Quando Samira, guardando ancora una volta negli occhi l’unica donna presente che era una poliziotta, la implorava di coprirla, sentiva rispondersi “No”. E vedeva che alcuni soldati ammiccavano e giocherellavano coi telefoni cellulari. Degrado e umiliazione. Dopo l’esame corporale le hanno chiesto di firmare fogli e pratiche ma lasciavano spazi bianchi. Lei domandava a cosa servissero quegli spazi. L’azzittivano. La chiamavano puttana. Fino ad allora non si sarebbe immaginata che i militari potessero avere un simile comportamento. “Farai la fine di Khaled Saeed” era la cosa meno offensiva che si sentiva dire. Eppure Samira non s’è impaurita perché crede che questa rivoluzione o cambierà i comportamenti o farà morire ogni speranza.
Sebbene fossero cadute le accuse più gravi di stupro e tortura è voluta andare avanti. Il gesto della denuncia - con cui ha accantonato i buoni consigli di chi pur stando in strada diceva “lascia stare”, “ma chi te lo fa fare” - ha ottenuto l’abolizione dei test di verginità obbligatori per le donne. Quel gesto chiede agli egiziani di uscire dal cono d’ombra di sottomissione e omertà che hanno caratterizzato decenni di vita. Dice che ottenere giustizia è il primo passo che il popolo può fare per se stesso. Purtroppo la sentenza di oggi riporta le lacrime negli occhi di Samira sebbene non ne intacchi il coraggio.
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