Terza settimana sotto le tende, e la macchina della ricostruzione che si mette in moto. In che modo? Il silenzio dei media e i proclami del premier non rassicurano gli abruzzesi.
di Pietro Orsatti su Left Avvenimenti
(foto di Maura Pazzi e Marco D’Antonio)
Il terremoto è scomparso. Viva il terremoto. Scivolato nelle pagine interne dei giornali, taglio basso, con una velocità impressionante, il sisma che ha sconvolto mezzo Abruzzo nelle prime ore del 6 aprile (e continua a progredire con il cosiddetto “sciame”), uccidendo quasi 300 persone. Trecento per quello che si sa, anche perché, come spesso succede, dopo 7 o 8 giorni si smette di cercare di routine e la calce viva prima e le ruspe poi cancellano ogni traccia. Non è ferocia, non è dimenticanza: è fondamentale evitare epidemie e ulteriori ritardi. È la legge delle catastrofi. E la legge delle catastrofi è impietosa. Come nel caso di un centinaio di terremotati della provincia di l’Aquila trasferiti sulla costa abruzzese e alloggiati presso alcune strutture ricettive di Scerne di Pineto che dopo due settimane sono stati evacuati a causa dell’esondazione del fiume Vomano. Dove li hanno trasferiti? Un po’ qui e un po’ là. Ci si penserà. Poi.
Il terremoto è scomparso, viva le polemiche sul referendum, o quelle su Vauro e Santoro e poi sull’ultimo nominato al reality in voga (“La fattoria”, cosa di meglio in tempo di catastrofe naturale?). Onna è già storia, la Casa dello studente la ricostruiremo più bella di prima. Più solida ci vuole poco. Riappare, il terremoto, solo quando si parla di venti bambini che tornano in una scuola da campo sotto l’occhio compiaciuto e paterno (o paternalista?) del premier scravattato. Gli altri 15 o 16mila studenti di ogni scuola e grado che si dividono fra tendopoli, residence e addirittura, ancora, pianali delle automobili di famiglia? Ci si penserà. Poi.
«Ho inviato in tutti i centri abitati di qualche importanza, compresi quelli dispersi sulle montagne, nuclei di truppe di forza adeguata e mezzi sanitari per prestare opera efficace di soccorso intesa a conseguire i seguenti scopi: estrarre le persone sepolte vive, medicare i feriti e sgomberarli nel più breve tempo sulla ferrovia Sulmona-Avezzano, con immediato inoltro negli ospedali; vettovagliare la popolazione superstite, specialmente quella rimasta tagliata fuori dalle linee di comunicazione e nell’impossibilità di provvedere da se stessa alle derrate perché sepolte sotto le macerie; disciplinare e provvedere all’estrazione e tumulazione dei cadaveri per necessità igieniche; disciplinare gli scavi delle proprietà private per salvaguardare i diritti degli eredi; impedire a qualunque costo manomissioni e furti delle proprietà abbandonate e peggio ancora reati contro le persone; improvvisare ricoveri nella più larga misura, in tutti i centri ove era popolazione superstite per il momentaneo riparo dei feriti in attesa di trasporto e degli incolumi; promuovere appena possibile gli elementi per la rinascita a nuova vita dei centri abitati». No, non è Bertolaso. Anche se sembra oggi. Si tratta di un brano della relazione dell’Autorità militare del Regno datata gennaio 1915. Terremoto della Marsica. La terra tremava allora, come trema ora. Ma non si è imparato nulla. Certo, nel ’15 i morti furono 29mila su una popolazione complessiva di 120mila persone e oggi poche centinaia. Però. C’è sempre un però.
Quelle case “teoricamente” antisismiche esplose come se fossero state colpite da una granata di obice gridano vendetta. Come quei materiali plastici nei tramezzi dell’università, quei ferri lisci nel cemento armato, quella sabbia eccessiva (se non in alcuni casi corrosiva perché di origine marina), quei condoni edilizi che hanno reso legali piani aggiuntivi, stanzette “dei giochi”, garage che “tagliavano” fondamenta. Tutto tipicamente italiano, visto e rivisto a ogni sisma, alluvione, maremoto e frana. E ancora, quei periti che non hanno fatto perizie, quegli uffici tecnici che hanno approvato varianti al progetto, quei direttori dei lavori distratti e quei progettisti disinformati. E poi, e ancora. Quella riunione cinque giorni prima del sisma a L’Aquila con il Gotha della Protezione civile in gran pompa e maglioncino con il tricolore, e quel «non c’è nulla da preoccuparsi». Dopo quattro mesi di sciame sismico. Dopo scosse ripetute ben oltre il quarto grado. Nessuno ha colpa, ha colpa il sistema. Siamo italiani, e lo sanno anche i sassi che nelle tragedie diamo il meglio di noi.
Il terremoto è scomparso. Viva la new town. E per new town si intende proprio new, con tanto di palazzotti ferro-cemento-vetro alla Segrate, o meglio alla Milano 2. E tanto verde, e laghetti, e fontane e vialetti. Pregasi osservare il depliant. E poi due slide di power point di numeri e sorrisi e istantanee ripulite con due colpi di Photoshop di belle figliole a passeggio con il Gran Sasso sullo sfondo. E dove, la new town? Su un bel piano di macerie tritate e mischiato all’amianto dell’ethernet (dicono faccia bene alle siepi di begonie) a due passi dalla tendopoli di piazza d’Armi. Subito. Immediatamente. In deroga, se serve.