Lunedì sera si è svolto al teatro di Serravalle (vc), l’incontro di presentazione della raccolta dei rifiuti porta-a-porta. Durante l’incontro sono intervenuti il sindaco Basso, l’assessore all’ambiente Mora e la dottoressa Federica Gemma di Ederambiente, i quali hanno illustrato il percorso storico e normativo che hanno portato al prossimo metodo di raccolta differenziata, le imposizioni burocratiche da rispettare, le necessità ambientali ormai impellenti.
La dottoressa Gemma in particolare ha spiegato come avviene la raccolta differenziata e come ci si deve comportare a casa per effettuarla correttamente, come vanno suddivisi i vari materiali, quando devono essere lavati, cosa si può mettere nella “carta”, cosa nel “vetro” e che cosa è l'”umido”. Anche per la “plastica” non ci sono stati particolari problemi, la spiegazione è stata chiara: tutti i materiali da imballaggio sono riciclabili, gli altri no. Semplice, chiaro, limpido. In mezzo ai numerosi esempi che ha portato non ho potuto far altro che trovarmi d’accordo, fino alla fatidica frase: “Le stoviglie di plastica, piatti e bicchieri di plastica non sono riciclabili, vanno nell’indistinto”. E qui è arrivato il primo punto interrogativo: perché i bicchieri di plastica, che di plastica sono, devono andare nell’indistinto, mentre bottiglie cestelli e retine finiscono nel riciclo della plastica?
Forse sono di una plastica diversa, mi sono detto. Mi sono tenuto dentro il mio cruccio con l’idea di controllare a casa cosa riportassero le varie confezioni come codice riciclo.
Su ogni confezione o materiale riciclabile viene riportato il simbolo triangolare con le tre frecce che si inseguono, all’interno c’è un numero o una sigla che identifica il materiale con cui è fatto l’oggetto che tenete in mano: 20 cartone, 70 vetro; per le plastiche abbiamo 01 PET il più diffuso e famoso con cui si fanno bottiglie, 03 PVC per contenitori per alimenti, 06 PS bicchieri monouso. Questo secondo gli International Universal Recycling Codes (codici universali internazionali del riciclo). I codici non fanno distinzione tra materiale e funzione del prodotto. Semplicemente dicono se un materiale, identificato dal suo codice, può o meno essere avviato alla catena del riciclo.
Perché quindi noi dobbiamo complicarci la vita distinguendo, a parità di materiale, se è un imballaggio o meno? O peggio: perché distinguere lo stesso oggetto in funzione dell’uso che ha e quindi buttarlo tra la plastica o tra l’indistinto?
La risposta è squisitamente legislativa: siccome la legge Ronchi e la direttiva europea prevedono lo smaltimento degli “imballaggi” e non delle “materie plastiche”, le plastiche che non sono imballaggi si buttano e non si riciclano.
La questione non è nuova, è almeno dalla fine degli anni novanta del secolo scorso che si discute sul destino da dare alle stoviglie di plastica. Purtroppo la risposta non è univoca. Per il CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi), l’organo preposto a gestire le varie fasi del riciclo dei materiali, i bicchieri di plastica possono essere riciclati se sono imballaggio, se servono cioè a trasportare qualcosa, solitamente cibo. Quindi se li compro al supermercato per la festa al parchetto, poi li butto nel cassonetto dell’indistinto, ma se quello stesso bicchiere mi viene messo in mano da un negoziante che mi ha appena venduto una bibita per dissetarmi, allora diventa imballaggio, è il mezzo con cui la bibita è arrivata a me, e quindi devo per legge riciclarlo. La cosa è piuttosto cervellotica, anche perché se la bibita la bevo a casa e appoggio il bicchiere sul tavolo di fianco a quello che ho comprato per la festa al parchetto, non li distinguo, quindi rischio di buttare nell’indistinto quello da riciclare e con la plastica quello da non recuperare.
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