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Salvini, la lobby delle armi e gli abusi in divisa

5 settembre 2018: il Taser entra in via sperimentale nell'equipaggiamento di Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza. Il progetto, adottato in via sperimentale in 11 città[1], nasce per «ridurre i rischi per l'incolumità degli agenti» - evidenzia il ministro dell'Interno Matteo Salvini – come risposta “emergenziale” all'omicidio di Jefferson Garcia Tomalà, avvenuto a Genova il 10 giugno. A richiederne l'adozione è lo stesso capo della Polizia Franco Gabrielli.

Con l'Italia – ed il decreto attuativo della legge 146/2014 – sono 108 i Paesi clienti dell'americana Axon Enterprise (ex Taser International), società monopolista nella produzione del dispositivo coinvolta nel mercato europeo della sicurezza anche attraverso le videocamere indossabili dagli agenti, già adottate a Treviso, Savona, Padova e Salerno e richieste dal Viminale.

L'Italia sperimenta il modello “Taser X2”: 63 microcoloumb rilasciati da due dardi, una maggior velocità di carica, doppio laser che ne aumenta la precisione e, soprattutto, un modello con una miglior capacità “neurolettica”, cioè di paralisi del sistema nervoso al costo medio di 1.200 dollari. Equiparato alle armi da fuoco, il Taser è presentato come alternativo alla pistola, ma nella prassi è spesso denunciato l'(ab)uso alternativo a manette e manganello. Dal 2017 l'Onu lo considera vero e proprio strumento di tortura e ne è sconsigliato l'uso contro donne incinte, bambini, anziani o persone affette da disabilità psico-motoria o problemi cardiaci.

Il Taser come “simbolo securitario” di un Paese dai reati in calo

Omicidi -11,8%; furti -11%; rapine -9,1%: i dati del Viminale confermano un trend decennale di reati in calo in Italia – con omicidi (-50% circa) e rapine (-37,6%) a rappresentare il dato più eloquente tra quelli riportati dal rapporto 2017 del Censis sulla sicurezza in Italia (.pdf)– eppure negli anni nell'equipaggiamento delle forze di polizia oltre al Taser sono entrati, tra gli altri strumenti come lo spray al peperoncino, prodotto dalla modenese Defense System, nel 2010 denunciata da Amnesty International tra le cinque società italiane produttrici di strumenti di tortura[2]; fascette in velcro in sostituzione delle manette e soprattutto il gas lacrimogeno “CS”, sparato ad altezza uomo nella gestione dell'ordine pubblico fin dal G8 del 2001 ma vietato persino in guerra fin dal 1982 in quanto arma chimica altamente tossica (disposizione ratificata dall'Italia con la legge 110/1975). Se i reati sono in calo a cosa risponde davvero l'adozione di strumenti di repressione sempre più tecnologici?

Salvini di lobby e di governo

L'adozione di tali strumenti risponde ad una precisa logica politica bipartisan di sempre maggiore militarizzazione dell'ordine pubblico, che porta a maggiori fondi per l'intero comparto sicurezza – come chiede da anni l'Associazione Nazionale Funzionari di Polizia – spesso deviando dai fondi per quell'istruzione in cui la cultura militare diventa sempre più invasiva.

Richiesta che si aggiunge al documento vincolante proposto dal Comitato Direttiva 477 (la lobby italiana delle armi che si batte per l'introduzione di un modello di difesa “all'americana” in Italia) firmato da esponenti di Forza Italia, Fratelli d'Italia e Lega, partito da sempre vicino agli interessi armieri e che, con Salvini al Viminale, può trasformare una sponsorizzazione politica in legge dello Stato. Il documento, che Salvini ha siglato durante l'ultima edizione dell'Hit Show di Vicenza, la più importante fiera delle armi in Italia, impone ai firmatari – e quindi anche all'attuale ministro dell'Interno – una “assunzione pubblica di impegno” nei confronti delle principali lobby delle armi italiane (oltre al CD477 ci sono Anpam, Conarmi e Assoarmieri) che dovranno così essere coinvolte nella stesura di leggi come quella sulla legittima difesa, per la quale il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, propone di evitare il processo per chi si «difende legittimamente». La domanda è d'obbligo: dove si pone – se si pone – il confine tra il Salvini ministro dell'Interno e il Salvini lobbista? E in quale delle due vesti parla quando si schiera contro il reato di tortura, l'identificazione degli agenti e in favore di questa legittima difesa “all'americana”?

Per approfondire:

Quanti italiani circolano armati?

Reati in calo ma più armi e una maggior spesa per “ordine pubblico e sicurezza”, attestatasi a 30,4 miliardi di euro nel 2017 (3,7)% della spesa pubblica, in aumento di 3 miliardi dal 2008): è questo lo scenario che si sta definendo in Italia, dove nel 2017 le licenze per porto d'armi sono aumentate del 13,8% dal 2016 (+20,5% dal 2014), per un totale di 1.398.920 licenze, di cui solo l'1,3% per difesa personale, unica a necessitare di documentazione e, per questo, spesso celata dietro altre motivazioni cone la caccia, che rappresenta la quasi totalità delle richiesta (94%).

Se si aggiungono i circa 500.000 agenti dei Corpi di Polizia e delle Forze Armate – evidenzia Confcommercio[3] - «abbiamo circa 1,9 milioni di italiani che possiedono almeno un'arma da fuoco». Almeno, perché l'attuale normativa prevede che ottenuta la licenza si possano tenere in casa:

  • 3 armi da sparo;
  • 6 armi ad uso sportivo;
  • 8 armi da collezione;
  • 200 cartucce per armi comuni;
  • 1.500 artucce per fucili da caccia, che è possibile detenere in numero illimitato;
  • 5 chili di polveri da caricamento
Considerando che ogni famiglia italiana è composta in media da 2,3 individui, il conto è presto fatto: ci sono quasi 4,5 milioni di italiani, tra cui oltre 700.000 minori, che hanno un'arma a portata di mano e che, per gioco, per sbaglio, rancore o follia potrebbero essere indotti a sparare e ad uccidere

Dati non confermabili perché, evidenzia Giorgio Beretta di Opal Brescia in un'intervista a Today.it: «il Viminale non ha mai reso noto il numero di armi legalmente detenute in Italia» né «il numero complessivo di tutte le licenze rilasciate ed in vigore». Siamo dunque un'Italia a mano armata, ma nessuno sa dire quanto.

Senza contare, continua il rapporto di Confcommercio che trova conferme anche nei dati Censis, che il 39% degli italiani intervistati è favorevole a rendere meno restrittivi i criteri della legge sul porto d'armi. Dato che nel 2015 era fermo al 26% e che sale al 51% tra chi ha al massimo la licenza media e al 41% tra chi ha più di 65 anni.

Per approfondire:

”Biglie all'acido” e fake news: come nasce un “panico morale”?

Il trend è frutto di una sceltapolitica, mediatica e di gestione dell'ordine pubblico – che in Italia si sviluppa tra la metà degli anni '90 e il luglio 2001 quando, evidenzia Marcello Maneri[4], cambia la semantica della sicurezza: tra il 1997 e il 1998, ad esempio, il Corriere della Sera inizia ad usare il termine “insicurezza” non più per parlare di strade o edifici ma per indicare la sicurezza personale o dei beni, «prima praticamente assente (9 casi in 14 anni)», così come il termine “degrado” passa dall'indicare l'abbandono dei luoghi pubblici al racconto dei luoghi abitati da migranti, tossicodipendenti, senzatetto e piccola criminalità. Sono i primi anni in cui, ancora con Maneri il «discorso sicuritario» non solo «condensa[...]l'allarme per la criminalità e quello per l'immigrazione», ma rappresenta anche l'unione «simbolica» tra politici e cittadini, in cui «i primi si prendono cura, come da mandato, dei secondi»: si creano così la frattura tra un ipotetico “noi” e un altrettanto ipotetivo e variabile “loro” - e dunque della minaccia esterna – le conseguenti “emergenze” e gli “allarmi”. È la politica del “panico morale”, cioè di quelle

ondate emotive nelle quali un episodio o un gruppo di persone viene definito come minaccia per i valori di una società; i mass media ne presentano la natura in modo stereotipico, commentatori, politici e altre autorità erigono barricate morali e si pronunciano in diagnosi e rimedi finché l'episodio scompare o ritorna ad occupare la posizione precedentemente ricoperta nelle preoccupazioni collettive[5]

Per approfondire:

Che le “emergenze” siano portate dai migranti che rubano il lavoro (nonostante i dati dicano il contrario) o dalle “biglie all'acido” di Genova 2001 la risposta è unica: militarizzare l'ordine pubblico e fornire fondi ed equipaggiamenti a personale addestrato ma non esente da abusi, in un Paese dove non è preoccupazione politica l'istituzione di una Commissione indipendente di controllo sul modello dell'Independent Police Complaints Commission britannica.


Mappa interattiva realizzata dal giornalista Luigi Mastrodonato

È questo il brodo di coltura in cui si sviluppano le fake news sui migranti – negli ultimi mesi vittime di aggressioni razziste raramente riportate dai giornali – passano in poche righe sui giornali le “ronde” neofasciste e non genera allarme sociale che a gestire gruppi neofascisti su Facebook ci siano anche poliziotti. È il brodo di coltura che permette al titolare della sicurezza pubblica, il ministro dell'Interno Salvini, di schierarsi contro il reato di tortura non condannando gli abusi delle forze di polizia*L*.

Per approfondire sulla malapolizia:

Per approfondire sulle aggressioni razziste:

Criminalizzare la protesta

Il punto di svolta arriva nel 2001, tra il Global Forum di Napoli (marzo) e il G8 di Genova (luglio): le violenze delle forze di polizia – che a Genova portano all'omicidio di Carlo Giuliani – concludono la fase del controllo “negoziato” dell'ordine pubblico, iniziata nel 1977 dopo l'omicidio di Giorgiana Masi[6]. Tra gli agenti schierati in quelle occasioni ci sono uomini del NOCS – reparto noto per il rito di inziazione dell'”anestesia”[7] – e del Gruppo Operativo Mobile (GOM), solitamente impiegati ed addestrati in funzione antimafia o antiterrorismo. A guidare il nuovo corso nella gestione dell'ordine pubblico è il gruppo di potere dei “De Gennaro boys”. «Nei fatti», evidenzia su Comune.info Salvatore Palidda, professore di Sociologia all'Università di Genova

tutti i ministri sono sempre stati “subordinati” all'apparato ministeriale e in particolare al Viminale e ai comandi dell'Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza […] La scarsa durata dei governi e quindi dei ministri ha di fatto favorito la diminuzione del potere decisionale del governo e aumentato quello dell'apparato ministeriale dei vertici di ogni forza e dei sindacati. In particolare, il “nocciolo duro” del Viminale è diventato l'apparato che governa il ministero dell'interno a prescindere dal ministro di turno e dal colore del governo di turno[...]contano alcune “cordate” o reticoli di legami professionali che a volte si confondono con quelle delle comuni origini regionali e ovviamente della comune carriera

Gli scontri di Napoli e Genova portano non solo all'aumento dei fondi pubblici per migliori equipaggiamenti delle forze di polizia ma, soprattutto, un più evidente uso politico delle forze di polizia, che in cambio chiedono protezione a governi con i quali i legami sono sempre più stretti e a cui giurano fedeltà fino all'elezione dell'esecutivo successivo: nei mesi scorsi è circolata l'ipotesi dell'ex segretario Sap Gianni Tonelli alla vicepresidenza dell'Interno. Rapporto diretto che, scrivono Charlie Barnao e Pietro Saitta in “Autoritarismo e costruzione di personalità fasciste nelle forze armate italiane: un'autoetnografia”, porta alla

percezione da parte degli operatori di una sostanziale convergenza tra le loro pratiche e la volontà “democratica” incarnata dai vertici delle istituzioni statali. Ciò appare particolarmente vero se si considera che l'Italia è stata governata per oltre un decennio da forze apertamente xenofobe e devote all'ideologia della “tolleranza zero”, almeno con riferimento ai crimini dei più poveri (Maneri 2001; Saitta 2011).

Criminalizzare, militarizzare, censurare

È attraverso questa “polizia del re” – modello dominante nell'Europa continentale e ripresa dall'esperienza francese[8] – che non solo viene abbandonata l'ipotesi di una polizia “democratica” (o “dei cittadini”[9]) cercata senza successo con la riforma del 1981, ma che dagli anni Novanta criminalizza (politicamente) la protesta e militarizza la gestione dell'ordine pubblico nelle strategie di accerchiamento e isolamento dei manifestanti – tecniche riprese dalla gestione degli stadi – nell'equipaggiamento e negli agenti: la legge n.226/2004 impone infatti che il reclutamento nelle forze di polizia privilegi i volontari che abbiano svolto servizio militare in missione all'estero per un periodo compreso tra uno e quattro anni: una “quota” che costituisce oggi il 10% degli agenti in servizio.

Ciò significa che in un lavoro altamente stressante – dove il suicidio rappresenta la prima causa di morte tra gli agenti in servizio – entra personale già potenzialmente sottoposto a traumi legati all'aver vissuto anni in scenari di guerra. Su questo aspetto non ci sono dati, e i pochi noti sono parziali e poco credibili: per quanto riguarda il Disordine post-traumatico da stress (PTSD, in inglese) il ministero della Difesa italiano parla di 32 casi registrati tra i militari italiani in 7 anni, contro i 550 della Francia nel solo 2013. Dati poco credibili che rendono la gestione dell'ordine pubblico più pericolosa sia per gli agenti in strada che per i cittadini.

Per approfondire:

Se la polizia diventa criminale

Si corre così il rischio che piazze e manifestazioni (Carlo Giuliani), caserme (Giuseppe Uva), questure, carceri (Aldo Bianzino) e centri per migranti si trasformino in una sorta di “antistress” per gli agenti, legittimati da una impunità-promozione – come insegna la vicenda di Gilberto Caldarozzi, condannato per la "macelleria messicana" del G8 di Genova ed oggi vicedirettore della Direzione Investigativa Antimafia - a calpestare persone «scambiandole per zaini» o a sottrarre l'acqua ai manifestanti davanti ai palazzi delle istituzioni (video). Il rischio, soprattutto in un sistema politico in cui il governo è schierato a protezione delle forze dell'ordine e gli abusi in divisa non costituiscono allarme sociale – e, anzi, a pagare le conseguenze sono gli agenti che denunciano come l'appuntato dei Carabinieri Riccardo Casamassima – è che le forze di polizia passino dall'essere «artefice della legalità» a «costruttore di illegalità»[10], arrivando a produrre false prove contro finti terroristi o cancellarne altre per conformare la verità dei fatti alle false ricostruzioni.

Istituzioni e vertici della polizia le chiamano “mele marce” quando questi casi arrivano sui giornali, ma è davvero colpa del singolo se – come avviene nei giorni precedenti il G8 di Genova – l'addestramento viene fatto aizzando gli agenti contro manifestanti (falsamente) armati di «boccette e siringhe di sangue infetto» e «biglie all'acido»

Il ricorso al metodo repressivo, in cui non c'è nessuna possibilità di negoziazione, si impone nei periodi in cui il conflitto sociale si fa più acuto

Per approfondire:

evidenzia nel 2015 a Pagina99 Palidda, secondo cui

in questa logica che la formazione e le modalità di arruolamento diventano fondamentali

La polizia italiana ha un problema con l'antifascismo?

All'addestramento e alla «costruzione di personalità fasciste nelle forze armate italiane» è dedicato lo studio di Barnao e Saitta, focalizzato sulla Folgore come «scenario “iperbolico”» di una pratica di addestramento «autoritaria» e in «eventuale continuità»[11] con le pratiche adottate da altri reparti dell'Esercito e dalle forze di polizia. Addestramento nel quale un ruolo importante è ricoperto da quei canti fascisti (“Avevo un camerata” della Folgore o il “Viva Pinochet” imposto dai celerini durante i pestaggi nella caserma-carcere di Bolzaneto) che evidenziano come

il tradizionale modello delle forze di Polizia italiane appare lontano dall'ideale democratico

Gli agenti sono veri e propri policy-makers, «burocrati di strada» per dirla con Donatella Della Porta, Herbert Reiter ("Polizia e protesta. L'ordine pubblico dalla Liberazione ai «no global»"): cosa succede quando a guidarli sono governi e ministri non democratici e schierati a copertura degli abusi in divisa? Inoltre, si chiede Lorenzo Guadagnucci su Altreconomia il 1 marzo 2017:

Quanto è diffuso il culto del fascismo nelle forze dell'ordine italiane? Quanto è accettata la cultura dell'odio verso stranieri e minoranze? Sono domande decisive, perché non stiamo parlando di semplici opinioni personali, ma della credibilità delle forze di polizia, e perché serie politiche di prevenzione di abusi e violenze sono possibili solo in un contesto di trasparenza e di confronto con l'esterno. In questi anni i vertici di polizia hanno respinto richieste d'intervento e ipotesi di riforma (dai codici di riconoscimento alla legge sulla tortura) ribadendo sdegnati che le forze di polizia sono fedeli alla democrazia. Ma il dibattito va aperto. Le semplici professioni di fedeltà democratica non sono sufficienti[...]

4 marzo 2018: una nuova svolta autoritaria per l'Italia?

Dal 4 marzo l'Italia ha spostato l'asse politico a destra: tanto nel governo – dove sono noti e sempre più esplicitati i rapporti tra Salvini e i gruppi di estrema destra (Repubblica; Il Foglio) – quanto nella magistratura, in un sistema che, è logico aspettarsi, continuerà a coprire gli abusi delle forze di polizia alle quali affideremo uno strumento, il Taser, già noto per l'ampio abuso negli Stati Uniti.

La domanda è d'obbligo: la nuova svolta autoritaria in Italia passa da una scarica elettrica?

Note

  1. Milano, Napoli, Torino, Bologna, Firenze, Palermo, Catania, Padova, Caserta, Reggio Emilia, Brindisi;
  2. Le altre sono Access Group srl, Joseph Stifter S.a.s., KG Armeria Frinchillucci Srl, PSA Srl
  3. 1° Rapporto sulla filiera della sicurezza in Italia, Censis-Federsicurezza, giugno 2018, p. 24;
  4. Marcello Maneri, Il panico morale come dispositivo di trasformazione dell'insicureza, Rassegna Italiana di Sociologia, n.1, 2001;
  5. Op.cit., Maneri riprende a sua volta da Stanley Cohen, Folk Devils and Moral Panics, London, MacGibbon and Kee, 1972;
  6. Donatella Della Porta, Herbert Reiter, Polizia e protesta. L'ordine pubblico dalla Liberazione ai «no global», Bologna, Il Mulino, 2003, Kindle Edition, capitolo 8;
  7. Riportano Charlie Barnao e Pietro Saitta nel loro studio “Autoritarismo e costruzione di personalità fasciste nelle forze armate italiane: un'autoetnografia”: «E non si dovrebbero dimenticare i violenti riti d'iniziazione praticaati per decenni dai membri del Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza (Nocs) dell'Arma dei Carabinieri e, in particolare modo, la pratica dell'”anestesia” (p.7): consiste nel picchiare il fondo schiena di un commilitone sino al punto di renderlo insensibile, così da applicare un morso profondissimo che squarciasse i glutei da lato a lato (Angeli e Mensurati 2011)»;
  8. Esistono due “modelli” antitetici di costituzione della polizia: un «corpo creato dal basso, dalla società civile, rispondendo alle richieste di protezione e di sicurezza che venivano dai cittadini» e che «difende la costituzione» contrapposta ad un «corpo creto dall'alto, dal governo, come strumento per imporre il rispetto delle sue leggi anche a quelle classi sociali e organizzazioni politiche che non si riconoscevano in esso» e che «difende soprattutto il governo». Sul primo modello è definita la polizia inglese, sul secondo – dominante nell'Europa continentale, la polizia francese e quella italiana. Cit. D. Della Porta, H. Reiter, op.cit.;
  9. op.cit.;
  10. Raffaele Magni, La devianza delle forze dell'ordine e la teoria del sospetto, Adir – l'altro diritto, 2009, p.5;
  11. Charlie Barnao, Pietro Saitta, Autoritarismo e costruzione di personalità fasciste nelle forze armate italiane: un'autoetnografia, I quaderni del CIRSDIG, 2012, p.10
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