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Sguardi laterali, specchi inconsueti

 

Stefano Magagnoli, La preghiera della carità, Artestampa, Modena, 2011, pp. 270, € 15,00

 

C’è un intero – e particolarmente produttivo – filone della ricerca sociologica che ha al suo centro il tema delle relazioni che intercorrono fra individuo e società, a cui fra l’altro spesso abbiamo fatto riferimento in queste pagine, che mette in primo piano il peso che le narrazioni hanno nella messa in scena dell’individuo della modernità, dei suoi conflitti, delle sue insicurezze – delle domande che si fa sul mondo che abita, sul proprio destino, sulla propria storia. In qualche occasione, questa ricerca si è incrociata con la ricerca storica sui rapporti fra storia e memoria – individuale e collettiva – trovando significati punti di incontro e di scambio.
 
Il sociologo Peter Berger in un volumetto dedicato a Robert Musil (1992) scrive come in letteratura si trovino disegnati personaggi che in pieno rappresentano gli uomini contemporanei ai loro autori, Gianfranco Pecchinenda (2008), sulla stessa linea, riflette sui rapporti che intercorrono fra narrazione del Sé e identità individuale. Ancora, il messicano Federico Campbell (2011, cfr. anche Fattori, 2011a) scrive di quanto letteratura e autobiografia siano intrecciate e tributarie l’una dell’altra.
 
E, d’altra parte, contro il prevalere dei luoghi comuni, la narrativa romanzesca, e quella biografica e autobiografica, rimangono fiorenti, ed esplorano strade e percorsi spesso finora poco battuti, diventando terreno di ricerca ed espressione anche per chi non è un professionista della narrazione – né uno sceneggiatore, né un romanziere -: magari uno storico, come nel caso di Stefano Magagnoli, probabilmente – voglio immaginare – tentato dalla possibilità di rendere la Storia, quella di un certo periodo del nostro paese, attraverso il racconto.
 
Scegliendo, fra l’altro, un protagonista – ed un periodo – particolari, anche poco esplorati negli ultimi decenni, una volta esauritesi nella maggior parte dei casi le esistenze di coloro che lo avevano vissuto e narrato, fra l’altro costretti a districarsi e difendersi dalle accuse di partigianeria o ideologia che gli venivano mosse, ad evitare così di esprimersi sulla qualità letteraria delle opere di costoro. E valendo questo, oltre che per la letteratura, anche per altri media, come il cinema, prima di tutto, ma anche la televisione, la radio…
Magagnoli decide di ambientare la sua narrazione nell’Emilia del periodo fra il primo dopoguerra e il boom economico, scegliendo come fulcro dell’azione – e del racconto – un sacerdote: innocente, apparentemente ingenuo, ma attento a ciò che gli succede intorno, e determinato nella sua fede – e quindi nella sua missione.
 
Uno sguardo inconsueto, nella narrativa del Novecento, eccentrico, laterale. Come inconsueta è la scelta di narrare gli eventi in cui il pretino è coinvolto in parte in prima persona, nella soggettiva dell’individuo che narra di sé attraverso il suo dialogo interno, in parte in terza persona, nel recupero di una oggettività del narratore distaccato che articolando il racconto della vita e delle riflessioni, delle emozioni, dei conflitti interiori del suo personaggio, ne approfitta per dar conto dello “spirito del tempo”, degli avvenimenti collettivi, del clima che si respirava nel periodo in cui mette in scena le azioni del suo protagonista, come nei capitoli (pp. 77-98) dedicati agli anni dell’immediato primo dopoguerra: disoccupazione, “spagnola”, conflitti sociali.
 
Una narrazione piana, appena appena compassata, ma che recupera il discorso dei generi narrativi, e contemporaneamente si ibrida con quello degli altri media, in particolare cinema e televisione, come nel racconto del viaggio di Attilio, il prete, in Spagna (pp. 51-69), a Burgos e Barcellona, e delle visioni (allucinazioni o cosa?) di Burgos, molto “cinematografiche”, che il tono e il ritmo del narrare fa scorrere davanti ai nostri occhi, o, in alternativa, ai lunghi tratti del romanzo in cui traspare un modo di raccontare quasi da teleromanzo, di quelli classici della nostra Rai, apparentemente lenti, in realtà riflessivi, descrittivi, “didattici” nel senso migliore del termine (cfr.Brancato, 2007, pp. 61 e segg.)… O ancora, nelle incursioni nel racconto di investigazione (calibrato però perfettamente rispetto agli eventi di cui poteva occuparsi un sacerdote, e senza correre il rischio del ridicolo di certe serie Tv italiane…), a mostrare come anche nelle comunità apparentemente più tradizionali, tranquille e “devote” si annidino e fermentino risentimenti latenti, profondi, antichi, come nei fatti che precedono e ruotano intorno alle nozze di due contadini (pp. 107-122). 
 
E ancora la guerra, la politica, la lotta di classe…
C’è insomma, nel romanzo di Stefano Magagnoli – che, non dimentichiamolo, fa lo storico di professione – la capacità di recuperare la dimensione collettiva dei fatti, e contemporaneamente quella individuale dei tanti che quei fatti li hanno vissuti, una condizione che diventa collettiva a sua volta, e che riesce ad andare oltre la visione – necessariamente locale – di un piccolo sacerdote di provincia, e allargarsi ai riflessi che nelle “periferie” della Storia venivano provocati dalle potenti torsioni che hanno segnato il passaggio dalla tradizione al moderno, specie in un paese come l’Italia, arrivato relativamente tardi alla modernizzazione – e ancor più tardi, e mai completamente, ad una piena secolarizzazione. 
 
Una scelta, posso pensare, legata presumibilmente anche alla propria storia personale, ai luoghi in cui vive, alla ricerca che conduce, ma che si colloca, anche se in maniera tangenziale, sulla scia di un genere narrativo ben consolidato in Italia, una articolazione del noir che ha al suo centro la ripresa e la rielaborazione – fantastica, ma quanto? (Fattori, 2011b) – degli eventi più oscuri della storia italiana dell’ultimo scorcio di Novecento (Jansen, Khamal, 2010).
 
Qui il contesto è diverso, non è quello principalmente metropolitano degli anni dai Settanta in poi, come diversi sono i personaggi in azione: non è ancorato ad un’unica piattaforma di genere, il poliziesco, piuttosto svaria dalla cifra del romanzo storico, anche al racconto di investigazione, se si vuole, fino alla dimensione del gotico.
 
A dimostrazione della possibilità di narrare incrinando i confini fra i generi letterari e i media, al servizio della loro ibridazione e contaminazione, ma prima di tutto di una narrazione storica che recupera la descrizione del mutamento sociale in anni cruciali per la storia del nostro paese, anni (come il periodo subito successivo a quello narrato, di cui dà conto appunto il “noir italiano”, ma che hanno le loro radici proprio nei decenni al centro di La pregiera della carità) con cui non abbiamo mai fatto davvero i conti, attraverso le biografie di personaggi più che plausibili, gli avvenimenti che costoro hanno abitato, i riflessi sulla loro vicenda individuale.
 
Letture
 
Berger P. (1992), Robert Musil e il salvataggio del sé, Soveria Mannelli.
Brancato S. (2007), Senza fine, Liguori, Napoli.
Campbell (2011), Padre e memoria, Ipermedium, S. Maria Capua V.
Fattori A. (2011a), La realtà è letteraria. Di cose che si trovano nei sogni, nei ricordi, nei romanzi.
http://www.agoravox.it/La-realta-e-letteraria-Di-cose-che.html 22/09/2011. 
Fattori A. (2011b), Riempire i vuoti. La realtà la memoria, l’immaginazione, http://etc.dal.ca/belphegor/vol10_no2/articles/10_02_fattor_jansen_fr.html 22/09/2011
Jansen M., Khamal J. a cura di (2010), Memoria in Noir. Un’indagine pluridisciplinare, Bruxelles-Bern-Berlin-Frankfurt am Main-New York-Oxford-Wien, P.I.E. Peter Lang.
Pecchinenda G. (2008), Homunculus, Liguori, Napoli.
 
di Adolfo Fattori

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