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Riconosciuto innocente dopo 21 anni di carcere... erano gli anni delle trame nere


 

La tragica vicenda si iscrive nei tanti ed oscuri intrecci che caratterizzano il perverso groviglio dell’“Italia dei misteri”.

Reggio Calabria, 13 febbraio, processo di revisione per la strage di Alcamo marina del 26 gennaio 1976. Giustizia è fatta! Dopo sedici udienze Giuseppe Gulotta di Alcamo (Trapani) viene assolto dall’infame accusa di avere assassinato due carabinieri.

Ha passato 21 anni della sua vita in carcere.

Nella notte del 26 gennaio 1976 alcune persone, dopo avere sfondato la porta della casermetta di Alcamo marina con la fiamma ossidrica, uccisero due carabinieri, mentre stavano dormendo, a colpi di mitra e di pistola: il diciannovenne Carmine Apuzzo e l’appuntato Salvatore Falcetta.

Le vicende delle indagini e degli aventi successivi correlali sono molto enigmatiche, la sentenza del processo di revisione ha portato altre verità “irrivelabili”. Fin dall’inizio si puntò agli ambienti terroristici, in specie della “sinistra”. A questo proposito ci fu una smentita ufficiale delle Brigate Rosse. Ad Alcamo nel corso del 1975 si verificarono altri omicidi di grande clamore. Furono assassinati l’assessore ai lavori pubblici ex sindaco della Democrazia Cristiana Francesco Paolo Guarrasi e il consigliere comunale Antonio Piscitello.

Diversi giorni dopo l’eccidio, il 12 febbraio venne arrestato Giuseppe Vesco, un giovane di Partinico considerato anarchico, in possesso di una pistola. Ha interrotto gli studi dopo avere frequentato il liceo scientifico, appassionato di chimica. Ha la mano sinistra amputata per un incidete verificatosi alcuni anni prima mentre tentava si smontare un congegno esplosivo trovato in una zona del paese. Dopo l’arresto viene sottoposto a torture. I carabinieri vogliono i nomi dei complici. Alla fine Giuseppe Vesco confessa e “rivela”. Chiama in causa per complicità diretta altri giovani paesani, tutto poco più diciottenni: Giuseppe Gulotta, Gaetano Santangelo, Vincenzo Ferrantelli.

Le fasi iniziali delle indagini furono gestite dal capitano dei Carabinieri Giuseppe Russo, ucciso il 20 agosto 1977. Un delitto “eccellente” della mafia, come definitivamente emerso vent’anni dopo nel processo del 1997 grazie alla rivelazione dei pentiti; il gruppo di morte era guidato da Leoluca Bagarella.

Successivamente Giuseppe Vesco ritrattò, dichiarando che la confessione era stata fatta sotto tortura. La sua vita fu molto breve. Fu trovato morto nel carcere di Trapani dove era detenuto, impiccato con una corda legata ad una finestra. Un “suicidio” certamente anomalo poiché aveva una solo mano abile.

Anche Peppino Impastato, il giovane di Cinisi assassinato dalla mafia nel maggio del 1978, si interessò all’eccidio dei due carabinieri. Immediatamente dopo l’omicidio la sua casa fu perquisita dai carabinieri. Peppino cominciò ad indagare, anche sul “suicidio”di Vesco. Costruì un piccolo dossier di “controinformazione”, che successivamente, dopo il suo assassinio, fu sequestrato dai carabinieri. Così risulta dal verbale; del dossier non c’è traccia. Era avanzata l’ipotesi che i due carabinieri uccisi avessero fermato un furgone che trasportava armi dell’arsenale di “Gladio”, l’organizzazione eversiva collegata ad ambienti terroristici fascisti. Da parte della procura di Palermo e di Trapani si stanno riaprendo nuove indagini sugli eventuali nessi tra l’assassinio dei due carabinieri, quello di Impastato e sulla strana morte di Giuseppe Vesco.

Giuseppe Gullotta, dopo l’arresto, rimase due anni in carcere. Poi venne scarcerato per decorrenza dei termini. L’iter dei processi dura 10 anni. Infine, nel 1990 fu definitivamente condannato all’ergastolo per l’assassinino dei due carabinieri.

Poi, dopo tanti anni, la verità è ritornata a galla.

Nel 2007 un ex maresciallo dei Carabinieri, Renato Olino, in servizio ad Alcamo all’epoca delle vicende e testimone diretto dei fatti, presentatosi spontaneamente ai magistrati dichiarava la verità sulla dinamica e sulle modalità delle investigazioni condotte.

Tutti gli imputati, compreso Gulotta, erano stati torturati, quindi costretti a “rivelare” di essere stati gli artefici della morte dei due giovani carabinieri. Gulotta, a seguito delle torture, aveva “confessato” la sua diretta partecipazione. Poi aveva ufficialmente smentito la sua forzata dichiarazione; questa non era mai stata presa in considerazione.

Giuseppe Gulotta, oggi cinquantaquattrenne, residente in Toscana, sposato e con un figlio - William di 24 anni - che non mai avuto mai maniera di conoscere in maniera appropriata, può riprendere il suo percorso di vita drammaticamente e lungamente interrotto.

Gli altri due coinvolti, Giuseppe Ferrantelli e Gaetano Santangelo, dopo la scarcerazione per decorrenza dei termini del 1978, fuggirono in Brasile, dove sono ancora latitanti.

Con la sentenza definitiva, Giuseppe Gulotta, data l’ingiusta detenzione, potrà chiedere risarcimento per il gravissimo danno subito.

 

 

 

Commenti all'articolo

  • Di (---.---.---.107) 24 febbraio 2012 10:22

     

    Fabbricavano prove false: 11 carabinieri indagati.

    Perquisizioni col trucco, anzi con sorpresa. Undici carabinieri sono finiti sotto inchiesta per aver aggiustato alcune perquisizioni facendo trovare, ad arte, fucili e pistole nell’auto o in casa di alcuni malcapitati. In questo modo, secondo il Pubblico Ministero Barbara Callari, sono riusciti a portare a termine con successo almeno quattro operazioni, con tanto di arresti, denunce e conferenze stampa finali. Ma dice l’accusa, hanno commesso un errore: hanno usato sempre le stesse armi, fucili e pistole con la matricola abrasa che entravano e uscivano dal deposito dei corpi di reato con estrema facilità. Ora dovranno rispondere delle accuse di falso ideologico e materiale, calunnia e violazione della legge sul controllo delle armi, davanti al GIP Mario Gentile.

    La schifezza della ruota della giustizia va inquadrata anche nei solerti funzionari della Polizia Giudiziaria che pur di ottenere qualche promozione o apparire nelle cronache giudiziarie, magari in televisione, inducono, ingannano, seducono, speculano, imbrogliano, falsificano tutto quello che poi dovrebbe istruire un processo e quando, suo malgrado, il giudice dovrebbe assolvere una persona innocente, opta in difesa del Pubblico Ministero inficiato da quei lazzaroni che andrebbero puniti severamente e tolti dalla faccia della loro funzione perché macchiati da uno dei peggiori reati al mondo: far carcerare una persona con false prove.

    Pochi sanno che la figura del Pubblico Ministero non dovrebbe essere più quella dello spauracchio inquirente di un tempo remoto che doveva, per dovere d’ufficio, chiedere la condanna dell’imputato. Questa figura è stata riformata da parecchi anni e mai attuata, se pur indirizzata nella sua riforma strutturale che obbliga il Pubblico Ministero con l’incarico di punta di diamante della città in cui opera, di adoperarsi in misura onesta nel chiedere e raccogliere anche elementi a favore della persona sottoposta a delle indagini operate della Polizia Giudiziaria, in virtù dell’articolo 358 del c.p.p. quasi mai attuato dalle varie Procure della Repubblica.

      “Il Pubblico Ministero ha l’obbligo di svolgere altresì sui fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini.” Recita la nostra giurisprudenza.

      Oggi la prova si forma al processo non più nell’istruttoria, dove si valutavano le prove nella sua interezza  dei fatti dall’allora Giudice Istruttore, una delle norme che non doveva essere abolita con l’emanazione del nuovo codice di procedura penale emanato nel 1989 che ha eliminato il vecchio Giudice Istruttore, sostituendolo con quello del GIP definendolo giudice terziale a garanzia dell’imputato. Una figura troppo debole che è sistematicamente sovrastata e terrorizzata dal potere del Pubblico ministero.

     Il caso del pentito Sacarantino non è un evento giuridico casuale, ma la punta di un iceberg che si squaglia come neve al sole, laddove la legge penale perde di coniugazione abbandona il diritto per abbracciare l’imperativo: giusto, onesto, innocente o colpevole che tu sia, se sei destinato al sacrificio, sarai colpevole a priori!

    Non è un caso che anche questo pseudo pentito, sia stato manovrato, anch’esso minacciato da funzionari delle forze dell’ordine al punto di far arrestare 7 persone condannate all’ergastolo ingiustamente poi, i giudici decidenti e giudicanti, sono stati indotti a scarcerare questi accusati da un falso pentito costruito ad hoc da solerti funzionari di Stato.

    Con questo, non intendo mettere sott’accusa tutti i Pubblici Ministeri, ci mancherebbe, tuttavia, a mio parere, il caso di Giuseppe Gulotta, non va inquadrato nella responsabilità dei magistrati decidenti o giudicanti, ma dal magistrato inquirente che ha “abboccato” alle false prove procurate dai suoi collaboratori e, nel caso specifico, non si è curato minimamente di valutare attentamente, come sono state procurate e questo è grave da parte di un P.M..

    Sono perfettamente d’accordo con l’idea della separazione delle carriere, meno sulla responsabilità dei giudici, atteso che, non venga in via definitiva, modificato il potere del P.M.    

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