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Still life, una vita ferma

John May muore a 44 anni investito da un autobus. Lui, sempre così compito e metodico, che attraversava la strada guardando più volte a destra e sinistra, in questo caso era euforico e distratto dalla novità di aver conosciuto Kelly Stoke, una ragazza semplice che lavora in un canile e che gli aveva dato un appuntamento dopo il funerale di suo padre, Billy Stoke. Deve essere morto contento, John.

Ha lavorato per 22 anni nel servizio utenti di un municipio di Londra, si occupava di cercare eventuali parenti di persone morte in solitudine, perché partecipassero al funerale del congiunto, che l’impiegato procurava di organizzare con la musica e le parole più indicate. Recuperava così nelle abitazioni del defunto carte, fotografie e documenti che lo mettessero sulle tracce di parenti. Di solito però alla funzione religiosa c’erano solo lui, la bara e il prete officiante.

Si applicava in questo lavoro, sempre inappuntabile e meticoloso, si recava nelle abitazioni e cercava oggetti e indizi utili a sapere qualcosa della vita delle persone, con un fare serioso alla Sherlock Holmes per la verità. Impossibile non pensare a Gerd Wiesler de “Le vite degli altri”, stessa vita povera, senza affetti e piena di solitudine, l’appartamento mai frequentato da alcun amico o conoscente e scatolette di carne consumate in una tavola apparecchiata sempre allo stesso modo, quasi maniacale. Non aveva presente i versi della poesia:

“Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,


chi non rischia di vestire un colore nuovo. Muore lentamente chi evita una passione…. Lentamente muore chi non capovolge il tavolo”.

In effetti era una vita lugubre la sua e non solo per essere circondato da storie di morti che non conosceva, di cui conservava le foto in un album come di matrimonio, ma aveva perfino scelto la sua postazione in cimitero, un bel panorama. Una vita sempre entro i soliti percorsi, gliela cambia il caposervizio che lo licenzia (inaudito per l’Italia: si licenzia nei comuni inglesi!) “per tagliare i rami secchi”, gli dice, ma il lavoro che svolgeva era troppo lento e poco fruttuoso, per persone “della cui esistenza non frega nulla a nessuno”. Gli dice che potrà avere “una nuova vita, più stimolante a contatto coi vivi … I funerali sono per i vivi, niente funerali niente tristezze e lacrime. I morti se ne fregano, si assomigliano tutti”.

Tutto quel cercare gli è servito per conoscere una ragazza, cosa che forse non gli era mai successa, lei è la figlia di quel Billy Stoke che viveva senza più relazioni, salvo due clochard come lui. John aveva pure rintracciato una ex amica di Billy, lei non ci pensa nemmeno a prendere parte al funerale di qualcuno di cui ha perso le tracce da vent’anni: “Che lavoro strano fa lei … tutte quelle vite!”.

Nel caso di Stoke però, gli sforzi del “civil servant” col forte senso del dovere, sono serviti a farlo seppellire alla presenza di una piccola folla di persone. È lecito domandarsi se una vita appena più movimentata non gli avrebbe riservato più soddisfazioni e la conoscenza di un possibile amore. Invece dopo quella vita in silenzio, con la solita scriminatura nei capelli e l’immancabile cravatta, in silenzio e senza nessuno sarà sepolto.

La scenografia fa dono alla salma di John di un romantico ritrovo, attorno alla sua tomba, dei morti tutti uguali i cui parenti lui aveva cercato di far partecipare alle esequie. Inserisce anche una poltrona sostenuta da libri al posto di una gamba, sia nella casa di Billy Stoke, sia nella casa di Kelly, chissà a che scopo. Nonostante la inverosimiglianza con vicende reali o possibili – è incredibile pensare che esista più di un John May al mondo – la storia è ben rappresentata e il film molto ben girato, si rende interessante, ottima l’interpretazione dell’impassibile Eddie Marsan, ma è dubbio che “all’ombra dei cipressi e dentro l’urne confortate di pianto” il sonno della morte sia meno duro (Foscolo).

 

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