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Storia di un ragazzo amante del pallone

Il calcio ha sempre avuto un’importanza primaria per me. Giocare bene a questo gioco equivaleva al poter frequentare le persone più popolari, i cosiddetti ragazzi di successo, che potevano vantare l’unico merito di aver vinto un innocuo torneo di quartiere contro squadre formate da ragazzi della medesima età.

Sotto certi aspetti, però, quelle vittorie erano un modo un po’ nascosto per essere rispettati, per sentirsi grandi, per sentirsi accettati. Se hai giocato bene, ti sei fatto notare e hai vinto al prossimo torneo estivo chiameranno te per giocare nella loro squadra. La squadra più forte. E' questo il sogno di ogni ragazzo. Mettere su la squadra più forte cosi l’anno successivo si sarebbero ricordati di chi l’aveva creata e cosi un altro ragazzino si sarebbe sentito più grande. Non è un po’ macabro?

Inseguire e tirare calci ad un pallone per essere accettati e sentirsi grandi? Non dovrebbero valere le qualità di una persona, ciò che essa fa e soprattutto come lo fa? Che ci ha fatto questo gioco per renderci cosi dipendenti da esso? E non è ancor più triste che oltre a calciatori professionisti, che praticano questo sport per arricchirsi, ci siano anche dei ragazzini che sudano, danno tutto se stessi e a volte rischiano seriamente di farsi male solo per essere accettati dai propri amici?

In realtà c’è un’altra teoria che appartiene ad un universo totalmente diverso da quest’ultimo appena descritto ovvero il desiderio: ogni ragazzo sogna di diventare il più bravo per imitare magari il suo idolo calcistico o per sperare di giocare in una squadra più forte e più ambiziosa. Fatto sta che alla fine, qualsiasi sia lo scopo o il motivo per il quale si entra in campo, sono sempre di più i ragazzi che aderiscono a questo gioco e che creano attorno ad esso la loro sfera di ambizioni e desideri.

Personalmente ho tentato la carriera calcistica da quando avevo 7 anni. Mi piaceva guardare questi giocatori che toccavano con eleganza una sfera magica che li avrebbe resi pieni di orgoglio. Nel nostro campetto di fortuna della scuola la sfera non era magica ma era sporca e noi non eravamo dei giocatori ma solo un gruppo di ragazzi a cui piaceva stare insieme. Ma per stare insieme dovevi saper giocare altrimenti dovevi assistere in disparte ad una partita molto combattuta e costellata di insulti originati da ambedue le squadre aspettando che volgesse al termine; In realtà la partita non sarebbe mai finita. A volte durava anche 4 o 5 ore finchè qualcuno non fosse caduto a terra senza forze.

E se per caso la partita fosse poi terminata dopo appena 5 minuti, ne sarebbe cominciata un’altra con squadre totalmente diverse. È ovvio che i componenti di una squadra erano selezionati dai 2 più forti, i cosiddetti “capitani”. Era molto importante essere considerati i più forti appena si creava una nuova comitiva. Essi infatti potevano godere di quell’appellativo finche ogni componente del gruppo non avesse raggiunto un elevato grado di maturità che lo portasse a non considerare necessario tale sport. Era fantastico essere considerati i più forti.

O almeno sembrava fantastico perché io non sono mai stato tale. Del mio gruppo ero forse il più goffo e forse il meno adatto per uno sport così fisico. Per essere parte intergale del gruppo,però, dovevi giocare altrimenti eri destinato ad osservare una partita dall’esterno e a passare interi pomeriggi seduto ad annoiarti.

Occorreva perciò trovare una sistemazione di fortuna in una squadra che sembrava già formata. Pensai di impegnarmi nel ruolo che richiede (si fa per dire) il minor apporto fisico ovvero il portiere. Nessuno voleva farlo perché si restava fermi per molto tempo e non si poteva provare la gioia generata da un gol, anche se questo non fosse stato fatto tra i luminosi pali bianchi ma solo tra due alberelli all’apice della loro vita.

Il portiere era quindi considerato un ruolo inferiore al quale nessuno ambiva ma chissà per quale strana ragione colui che lo diventava, oltre a non potersi sentire al centro del mondo, era spesso preda di insulti se per caso non fosse riuscito a bloccare una palla diretta verso di lui.

Quindi, per concludere questa parentesi, un ragazzino di 7 anni oltre a sentirsi escluso per non essere fisicamente predisposto e ad essere costretto a ricoprire un ruolo non troppo piacevole, doveva sentirsi remare contro ogni volta che la squadra subiva un gol.

Non era proprio il massimo per la sua autostima anche perché in realtà il portiere deve possedere molte più capacità di tutti gli altri giocatori. Deve essere molto reattivo, agile e scattante. Quel ragazzo logicamente non lo era. Il suo destino di fallito era quindi ormai segnato.

Arrivò il primo torneo ufficiale ma solo i più deboli gli chiesero di giocare. La figura a quel torneo fu estremamente magra. Secondo torneo: identico. Il ragazzo non sembrava essere destinato alla carriera calcistica. Ma qualcosa cambiò. Dopo il primo torneo quel ragazzino non mollò. Continuò a giocare come portiere perché era l’unica cosa che sapeva fare. E forse fu proprio la costanza che lo premiò. Riuscì stranamente ad impressionare i ragazzi più forti della sua classe che decisero di formare una squadra con lui in porta. Il ragazzo ne fu estremamente felice e Iniziò anche a vantarsi del valoroso compito al quale era chiamato a rispondere.

Uno stupido infortunio non gli permise di giocare la prima partita del torneo e lo costrinse a rimanere a riposo per un mese. Ritornò per la semifinale ma, dopo un mese di totale riposo, non era in grado di sostenere quell’incontro e la squadra falli.

Il rammarico era immenso ma come al solito non si lasciò andare anche se la voglia era grandissima. Passarono alcuni anni ed egli, come i suoi amici, diventò finalmente grande. Tutti questi anni li passò ad allenarsi e divenuto un estroso 15enne, conobbe altri ragazzi suoi coetanei molto forti. Ci fu una partita amichevole e quei ragazzi gli chiesero di partecipare al torneo estivo. Fu la sua prima grande esibizione. La squadra arrivò seconda perdendo la finale ma lui ottenne una grandissima vittoria.

Molte squadre gli chiesero di entrarne a far parte partecipando ad altri tornei. Egli rimase però sempre con quella squadra finchè dei dissidi interni non la distrussero. Il ragazzo continuava ad allenarsi non perché ormai era popolare. Egli si divertiva a giocare. Era una sensazione troppo forte sapere di entrare in campo e di dover vincere. Sapere di essere i migliori. Sapere, soprattutto, di poter contare sui componenti della propria squadra.

L’anno successivo infatti i suoi vecchi amici, che nel frattempo erano diventati molto forti, gli chiesero di formare un’ultima nuova squadra per ambire al titolo. Il ragazzo però ambiva al titolo personale: miglior portiere del torneo. Tutto fu perfetto a quel torneo. Le persone erano giuste, le partire erano giuste, gli atteggiamenti erano giusti e soprattutto le vittorie erano giuste.

Il ragazzo si confermò come miglior portiere del torneo. Fu decisivo nella semifinale perché grazie ai suoi rigori parati la squadra poté accedere alla finale che si preannunciava difficilissima. Riuscì addirittura a mettere la sua firma sul primo gol contro la squadra più forte. Un potentissimo rilancio fece si che la palla raggiungesse il portiere opposto con grande violenza non permettendogli di contenere perfettamente la sfera che si insacco nella rete. La gioia fu immensa. Ora gli obbiettivi erano due:titolo di squadra e titolo personale. La finale fu perfetta. La squadra vinse meritatamente. La gioia era incontenibile. Tutti credevano che questo portiere avrebbe vinto il titolo di miglior giocatore del torneo. Alla fine fu lui il reale vincitore anche se il mero ricordo materiale fu riservato per un altro calciatore, anch’egli molto bravo. Il ragazzo però era su di giri. Sapeva di essere il migliore e questa sicurezza gli permise di aumentare la propria autostima. Sembrava ormai essere destinato ad un’onerosa carriera calcistica.

Adesso quel ragazzo è ormai maturo. È riuscito a diplomarsi con un’ ottima valutazione e sta cercando di crearsi un posto in un mondo troppo oscuro da poter superare. Sta cercando di creare la luce. Ha delle ambizioni molto forti. Vuole diventare qualcuno. Tutto ciò però lontano dal calcio. I suoi ultimi impegni non gli hanno permesso di allenarsi e la sua forma fisica ne ha risentito. Ha partecipato ad un ultimo importante torneo. Non ha brillato molto ma perlomeno è riuscito a contenere la sua mobilità a buoni livelli. Da quest’ultimo impegno però non avuto più altre possibilità di testare la sua bravura.

È riuscito poi a riconciliarsi con i suoi amici e ad ottenere la possibilità di fare un’ultima divertente partita. La sua condizione fisica è stata però pietosa: quei piccoli interventi che ha dovuto subire gli hanno procurato parecchi dolori. Sapeva di non essere più in grado di reggere i ritmi di una qualsiasi partita ma accettò comunque l’offerta. Il secondo fine era, infatti, quello di poter giocare un’ultima partita con i suoi amici appena ritrovati.

Nonostante la pessima figura, quel ragazzo tornò a casa col sorriso sulle labbra fiero di aver commesso anche tanti errori che vennero immediatamente cancellati dal desiderio ormai avverato di ritrovarsi con i suoi amici. Nessuno giocava più per vincere, per farsi notare o per sentirsi parte di un gruppo. Tutti giocavano per divertirsi, per passare una serata diversa con gli amici e per dare importanza a ciò che davvero conta ovvero avere persone delle quali puoi fidarti. È stata una delle partite più belle a cui questo ragazzo ha partecipato.

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