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Scuotere e ripensare il femminismo

La genealogia del femminismo argentino. La nuova fase del neoliberalismo. L’accademia fossilizzante. La tecnocrazia e l’uguaglianza di genere. La costruzione della politica. Il femminismo insaziabile. Il crollo delle coscienze. Dove cercare i segni di piacere, speranza e vita.

di Marìa Galindo (*)

María Galindo, di Mujeres Creando (Donne che creano), ha presentato il suo libro “A despatriarcar” (De-patriarcare) e le sue proposte per i sismi depresente.

260 pagine, Editorial Mujeres Creando

La pensatrice, artista e attivista boliviana María Galindo, fondatrice della collettiva Mujeres Creando, è andata a Buenos Aires e ha realizzato una presentazione a Mu che è stata una combinazione di pioggia di idee, scossone di canoni (anche femministi) e proposte concettuali e di azione in un presente globale che ha descritto come “neoliberalismo di stampo fascista”.

La molla dell’incontro è stata la presentazione del libro A despatriarcar,accompagnata dalla giornalista Claudia Acuña e dalla ricercatrice e curatrice d’arte Andrea Giunta. Qui, alcune parti cruciali di un intervento che apre nuovi dibattiti sul femminismo, le accademie, la memoria e la creatività.

1) Da dove?

“Da dove sto parlando io? Grassa, lesbica, testarda e femminista. Boliviana, il culo del cono sud. Parlo da fuori dell’accademia perché mi hanno buttata fuori, perché mi hanno vomitata, perché mi hanno umiliata, ma non mi hanno traumatizzata, per nulla.

Voglio rendere chiaro che si può costruire pensiero politico, pensiero teorico da fuori dell’accademia. È una menzogna che l’accademia monopolizzi la produzione di pensiero.

Nel mondo dell’arte sono una impostora. Mi presento come agitatrice di strada, come disoccupata cronica, come cuoca.

Toccherò tre punti:

Entrerò nell’abisso rischioso di domandarci che cosa è il femminismo, e apporterò la mia umile risposta.

La seconda parte: siccome sto già sul bordo dell’abisso, mi lancerò e parlerò del tempo che stiamo percorrendo, che caratteristiche ha. Mi azzarderò a parlare di questo tempo.

E da ultimo, parlerò della scabrosa e ambigua relazione tra arte e femminismo”.

2) Cosa è il femminismo?

Dobbiamo chiederci di cosa parliamo quando parliamo di femminismo, ma non crediate che la mia intenzione sia rispondere con una definizione, per nulla. Probabilmente, se qui ci sono cinquanta femministe, ci sono 50 femminismi diversi, e dove c’è un milione di femministe c’è un milione di femminismi diversi, o per lo meno magari fosse così.

Nel caso delle Mujeres Creando, non abbiamo un femminismo, ma abbiamo il femminismo che ciascuna di loro costruisce da sé stessa in connessione con le altre. Allora i femminismi possono essere uno strumento per disarmare, costruire, ricostruire nelle più molteplici versioni di cui abbiamo voglia. Fino a lì non ho detto nulla di nuovo: non c’è un femminismo, ci sono molti femminismi. Ma lì voglio porre due problemi.

Il primo è quello della genealogia femminista: da dove viene il femminismo che stiamo costruendo e dove va? Lì ci sono molte cose da buttare all’aria. E per favore, alle più giovani, non credano al racconto che le raccontano che siamo alla terza ondata, che le radicali, che ci sono quelle non-so-che. Sono sciocchezze. Oggi i femminismi sono un fenomeno planetario presente in tutti i sistemi politici, in tutti i paesi, in tutte le regioni geografiche, e inserito in tutte le culture che ci sono e ci saranno.

Ma possiamo parlare solo ed unicamente di un femminismo planetario se facciamo una rottura con il femminismo eurocentrico occidentale. Se il femminismo è un prodotto dello stato moderno borghese europeo che dopo è trasferito storicamente in altre regioni del mondo per essere semplicemente ripetuto, allora non c’è creazione politica e questa è una genealogia bloccante, paralizzante, fossilizzante, che non ci serve.

Per questo la necessità di fare questa rottura con il femminismo, nato nello stato moderno borghese europeo e trasferito come progetto civilizzatore alle donne delle periferie del mondo”.

3) Genealogie del femminismo argentino

“Mi direte: ma che facciamo senza le suffragettePensare compagne. Questo facciamo.

E Simone de Beauvoir? La getti nella discarica? Non nella discarica, ma non so dove la metto.

Bisogna rompere questa genealogia. E, precisamente, chi impedisce che si rompa questa genealogia è l’accademia. L’accademia che ti mette a confronto con un corpus femminista pesante, remoto eurocentrico, occidentale e in fondo disciplinatore della capacità creativa dei nostri movimenti. Io rispetto immensamente Judith Butler. Viene, e ci sono cinque isolati di coda per ascoltare una messa. Rispetto profondamente Silvia Federici.Viene, ed è come se portasse nella valigia il peso della genealogia eurocentrica dello stato moderno borghese: venti isolati per ascoltare un’altra messa.

Allora qual è la genealogia del femminismo in Argentina? Chi di voi ha la risposta? Non sto parlando di una genealogia nazionalista, per nulla.

Chi si domanda questo nella grande massa di Ni una menos (Non una di meno)? Come è stata costruita la memoria storica? E la memoria storica non è una, c’è una memoria storica remota e c’è una memoria storica di continuità di quello che siamo. Ed è questo quello che nei nostri paesi si perseguita, si uccide, si tortura e si nega. Per questo mi è sembrata una genialità in grande scala che l’azione di Las Criadas abbia scelto il Parco della Memoria. Perché questo gesto è la ricerca della genealogia argentina, del femminismo nei termini più profondi che ci possiamo immaginare.

Introdurrò una visione genealogica molto generale. Questo implica molte ore di discussione ma ci serve da paletto per azzuffarci perché, dietro, c’è molto da discutere.

I femminismi hanno come genealogia le ribellioni collettive e individuali delle donne contro i mandati patriarcali in lungo e largo il mondo. Non siamo le figlie minori di Simone de Beauvoir, né delle suffragette, né di non so che altra ala. La produzione politica che fa che tu stia qui viene dall’altro lato ed è urgente che la conosci e la riconosci”.

4) Come è questo neoliberalismo?

Per sapere dove agirò, da dove incomincerò, dove continuerò, ho bisogno di ubicarmi. È una cosa basilare. Lì ho un’ipotesi che la vengo a discutere con lavaca. Voi in Argentina state vivendo un processo di tagli strutturali, ma non è il primo taglio.

Il primo aggiustamento di questa ultima epoca fu l’aggiustamento che introdusse le logiche neoliberali nel continente. Fu l’aggiustamento degli anni ’80: introduce le logiche neoliberali, una serie di categorie di analisi politica per disciplinare, moderare, inquadrare i criteri di questo neoliberalismo. La mia percezione è che questo processo dalla fine degli ’80 alla fine dei 2000 è terminatoIn questo processo, per esempio, ci hanno svuotato completamente la democrazia. Venivamo da una dittatura, in Bolivia chiedevamo democrazia e venne una democrazia neoliberale. Considero che una volta che sono completamente svuotati di contenuto e di senso tutti gli apparati di democrazia istituzionale passeremo, o siamo in transizione, verso un neoliberalismo di taglio fascista.

Un neoliberalismo di taglio fascista che ha nelle libertà delle donne, nella sovranità delle donne, nei sogni delle donne, nelle ribellioni delle donne, un meccanismo che scatenerà, o sta scatenando, la repressione fascista. Con il quale i nostri femminismi dovranno scontrarsi, o si stanno già scontrando, se parliamo dalla villa (insediamenti informali formati di case precarie, ndt), dalla povertà, un neoliberalismo fascista.

Per questo, appunto, mi sembra molto importante tornare alla domanda: cosa è femminismo?”

5) Tecnocrazia di genere

Nell’aggiustamento degli 80 fu introdotto un pacchetto di misure con una prospettiva di genere, con una equità di genere, un pacchetto di misure che erano fondamentali per l’aggiustamento strutturale, affinché noi donne attenuassimo questo aggiustamento degli 80.

Da lì vengono le donne negli eserciti, le donne nei partiti politici, il processo di indebitamento delle donne che ci fu venduto come presa di potere. Da lì vengono tutte le politiche di equità di genere. Da lì viene la visione neoliberale della tecnocrazia di genere che non è femminismo, che mai è stato femminismo, ma che ha afferrato la tesi dell’uguaglianza. Per questo credo che la tesi dell’uguaglianza suona molto bella, ma è delle più pericolose. Da lì viene il discorso dei diritti, che si è trasformato in una routine, che si è trasformato in una retorica ma che è stato una routine e una retorica narcotizzante, che ci addormentava, ci confondeva.

In questa genealogia di cosa è il femminismo e da dove viene, una cosa è avere una visione radicalmente plurale che è dire tu hai un femminismo, e tu ne hai un altro, e io ne ho un altro e io sono una costruttrice del mio femminismo. Ma non deve venire la professoressa ad insegnare cosa è femminismo e cosa non è femminismo: anche la professoressa deve costruire il suo femminismo.

E un’altra cosa è essere le tonte utili della tecnocrazia di genere, degli organismi internazionali, delle ONG, dei partiti politici”.

6) Il femminismo insaziabile

Di fronte a questo, come vedo questo femminismo? Lo vedo con una euforia incredibile. Vedo una capacità fondamentale di questo femminismo che ci tocca anche alimentare, sottolineare, scrivere, riscrivere: la capacità dell’insaziabilità.

Abbiamo sete di giustizia, sete di allegria, sete di sovranità corporale, abbiamo sete di spazi, di sesso, di libertà per questo e per quello. Una insaziabilità che sì, che se ne vada Macri, ma non è sufficiente. Che si depenalizzati l’aborto, sì, ma non è sufficiente. Che ci diano educazione sessuale nelle scuole, che sia femminista, che non sia biologista, perfetto, ma nemmeno è sufficiente.

L’insaziabilità è oggi fondamentale e si riassume in una parola: non vogliamo diritti, non abbiamo bisogno di diritti. Abbiamo bisogno di utopie. Perché l’utopia ci ubriaca e ci tira in avanti. Perché l’utopia ci fa ostinate. Perché l’utopia disturba e fa che nessuno venga a patti per nulla con noi. Questa è la capacità, la caratteristica, l’euforia, più importante di quello che si può stare vivendo”.

7) Cosa sta crollando?

“Abbiamo molte lotte e non siamo così elementari né così ingenue da non renderci conto che una di queste lotte fondamentali è sul piano simbolico. Io descrivo questa lotta simbolica, l’attinenza storica di questa lotta simbolica anche a partire da una lettura del tempo che viviamo, che ho chiamato come un tempo di movimenti sismici.

Un movimento sismico è un movimento dove si muove tutto quello che era sicuro in un luogo. Un movimento sismico può finire con un terremoto. Un movimento sismico può far sì che cada il pavimento, che si spacchino le pareti. Qual è il sisma? Sta spaccando cosa? Cosa è quello che sta facendo sisma?

Io credo che quello che sta facendo sisma, crollo, sono i sensi delle cose. Molte cose stanno perdendo senso, molte cose stanno mutando di senso, cose che erano più profonde, cose che erano più sicure, cose che a mia madre non si sarebbero mosse. Lei sapeva che dopo il lunedì veniva il martedì ma con questo sisma dopo il lunedì può venire il venerdì, oltre che il lunedì no ha nulla a che vedere con ciò che ci hanno detto che significa.

8) Piacere, speranza, vita

Allora è un sisma di sensi. E in un sisma di sensi la nostra grande opportunità storica è discutere di sensi. Cosa vogliamo che significhi il lunedì. Cosa vogliamo che significhi speranza. Cosa vogliamo che significhi piacere. Cosa vogliamo che significhi vita. Abbiamo non una galleria da chiedere, ma un dizionario intero di mille tomi, di tutti gli idiomi. Possiamo rimescolare tutti e ognuno di questi significati. Questo è il compito che situo io quando lo sto realizzando, il mondo dell’arte mi dice: ti diamo uno spazio. E io gli dico: non sto facendo arte, sto facendo politica. Glielo dico anche in faccia con molta rabbia.

9) La donna abbindolata

María ha continuato a parlare mentre presentava il video che si può vedere qui, l’azione di Mujeres Creando a partire da un quadro iconico.

“Vedremo un quadro anonimo del 1600, quando la Bolivia non era il culo del mondo ma il centro di estrazione di ricchezza di Potosí per la prima estrazione del capitalismo industriale. Questo quadro del 1600 è un quadro che era un patrimonio iconico, emblematico del colonialismo estrattivista, di una delle risorse più preziose come era l’argento.

Ho partecipato ad una mostra che si chiama Principio Potosí, nella quale stavamo remando nella sabbia perché stavamo dicendo: la globalizzazione è la riedizione dell’accumulazione originaria del capitalismo in chiave contemporanea.

Il personaggio centrale di questo quadro iconico: una donna che è la vergine. Ma è una donna acchiappata dalle autorità celestiali e politiche di questo tempo. Potremmo dire che è al centro della scena e in alto. Ma anche potremmo dire: è al centro e vigilata. Anche che si venera questo luogo. Perché io lavoro su questo quadro? Perché è stato patrimonio di espressione grafica del colonialismo e dell’autorità che il colonialismo voleva imporre.

La cosa divertente delle società coloniali è che questo quadro è patrimonio dello stato boliviano, ma patrimonio dello stato boliviano in termini di emblema di potere. Che fa uno stato “emancipato” avendo come patrimonio iconico culturale la revisione delle relazioni di potere?

Che faccio di questo quadro? Lo tiro fuori dalla galleria e lo immetto nel mercato”.

Seguendo la sequenza del video:

“E che è quello che faccio nel mercato? Una scomposizione figura per figura di questa iconografia utilizzando, nel miglior senso della parola, il mercato non solo come scenografia ma come contesto che dà senso a questa scomposizione di sensi. Non mi interessa in assoluto se questo sia un’opera d’arte o no, se questo vada in una galleria o no, perché anche le gallerie sono vuote e i mercati sono pieni.

Non mi interessa la relazione con l’istituzione arte, mi interessa la relazione con i sensi, con i significati. L’istituzione arte vuole, invece, che tu ti relazioni con questo lavoro di sensi, ti relazioni con una pesante storia e un insieme di relazioni istituzionali, di trame istituzionali di potere che possono e hanno la capacità affinché tu, artista, vada in veste di moda, in veste di quota donna, in veste di produzione malleabile, in veste di dettaglio “femminile”.

Questo è un rischio che esiste con l’istituzione arte, con l’istituzione accademia, con l’istituzione potere giudiziario, e lo dobbiamo tenere presente”.

10) La produzione di un nuovo linguaggio

Nella relazione di arte e femminismo quello che mi interessa è la produzione di linguaggi di lotta che abbia a che vedere con la capacità di sensibilizzare la società e con la capacità di metterti in comunicazione con la società.

Non con la capacità di giungere alla Biennale di Venezia, non con la capacità di giungere al Teatro San Martin e che il pubblico ti applauda. Sono stata molto commossa dalla meravigliosa opera Petróleo, applaudivamo in piedi. Ma perché il Teatro San Martin accoglie questa opera? Chi sta perdonando a chi? Il Teatro San Martin accoglie l’opera perché c’è una lotta nella strada, perché c’è uno stato d’animo sociale storico aperto, perché in un altro momento, di questa medesima opera, si può dire è una merda ridicola.

Non possiamo, in questo momento di insaziabilità, tornare ad accettare un criterio biologico su se ci sono donne o non ci sono donne. Abbiamo bisogno di criteri ideologici.

Donne insorte.

Donne in ribellione.

Messa in discussione di sensi e significati.

Se no, la relazione tra donne e arte non ha senso, come nemmeno ha senso la relazione tra donne e politica. C’è un’egemonia maschile, non è che non la veda: ma quando parliamo di insaziabilità stiamo parlando anche di profondità”.

Fonte: lavaca Titolo originale “Diez claves para repensar y sacudir el feminismo hoy: María Galindo en Mu”. Tradotto e pubblicato in italiano dal Comitato Carlos Fonseca

Questo articolo è stato pubblicato qui

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