.

Dalla terza parte si può evincere quello che manca per contrastare l’Isis: una coalizione politica che provveda davvero ad arginarlo. Non se ne viene capo. Gli autori possono solo limitarsi a sollecitare l’approfondimento. La domanda resta: qual è l’impedimento reale che permette allo Stato Islamico di continuare ad approvvigionarsi, incrementare il proprio know how militare e propagandistico?

Questo è uno degli aspetti inespressi e che riporta al punto di partenza: semplificare comporta la perdita di informazioni. Ciò che apprendiamo è sempre mediato in parte dai mezzi di comunicazione, in parte dal parere di esperti e meno esperti che intervengono (random), ed in parte da una certa indisposizione culturale nei confronti della religione musulmana, dall’impossibilità (o negligenza) di conoscere le differenze tra i paesi arabi. Ciò incide inevitabilmente sulla forma mentis di un paese. Per questa ragione è doveroso sottolineare che non è esauriente parlare dell’Isis, al bar come in classe, senza fare un passo indietro e porsi criticamente nei confronti delle proprie convinzioni individuali.

Fino a quando si penserà che quello con l’Isis sia il frutto di uno scontro tra culture, anteponendo quella occidentale come illuminata a scapito di quella medio orientale arretrata, si instaurerà una dicotomia “loro”/”noi” che non porterà lontano.

Ciononostante il testo di Ianes tenta di completare la prospettiva del singolo adulto, genitore, educatore, insegnante, ammesso che questi sia ben predisposto alla lettura di un volume che non si esaurisce nella prima parte dove si parla ai bambini (la quale, svincolata dai capitoli successivi apparentemente off topic rispetto al titolo, avrebbe un ruolo irrilevante e non risolutivo).

 

Bibliografia

Ballardini B., 2015, Isis, il Marketing dell’Apocalisse, Baldini e Castoldi, Milano.

Jelloun B. T., 2015, È questo l’Islam che fa paura, Rizzoli, Milano.

Pellai A., Morin E., Mazzeo R., Montanari M., 2016, Parlare di ISIS ai bambini, Erickson, Trento.

Smiraglia S., 2009, Le vie della persuasione sono infinite, ScriptaWeb, Napoli.

Salazar P.J., 2016, Parole Armate. Quello che l’Isis ci dice e che noi non capiamo, Bompiani, Milano.

 

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