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The Martian. La volontà oltre lo spazio profondo

È un film diverso, almeno ad un primo impatto. Poi leggi la firma della regia di Ridley Scott e allora lo interpreti meglio.

Scott è un direttore d’orchestra unico che riesce a fare cinema con ogni tipo di attore. In The Martian, dirige Matt Demon nei panni di un botanico prestato alla agenzia spaziale americana NASA. Ma lo dirige come fosse Russel Crowe ne “Il Gladiatore”. Film diversi. Capacità e forza interpretativa diversa quella dei due giganti del cinema attuale americano. Ma una sapiente regia riesce a trasformarli in qualcosa di molto simile.

Sono entrambi la incarnazione di un messaggio universale: l’uomo è invincibile se crede in se stesso. Non c’è nessun ostacolo che può fermare l’istinto di sopravvivenza, soprattutto se alimentato dalla volontà di andare fino i fondo. È la storia di un astronauta interpretato da un Matt Damon che non fa fatica a passare con disinvoltura dai panni di Jason Bourne a quelli di Mark Watney. 

Watney è intento a raccogliere terriccio su Marte insieme al resto dell’equipaggio. Improvvisamente una tempesta di sabbia oscura il cielo, e l’intero equipaggio è costretto a ripiegare disperatamente dentro il loro veicolo spaziale. Watney, colpito da una antenna parabolica, scompare dalla visuale dei compagni che lo credono morto e ripartono verso la Terra senza di lui. Però è ancora vivo!

 Da questo punto in avanti il film è una continua successione di problemi da risolvere: come sopravvivere su Marte? Come comunicare con la Terra? Come apprestare il recupero dell’astronauta smarrito? Ed ognuno di questi macroproblemi porta con sé altri piccoli problemi. Questa intricata matassa di rompicapi viene sbrogliata sistematicamente dal genio scientifico del protagonista, in collaborazione “con le migliori menti del pianeta”, che fanno capo alla Nasa. Tutto il mondo segue in diretta televisiva le fasi del salvataggio di Watney.

La svolta della missione di salvataggio avviene ad opera di un esperto di astrodinamica, Rich Purnell: personaggio border line alla MrRobot. Questa soluzione implica il coinvolgimento della nave spaziale dei compagni di Watney, che, anche se diretti verso casa, al grido di “Purnell è un genio”, decidono euforicamente di prolungare la loro missione di circa un paio di anni; da quel momento comincia davvero l’impresa di salvataggio: ultimo problema da affrontare nella catena sequenziale dei rompicapi.

Intanto su Marte la scena è dominata da Matt Damon, che regge il film da solo, in mezzo al nulla marziano e alle patate aliene.

Il suo Mark Watney è un formidabile scienziato, un botanico, un uomo dalla fede incrollabile nei propri mezzi. Damon interpreta il suo personaggio in maniera sagace e con umorismo, concedendosi punte di autocompiacimento, come quando scopre che per tornare sulla Terra il suo razzo lo renderà “l’uomo più veloce dello spazio”. È proprio questo umorismo che rende la pellicola differente da ogni altra missione già avvenuta su Marte. La consapevolezza di essere più vicino alla morte che alla vita, alleggerita dal sarcasmo.

Ma è questo il vero messaggio: non siamo nati semplicemente per morire, ma per essere e fare qualcosa di più grande. Siamo nati per non arrenderci mai, neanche quando tutto sembra essere perso. Siamo nati per prendere consapevolezze di noi stessi, di quanto di buono possiamo fare anche in situazioni estreme, perché chi vince davvero è colui che non si arrende mai

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