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Stati Uniti d’America e tragedie: le contraddizioni di una democrazia armata

Ancora prima di reintrodurre il canonico dibattito sulla illogicità di smerciare deliberatamente armi da fuoco in base a sommari e forfettari requisiti, bisognerebbe focalizzarsi sulle statistiche delle stragi, che dicono molto più di quanto si possa supporre. Benché 35 anni fa Battiato magistralmente intonasse che “[...] nel fango delle cifre tutto se ne va”, e talvolta a causa dell’aritmetica dei dati si perda la rotta della cognizione, la spietatezza dei numeri aiuta comunque a ben intendere il centro delle vicissitudini politico-sociali: comprendere il ruolo e le responsabilità delle rappresentanze istituzionali e governative nei riguardi della comune sicurezza.

 

Realizzato che Donald Trump non ravvisi nesso di congiunzione fra le elevatissime percentuali di pallottole esplose e la (forse eccessiva) flessibilità sulle assegnazioni dei più disparati armamenti, ma che addirittura rinsaldi l’idea che ogni cittadino statunitense dovrebbe disporre di un proprio arsenale a garanzia della domestica e famigliare potestà, il groviglio è a monte e a valle.

Innanzitutto, sembra strano che un tema così gravido di potenziali consensi - sia per i Democratici che per i Repubblicani, e dunque che si sia contrari, oppure favorevoli -, non goda di priorità almeno formale nelle sessioni assembleari delle due aule del Congresso, nonostante la spiegazione sia presto fornita: il margine di profitti riscotibile dalla commercializzazione di pistole e fucili, è nettamente più influente di qualsivoglia elettorale proiezione, e la sua salvaguardia si traduce in voti pilotati dai gruppi di pressione del settore - notoriamente denominati lobbisti -, verso il bipolarismo della partitocrazia statunitense.

Successivamente, è l’inconsistenza delle preventive supervisioni sullo smistamento delle canne mozze a destare il sospetto che il seminatore di morte e terrore all’interno dei confini statunitensi sia l’esagerato lassismo nella regolamentazione del possesso di materiale bellicoso. Altrimenti, non si spiegherebbe il motivo per cui un soggetto di 19 anni - già ritenuto civilmente tossico, e 12 mesi fa espulso dall’istituto del fattaccio - giunga nella sua ex scuola a freddare crudelmente alcuni coetanei e al contempo sia milizia dell’esercito a stelle e strisce, o il perché le sparatorie siano state una ventina in neppure due mesi di 2018, la cui ultima provocata da un altro giovanissimo appena quindicenne.

Probabilmente, invece di propinare le fandonie sull’invasione musulmana e sulla tracotanza del culto arabo - unico barlume di civiltà, nell’appiattimento valoriale mondializzato -, e di sproloquiare su espatri e respingimenti di chiunque non condivida la nazionalità del ciarlatano di turno che ambisce a scranni di presidenza, sarebbe utile concepire per quale ragione il modello democratico più invidiato, imitato, ed esportato del Pianeta (?!), enumeri quasi 300 casi di sangue sparso a causa di grilletti facili, e patisca una debolezza strutturale nell’amministrazione di un problema esteso in tutto il Paese. Al netto di qualsiasi Obama o Trump a pontificare dal nero schienale imbottito della Stanza Ovale.

foto © 

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